“RITRATTI di Rosaspina Briosa”: L’IO RISORSA DI UN ARTISTA AL FEMMINILE: l’Angelo della lirica, la signora Renata Tebaldi

RITRATTI – Rosaspina Briosa – #RENATATEBALDI

 La musica e la lirica, nella condivisione dell’ascolto ci offrono la possibilità di un attimo di felicità. Come può accadere? Seguite questa semplice intervista, la gioia, di una comune passione è palpabile.

Vostra Rosaspina Briosa®️

Fondazione Renata TebaldiRossella FugaroRosaspina Briosa

LIRICA E TANGO: la bellezza del femminile nel costume di scena

La figura femminile, sia nella lirica che nel tango, viene valorizzata dall’abito indossato.

La sua creazione da parte dei costumisti aggiunge un valore importante per il gioco di illusione e fantasia creato nella immedesimazione del personaggio, sia essa la soprano che si esibisce nel ruolo di Mimì, oppure la tanguera che si presenta nell’arena della milonga, entrambe attraverso l’abito indossato rimandano un’immagine di sé,  sensuale, fatale, romantica o timida.

I costumi teatrali fino al 1700, non rispondevano ai criteri di ricerca storica e realistica dell’opera eseguita, davano molto più valore all’estetica ed avevano il compito di valorizzare al massimo la ricchezza e la bellezza.

Occorrerà aspettare la nascita di Francois – Joseph Talma, perché si inizi a valorizzare l’ambientazione storica corretta, l’arte scenica era inquinata si usava rappresentare la tragedia classica con il vestiario contemporaneo. Talma nato nel 1793 a Parigi, morì il 17 Ottobre 1826, passò quindi attraverso la rivoluzione francese che cambiò profondamente il modo di fare teatro, iniziò così a curare la scenografia, i costumi e i dettagli storici delle pièces teatrali.

Dall’ 800 in poi il costume scenico acquista sempre più importanza, al punto tale che era consuetudine per i cantanti e gli attori comprarseli personalmente, venivano approvati i bozzetti, arricchiti da passamanerie impreziosite, talvolta perfino da gemme preziose.

Il vestito costruito “su misura” risultava comodo alla soprano che spesso si vedeva costretta ad indossare strutture articolate per rispettare i canoni storici, risultando così scomodi, basti pensare ai busti e alle crinoline.

La coreografia scenica ed i costumi indossati non sempre si armonizzavano tra di loro, in quanto non vi era ancora la figura del costumista che seguendo le indicazioni del regista avrebbe curato tutta la messa in opera. Perché occorrerà aspettare la fine dell’ 800, quando i grandi teatri inizieranno ad aprire la loro sartoria.

Successivamente si inizierà a portare sul palco gli abiti della vita contemporanea per un’interpretazione modernistica dell’opera. Gli abiti rivestono un significato simbolico, esoterico e, talvolta, perfino psicoanalitico, come è accaduto nell’ultima edizione di Salomè alla Scala con la regia di Damiano Michieletto.

Oggi possiamo grazie ad alcune collezioni private, come quella del Museo Tebaldi a Grosseto, che invito a visitare, non solo per la bellezza dei costumi scenici esposti all’interno del museo, ma anche per il percorso informativo sulla vita della signora Tebaldi, avendo così un’occasione per percorrere la storia degli anni d’oro della lirica italiana.

Il respiro dell’offerta proposta, dal Museo Teatrale alla Scala, è tale da coinvolgere non solo gli appassionati dell’opera, i tesori del museo sono alla portata di tutti e valgono un viaggio.

Un’altra collezione interessante è la Mostra permanente di costumi teatrali di Serrone. E’ l’unica mostra di questo genere esistente nella Regione Lazio ed una delle poche in Italia. I costumi teatrali sono stati realizzati nel corso della brillante carriera da Beatrice Minori, sarta della RAI tv e sarta personale di Eduardo de Filippo, oltre che collaboratrice di importanti registi italiani.

Non meno importanza riveste l’abito da tango con una storia più recente ma assai interessante.

Fin dagli albori della vita tanguera, l’abito e la scarpa rappresentano nell’immaginario collettivo della comunità tanguera, gli strumenti con i quali la tanguera valorizzava sia l’immagine voluta dare di sé, che lo stile di ballo.

Occorre distinguere gli abiti tra quelli utilizzati per le esibizioni dalle professioniste in Milonga, nelle competizioni o per spettacoli teatrali di tango scenario, da quelli indossati dalle tanguere per andare in Milonga.

La ricercatezza dei modelli, dei colori e dei lustrini ha avuto un’evoluzione nel tempo, un cambiamento dettato dagli influssi della moda dell’epoca e dai cambiamenti culturali e musicali.

In Europa il fenomeno delle sartine, giovani donne lavoratrici dei primi del ‘900 era talmente diffuso a Parigi che venne dedicato a loro una festa la patrona Santa Caterina d’Alessandria protettrice delle apprendiste sarte che presero il soprannome di “caterinette”, si deve a loro probabilmente i primi abiti da tango.

I drappeggi, i tessuti e i ricami evidenziano lo status sociale della tanguera.

Il satin divenne il tessuto più ricercato ed i colori arancio e giallo i più richiesti.

Vi erano abiti eleganti per le milonghe dell’alta borghesia ed abiti più semplici per le milonghe nei parchi e nei caffè. Gli uomini indossavano la divisa da gaucho, giacca nera, camicia bianca e cravatta, pantaloni a righe grigio e nero.

El Chacafaz indossava lo smoking in Milonga.

Negli anni ’50 la moda del tango ebbe un brusco fermo, il tango era stato surclassato dal Rock n’ Roll.

Occorrerà attendere l’uragano Maria Nieves e il suo compagno Juan Carlos Coppes, perché il tango ritorni in vita come una fenice, sono loro i protagonisti di questa rinascita, grazie ai loro spettacoli teatrali che riportarono il tango in auge calcando i palcoscenici più importanti d’ Europa.

 La nuova musicalità richiedeva un’interpretazione del tango in sintonia con le giovani generazioni, l’abito si fa più morbido, con trasparenze e spacchi, le gonne larghe e fluttuanti, tutto centrato sulla comodità del movimento.

E’ stato inaugurato a Buenos Aires, il Museo de la storia del Traje, museo della storia del costume, con un padiglione interamente dedicata alla storia del tango e della moda tanguera “Se dice de Mi“, non poteva essere scelto un titolo più adatto per omaggiare l’evoluzione del femminile.

Esposti vi sono gli abiti di Maria Nieves indossati durante i suoi spettacoli.

Un abito sicuramente non ci dà l’esperienza e la conoscenza tecnica per ballare bene, ma ci aiuta a vederci belle  e più sicure,  la prospettiva cambia  e con essa la modalità con la quale si affronta la milonga.

Seguono tre brevi interviste, una  alla costumista di teatro  e di abiti da tango Manuela Gandolfi con la sua linea Dancerie, e alle  stiliste di tango  Marigrazia Spinelli con il suo brand Nudapassione   e Elena Cappelli con il marchio ElenaT  dove la T sta per tango.

Come sempre buona visione, Vostra Rosaspina Briosa®️

Manuela Gandolfi – Dancerine – Rosaspina Briosa

Mariagrazia Spinelli – Nudapassione – Rosaspina Briosa
Elena Cappelli – ElenaT – Rosaspina Briosa
Modelli per un giorno

FONTE:

“Indagine: moda e costume nel Teatro europeo del Novecento” di Antonella De Nisco

tacchisolitari.altervista.org “la storia la strada del tango l’evoluzione della moda tanguera”

clipse-magazine.it “Cultura teatro prosa uno dei primi divi di Francia Francois Joseph Talma”

LIRICA E TANGO: LA CENTRALITA’ DELLA DONNA

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Quando decisi di intraprendere questa piccola ricerca sulle prime ballerine della storia nel tango argentino, mi aspettavo di trovare indicazioni sul web con facilità.

La convinzione mi nasceva dal percorso e dall’evoluzione della figura femminile nella lirica, nel bellissimo libro di Renato Tomasini “Le divine” è ampiamente documentato, quanto queste abbiano da subito avuto un ruolo e riconoscimento importante, come questo sia evoluto con la storia della musica e dell’opera.

La possibilità di far emergere e riconoscere i talenti femminili, nella storia dell’umanità è da sempre un percorso ad ostacoli, solo oggi, si inizia a comprenderlo, nascono dibattiti culturali, libri e mostre per cercare di salvare e valorizzare la memoria artistica e scientifica di grandi donne.

Nelle arti come la pittura, la composizione musicale, la scultura, l’architettura e la scrittura, si è quasi scientificamente voluto perdere e nascondere le prove storiche della capacità di talune, per proteggere e non rivoluzionare un sistema sociale, religioso e culturale, nel quale la cultura maschile, patriarcale era predominante.

Ma negli anni ’70 le discussioni più accese tra gli adulti a tavola e tra (maschi e femmine) bambini erano difendere le proprie posizioni di ruolo, di capacità intellettuale e predisposizioni naturali verso la scienza piuttosto che l’arte. Il concetto accettato era il diritto allo studio alle donne, ma le vere capacità geniali erano nell’uomo.

 Nella lirica, il ruolo delle donne confrontato ad altri campi dell’arte, è stato più semplice ed ha avuto un riconoscimento e legittimazione immediata, forse perché nell’immaginario collettivo la figura della Divina si sovrapponeva a quello delle Sirene di Omero.

Il materiale storico e bibliografico a nostra disposizione è notevole già a partire dal 2 Maggio 1589 nella sala degli spettacoli degli Uffizi, l’aristocrazia festeggia le nozze di Cristina di Lorena con il granduca Ferdinando con un grande spettacolo poetico musicale, di cui abbiamo testimonianza storica dettagliata.

Gli intermezzi musicali, a cui tutti attendevano di assister, avevano una duplice funzionalità, intrattenere ed inviare un messaggio politico culturale: Il potere della musica sulla civilizzazione umana, un ritorno ad un’età aurea garantita dai Medici, sotto il dominio delle arti.

Un messaggio molto attuale, quando leggiamo e ascoltiamo trasmissioni nelle quali si parla di un nuovo rinascimento italiano: dare forza e sostegno a quei progetti in cui la cultura, la valorizzazione del bello, possano essere il motore trainante alternativo alle logiche dell’economia globalizzata.

La prima figura scenografica era quella dell’ Armonia Doria, leggermente sospesa su una nuvola nel cielo blu, apparve la dea Minerva cantò con una voce celeste, Vittoria Archilei resterà nella memoria del tempo come colei della quale ha avuto origine il vero modo di cantare delle donne”, la voce femminile diventa interprete musicale creando una simbiosi tra ascolto e visione.

Non inganniamoci, dall’ apparente libertà della donna nel teatro, “le cortigiane oneste” erano quelle che praticavano la professione del teatro, ovvero stavano sullo stesso piano delle cortigiane di altro rango Veneziane e a quelle della Roma pontificia e cardinalizia, che raggiungevano fama e potevano esercitare i loro talenti solo con lo scopo dell’intrattenimento attraverso la poesia, il canto, la composizione musicale e la retorica. Ancora oggi il peso di queste convinzioni sono modelli di riferimento nelle relazioni sociale e lavorative, condizionano la carriera professionale artistica del mondo femminile.

 Il mondo maschile difficilmente accetta la condivisione ed il riconoscimento di pari capacità e opportunità con il mondo femminile, lo stesso accade nel mondo del tango, inizialmente ancora più marcato per il ruolo delle donne contestualizzato come semplice “follower” come  compagnia di facili costumi del maschio, nei bar, nei caffè e nei postriboli del porto. L’immagine femminile ne esce totalmente penalizzata e il ballo è considerato costumato e licenzioso.

Bisognerà attendere, lo sdoganamento dell’ alta Borghesia, l’interesse profondo del duca Luigi Amedeo di Savoia, grande appassionato di tango, (tanto che la Stampa di Torino riporta il 15 Dicembre 1913 un grande evento in onore del duca dove si ballò il tango), infine il nulla osta papale, di cui abbiamo ben cinque versioni documentate dello stesso evento in periodi e con papi diversi, certo è che il ballerino Casimiro Ain ballò il tango davanti al Papa. Tanto il ballo suscitava scandalo da richiedere l’intervento papale per tranquillizzare i vescovi e legittimarlo!

Se le prime donne della Lirica sono citate come “Divine”, le prime ballerine di tango non stanno su un libro di letteratura, ma su quello della cronaca giudiziaria. In un diario del 1862 si leggono i nomi di Catalina Barsolo e Francisca Diaz, esse furono arrestate perché stavano ballando e “cortando”, questo era vietato.

Chissà come se la ridono oggi, vengono ricordate nei manuali mentre, delle signore dell’alta borghesia di allora nessuno sa assolutamente nulla.

La storiografia  del  tango, dal suo sdoganamento morale da parte della borghesia e del  clero, riporta diverse testimonianze  artistiche al femminile che hanno dato un contributo all’evoluzione musicale, nel ruolo di cancionistas (cantante professionale) Rosita Quiroga morta nel 1984, conosciuta come il Gardel al femminile, scoprì il tango intorno ai 25 anni, non amava esibirsi in pubblico tanto che si ritirò presto, incidendo dischi e partecipando qualche volta alle trasmissioni radiofoniche ed ad un unico film “El canto cuenta su historia” del 1976, in piena dittatura, testimone silenzioso della pressione militare e politica che impedì la partecipazione di Mercedes Sosa .

 Altri nomi femminili risaltano nel panorama artistico,   Nina Miranda, Tita Merello   fino ad arrivare ai giorni nostri con Sandra Luna, una voce evocativa in grado di far vibrare la luce nel buio.

L’attività di compositrici e autrici di testi di tango, invece venne preclusa in modo sistematico e costante alle donne, furono innumerevoli le difficoltà incontrate da Francisca “Paquita” Bernardo (1900-1925) prima donna bandoneonista e sono risapute; visse troppo poco, a venticinque anni morì per tisi e compose solamente quindici brani, ma furono sufficienti a lasciare un segno nella musica del tango anche se non le permisero di registrare nessun disco.

Vanno ricordate la colta marchesa Eloisa d’Herbil, Rosita Melo, ” la dama del tango” Mercedes Simone  e Eladia Blàzquez  una delle cantautrici più longeve e stimate, scrisse per Piazzolla il testo di “Adios nonino”.

Desidero ricordare brevemente una grandissima artista che dette tanto al tango, ma purtroppo venne anche dimenticata nel momento del bisogno, l’Argentina in quegli anni non dimentichiamoci che stava passando il periodo più oscuro di tutta la sua storia: Azucena Josefa Maizani (1902-1970) una vita intensa per il tango, si esibì sia come  cantante che come  attrice. sieme a Gardel, da lui ammirata e stimata, ha imposto un nuovo modo di cantare il tango, aprendo le porte al periodo d’oro dell’interpretazione nostalgica dello stesso. Lasciò più di duecento registrazioni, di dove cantava con le orchestre più famose nel mondo, ciò non fu sufficiente a proteggerla dalla miseria, lavorò in locali di quart’ordine fino alla fine dei suoi giorni.

Nella lista infinita di splendide voci possiamo ricordare anche Libertad  Lamarque e tantissime altre.

La documentazione dell’evoluzione al femminile nel tango come tanguera intesa nell’espressione del ballo è nella fase iniziale meno documentata. Maria Rangola, detta “La Vasca” iniziò a ballare nel 1884 ed aprì la prima milonga, una sala da ballo frequentata da studenti, fantini gente per bene. Oggi lo stabile esiste ancora, la facciata è rimasta intatta, ma ne è cambiato l’uso commerciale, è divenuto un laboratorio per analisi. La speranza di un sogno è il recupero architettonico e funzionale di quelli che sono stati i luoghi storici e rappresentativi del tango possano venir rivalorizzati?

La tanguera viene nominata solo in quanto compagna della figura maschile, i nomi delle donne sono quelle legate a due milongueros più famosi: Ovidio Jose Bianquet “El Cachafaz” e David Undarz ”El Mocho”.

Amelia “La Portuguesa” compagna di David e ballerina calcarono assieme i più bei cabaret di Buenos Aires tra il 1915 e il 1930.

 E le ballerine legate al  El Cachafaz ?   tra il 1910 e il 1920, si alternano le tanguere Emma Boveda, Elsa  O’Connor e Isabel San Miguel ; fino all’incontro  nel 1933 con  Carmencita Calderon.

Carmencita, alla morte di El Cachafaz nel 1942, divenne a sua volta una leggenda, con lei abbiamo la prima “Divina” del tango. Il sostantivo acquista lo stesso peso e valore di riconoscimento nella Lirica, Carmencita Calderon per grazia e per carisma è la Malibran del Tango.

Maria Malibran voce indimenticabile, dolcissima ed unica, a 16 anni debutta in un concerto parigino da soprano, una bellezza sontuosa e angelica, intelligente, esuberante, discuteva con fervore e passionalità tutto quello che riguardava l’arte la musica e il canto, incarnava l’ideale romantico, era in grado di affascinare come non mai.

Cammercita Calderon ha molto in comune con la Malibran , la stessa sensibilità con la quale la Malibran governava i saliscendi della voce, Cammercita inventava ed adornava i passi di tango.

Cammercita  a differenza della Malibran, che morì a 28 anni cadendo da cavallo,  visse per 100 anni, morì nel 2005, circondata d’ affetto e sincera ammirazione.

Occorre arrivare agli anni cinquanta prima che un’altra donna venga seguita e riconosciuta leader  degli anni successivi, ribaltando il gioco dei ruoli nel tango per carisma e creatività:  Maria Nieves  è la compagna di Juan Carlos Copes, l’inventore del tango scenario.

Alla rottura della coppia di vita e artistica avvenuta dopo un sodalizio di cinquant’anni, Maria Nieves è  l’ Alma del tango, quello vero quello in cui la donna ha la consapevolezza di essere femmina e femminile, rivoluzionerà per sempre l’immaginario femminile del tango. Il film che ricorda la sua vita ed il rapporto con Juan Carlos Copes, Un ultimo tango è un piccolo grande capolavoro.

Da qui in poi, i nomi di grande tanguere, interpreti del tango sono riconosciute con la stessa valenza ed importanza dell’uomo, non vi è più l’etichettatura di follower legata ad un concetto di guida  passiva , ma di follwer come colei che con consapevolezza cede il controllo per la riuscita del ballo, nella ricerca della comunicazione e del piacere comune.

Concludo ricordando uno dei tanghi più famosi al mondo composto da una donna Rosita Melo, che scrisse il testo a soli quattordici anni, questo a dimostrazione che il tango non è uomo, non è donna, ma è sentimento reso in musica ”Desde el Alma

Buon ascolto da vostra Rosaspina Briosa ©️

El Cachafaz e Carmencita Calderón
Tita Merello “El choclo”
Maria Nieves
Gavito e Geraldine
Rigoletto, Giuseppe Verdi – Si! Vendetta Desirée Rancatore , soprano e Leo Nucci, baritono

FONTI:

Gobello Josè, 200 Mujeres y hombres que hicieron el tango, Ediciones Libertador

Tango Nuestro, Diario Popular, Buenos Aires, 1997

Josè el de la Quimera, I grandi ballerini del tango della storia

Silverio Valeriani

Tango y Tangueros

Tangologia grande guida del tango argentino di Gl Lala  Edizione Sigillo

Maria de la Vasca, Las primeras Milonga

Duca degli Abruzzi e il tango blog il 1900 sui giornali

TangoCaffe di Massimo Di Marco – L’argentina ha scelto le sue donne del XX secolo

Tacchi solitari “Tango e religone:tra storia e leggenda”

Socialtango 15 Novembre 2020, Francisca Bernardo

HABANERA, LA DANZA DELL’AMORE TRA LIRICA E TANGO

Tra le opere che maggiormente hanno un richiamo artistico internazionale, al punto tale che tutti, ma dico tutti, sanno riconoscere l’aria cantata alle prime note, vi è Carmen.

Carmen, di Georges Bizet, è un’opera tragica in quattro atti, liberamente tratto dal romanzo Carmen di Prosper Mérimée, andò in scena per la prima volta all’ Opéra -Comique di Parigi, il 3 Marzo 1875.

Siamo talmente catturati dalla sua musicalità e dalla trama rocambolesca, che tutta la nostra curiosità di contemporanei la spendiamo per documentarci sull’opera e conosciamo ben poco del compositore stesso.

La profondità e la complessità psicologica dei personaggi, – Carmen la zingara voce da mezzosoprano, don José il sergente voce da tenore, amante di Carmen, Escamillo torero voce da baritono, corteggiatore di Carmen e rivale di don José, Micaela innamorata di don José voce da soprano e sua amica fedele – hanno fatto di quest’opera un vero capolavoro tanto innovativo nell’ intreccio della storia da apparire scandaloso. Non vi sono figure di riferimento positive o negative, hanno tutti uno spessore umano reale, luce e ombra, come nella vita.

Carmen che canta l’aria di Habanera, il cui testo è scritto direttamente da Bizet, suscita in tutti noi, ancora oggi, la spontanea seduzione della fantasia, della sensualità mascherata dall’ illusione d’amore. Attraverso la rappresentazione scenica, siamo spinti emotivamente a riflessioni personali sul nostro stato attuale di vita sentimentale – immaginate l’effetto che deve aver fatto su un pubblico di fine ‘800 -. Gli spettatori alla “prima” rimasero ammutoliti al punto da ritenere l’opera sovversiva all’ordine sociale.

Bizet, così come la sua Carmen, non si aspettava un finale tragico ed imprevedibile che il destino aveva in serbo per lui, beffandolo della soddisfazione di essere riconosciuto un grande tra i grandi in vita.  Morì all’età di 37 anni, il 3 Giugno 1875, tre mesi dalla rappresentazione della prima, presumibilmente per motivi di salute, era cagionevole e soffriva di “angina pectoris”, dolore al petto causati forse da un’ischemia.

 Un arresto cardiaco improvviso, sicuramente causato da più motivi, non ultimo l’insuccesso di una vita artistica dalle alte aspettative, prognosticatogli ancora da piccolo per il suo talento geniale verso la musica e il pianoforte.

Bizet nacque in una famiglia di musicisti, la madre lo seguì nello studio del piano ed all’età di dieci anni venne ammesso al conservatorio.

Uno studio rigoroso lo portò presto a vincere delle borse di studio, fino a conseguire il premio più ambito il Prix de Rome all’età di vent’anni, garantendogli un soggiorno di cinque anni in Italia, con il compito di inviare una composizione musicale all’Accademia francese una volta all’anno .

 Il periodo in Italia fu il più felice e sereno della sua breve vita.

E’ presumibile pensare che nei suoi viaggi tra Roma, Napoli e Firenze si portò via dei ricordi, delle musiche sentite per strada, frammenti di quadri di vita che ha sintetizzato magistralmente nella Carmen, trasmettendo quella vitalità complessa fatta di contraddizioni che la vita stessa è.

Un magnifico baccano da circo” venne definito dagli orchestrali che trovarono difficoltoso seguire questa nuova partitura.

 La trama della Carmen è complessa – un dramma – che finisce con il femmicidio, – di una donna la cui unica colpa era stata quella di scegliere il proprio destino e di rimanere libera a qualsiasi costo. Questo non era sicuramente il soggetto giusto per una teatro tradizionale ed famigliare, come quello della Opéra -Comique di Parigi, tanto è che venne classificata sotto il  genere opera-comique.

La prima venne accolta freddamente e questo certamente non sostenne il povero Bizet, il quale già usciva provato da un periodo depressivo, a conseguenza della salute cagionevole, dell’affettività familiare difficile con la moglie e il mancato riconoscimento dei suoi lavori da compositore che lo costringevano a lavori alternativi come quello di dare lezione d’insegnamento musicale.

Posso solo immaginare le insicurezze profonde e l’ amarezza che tutto possa avergli causato. La musica, comporre, diveniva così  il suo rifugio privato, ed ecco che Carmen è la sua voce al femminile che esprime la disillusione di una passionalità fatta di carne e sangue che non trova riconoscimento continuativo, perché l’amore è un sentimento ribelle.

L’amore è un uccello ribelle

che nessuno può imprigionare

Ed è proprio invano che chiamiamolo

Se per lui è comodo di rifiutare

Niente lo muove, né minacce né preghiere

Uno parla bene, l’altro rimane zitto

Ed io preferisco quest’altro

Non mi dice niente ma mi piace

L’amore! L’amore! L’amore! L’amor

 L’euforica vitalità musicale che non lascia spazi vuoti e tiene il ritmo serrato si contrappone al dramma della povertà e alla crudezza delle scene di “vita reale”, in un forte contrasto che crea scandalo come solo un’altra opera era stata capace di fare la Traviata.

Carmen, seduce con la sua femminile presenza scenica, è padrona di sé stessa e non si lascia manipolare dalle debolezze dei caratteri maschili, non accettando alcun tipo di compromesso sfida la fatalità drammatica del suo destino, svelatole dalla lettura dei tarocchi. Lei è la padrona del suo corpo, del suo desiderio e della sua vita, ma nello stesso tempo è anche la personificazione di quell’amore bellicoso, tortuoso, che ti spinge nei baratri bui della tua personalità, forzandoti ad osservare cosa c’è oltre il confine dell’amore inteso come la ricerca della propria metà che completa la tua anima.

Nietzsche ha da poco trent’anni quando l’ascolta per la prima volta, ne rimane catturato.   Esultò di ammirazione definendola l’opera perfetta il cui messaggio è quello di interrogarsi sull’amore conflittuale tra i sessi, ed arriva ad affermare che Carmen:

E’ un esercizio di seduzione, irresistibile, satanico, ironico provocante. È così che gli antichi immaginavano Eros. Io non conosco nulla che si avvicini da cantare in Italiano, no in tedesco”.

Con sfacciata presunzione mi permetto di evidenziare come Nietzsche non ebbe l’opportunità di ascoltare certi tanghi o milonghe dove l’esercizio di seduzione è ”irresistibile, satanico, ironico e provocante” , aggettivi perfetti con il quale descrivere il magico connubio tra musica e poesia tanguera, una ricerca filosofica del sentimento umano tanto intenso quanto quello espresso nella lirica.

George Bizet prese ispirazione per la composizione della Habanera, da Sebastian de Iaradin con il brano “El Arreglito“, ne cambia l’armonia e diventa un capolavoro assoluto frutto d’ispirazione per altri brani musicali.

La sonorità di “Oh Sole mio“, di cui vi propongo l’ascolto musicale di Tito Schipa, riconosciuto come il primo tenore del Tango, ne è un esempio, ma non l’unico, anche per la cultura tanguera un filo rosso lega Habanera di Bizet alla milonga “Se dice di me”.

 Doveroso è l’omaggio all’ interpretazione cantata da Tita Merello.

Non sono solo, il testo e la musica frizzante della milonga a creare questo collegamento con Habanera, bensì la struttura psicologica del personaggio femminile interpretato da Tita Merello nel tango simboleggia  la stessa  della Carmen.

La milonga ha origini legate alla musicalità africana che sono ampiamente esplicitate in un bellissimo saggio scritto dalla professoressa Lisa Avanzi, la quale  ha reso usufruibile il testo tramite il portale  “socialtango” in Facebook.

In questo saggio, la Calenda, viene descritta come una danza d’amore afro – americana, di cui si ha ha la prima testimonianza dai documenti scritti nel 1805 da parte di un ufficiale inglese Marcus Rainsford, che la vide durante un suo viaggio ad Haiti. Il percorso dettagliato dell’evoluzione di questa danza descritto da Lisa Avanzi, evidenzia come sia arrivata a Cuba in un processo di contaminazione nato dagli scambi commerciali del tabacco e dello zucchero. La musica e la danza, così come il cibo e la lingua parlata, sono elementi di evoluzione ed integrazione sociale.

La migrazione di conoscenze crea contaminazione e dà vita ad ispirazioni di danze nuove che, tra Santo Domingo, Cuba, Argentina ed  Uruguay, viene definita “controdanza”.

Gli schiavi africani nell’adattarsi al contesto sociale di convivenza con i bianchi e i loro usi, modificano la loro espressione comunicativa nel ballo.

Alcune movenze diventano sessualmente meno esplicite e  viene introdotto il ballo di coppia con una forma più leggibile alla cultura europea; ottenendo in questo modo, il permesso di esibirsi alle feste popolari.

Dal 1840  Walzer, Polca e Mazurka sono ballati ovunque.

Questa volta sono i “negri” che si appropriano delle movenze adattandole ai loro ritmi e dando vita al filone della musica e della danza latino americana: rumba, samba, maxixe e tango.

La danza Habanera, secondo lo studio musicologo cubano Emilio Grenet è un’evoluzione della “controdanza”, divenuta espressione della coppia che balla unita.

Non si sa con precisione quando arrivi l’Habanera nell’area di Rio de la Plata, gli storici collocano il periodo introno al 1860.

Probabilmente si diffuse attraverso due percorsi diversi, uno con i marinai nelle classi popolari, adottando la versione più spinta, e un altro attraverso le classi agiate nei teatri, adottandone una forma più elegante e sobria per le sale da ballo.

Il ritmo del tango africano dell’ Habanera portava con sé il desiderio di libertà dalle costrizioni sociali e morali dell’epoca vittoriana.

Se Habanera ha accesso la scintilla d’ispirazione a Bizet nel 1875, niente esclude che attraverso il teatro Colon e la rappresentazione della Carmen, la sua forza passionale non abbia ispirato le più belle milonghe dei nostri tempi.

La musica è quella forma di comunicazione trasversale che ci aiuta comprendere chi siamo e dove vogliamo andare.

Buon Ballo a tutti.

Rosapina Briosa ©️

HABANERA, Georges Bizet – Carmen, Conchita Supervìa
HABANERA Georges Bizet – Carmen. Elena Obraztsova
HABANERA Georges Bizet – Carmen. Maria Callas
OH SOLE MIO – Tito Schipa
EL ARREGLITO Sebastiàn Yradier
SE DICE DE MI – Tita Merello

L’AMORE DISPERATO TRA LIRICA E TANGO: Oh mio Babbino caro e Gricel

L’amore disperato, un nome ed un aggettivo che, accoppiati, innescano in noi immagini, sensazioni e ricordi.

Chi, nella propria vita, non ha provato almeno una volta l’esperienza di un amore disperato. Ogni epoca ha i suoi riferimenti. Storie vere ricordate da testimonianze di vita: poesie, canzoni o film, tutte forme espressive di una riflessione intima, messa in condivisione per crescere e maturare nella conoscenza dell’essere umano.

Amo questa parola: “essere umano”, nel dirlo mi sento libera di non dover usare, un maschile, ma neppure un femminile.

Se immagino questo concetto di “ essere umano” come la luce con la quale mi illumino la strada della conoscenza, mi appresto a riflettere sull’interpretazione dell’amore disperato.

Due sono i testi che ho comparato, la cui bellezza è condivisibile e comprensibile sia per chi ama l’opera, ma anche per chi ama il tango:

L’aria “Oh mio Babbino” tratta da Gianni Schicchi di Giacomo Puccini e il tango “Gricel” scritta da José Maria Contursi.

Alcuni brevi cenni sono necessari per contestualizzare ed apprezzare a pieno le due proposte di confronto che ho scelto e l’attualità che, ancora oggi, conservano.

Le tematiche importanti della vita sono sempre le stesse, siamo noi attraverso la comprensione di un linguaggio emotivo, come direbbe Massimo Recalcati, a dare una risposta diversa.

Giacomo Puccini scrisse molto velocemente il Gianni Schicchi, nel 1917 a 59 anni, durante la stagione invernale nel suo Villino di caccia. È l’ultima opera della composizione del Trittico, ossia tre opere di un atto solo, in un’unica rappresentazione: Tabarro (primo atto), Suor Angelica (secondo atto) e Gianni Schicchi (terzo atto).

La storia di Gianni Schicchi è raccontata da Dante nell’Inferno, che lo colloca nel girone dei Falsari.

 Siamo nella Firenze medievale, prospera e in pieno sviluppo economico, si iniziano a distinguere i “nuovi ricchi” dalle famiglie più importanti della città, le quali si ritrovano costrette a condividere aree di potere e di influenza con i nuovi arrivati.

La Famiglia Donati, di mercanti molto ricca e molto conosciuta, si trova d’improvviso a dover gestire una situazione delicata e quanto mai complessa. E’ morto il capofamiglia, Buoso Donati ed il testamento conferma la volontà del defunto di voler lasciare tutto in mano ad un convento di frati.

I parenti disperati si rivolgono a Gianni Schicchi per la sua fama di uomo astuto e capace di risolvere qualsiasi situazione incresciosa.

Gianni Schicchi è convocato e, si presenta per l’affetto della figlia Lauretta, che è innamorata del nipote del defunto, Rinuccio.

Ben presto, Gianni Schicchi si rende conto di essere in un vero nido di vipere, viene offeso e decide di lasciare la casa. Ma le parole e la disperazione che sente nel canto della sua Lauretta lo inducono ad indugiare.

 “O mio Babbino caro,

Mi piace è bello, bello.

Vo’ andare in Porta Rossa

a comperar l’anello!

Si, si ci voglio andare!

E se l’amassi indarno

andrei sul Ponte Vecchio

ma per buttarmi in Arno

Mi struggo e mi tormento

Oh Dio, vorrei morir

Babbo pietà, pietà

Babbo, pietà, pietà”

La commozione e l’intensità del sentimento di Lauretta sono tali che Gianni Schicchi desiste e decide di aiutare la giovane coppia a realizzare con furbizia il loro sogno d’amore.

Gianni Schicchi si sostituisce allo zio morto, nel frattempo viene chiamato il notaio e dettate le volontà in base agli accordi presi precedentemente con gli eredi.

Grande è la sorpresa quando si arriva a designare il podere e la proprietà più fruttifera al suo più caro amico, e non ai nipoti. Tra beffa ed inganno Gianni Schicchi ne esce più ricco di prima. Tutta l’opera è giocata su melodie veloci e orecchiabili, per tenere il ritmo serrato della storia.

L’unica aria intensamente drammatica è quella cantata da Lauretta nella supplica che rivolge al padre, il dolore sarebbe tale da considerare il suicidio, un amore disperatamente intenso e legato ad una grande passione.

È lo stesso sentimento che viene espresso nel testo di Josè Maria Contursi verso la donna che ama appassionatamente ma non può avere, Gricel.

Quest’ultima però è una donna vera, quello che il testo descrive con parole poetiche ed una lirica musicalmente struggente, è la storia reale di un uomo e di una donna che hanno segnato la storia del Tango.

Josè Maria Contursi, figlio di un grande drammaturgo e compositore Pascual Contursi, era partito bene avendo ereditato le capacità artistiche del padre e ne fa presto buon uso raggiungendo una fama tale da essere conosciuto come “Duque de la Noche Portena”.

Giovane, alto, moro, modi gentili e parlantina poetica, aveva in mano un poker d’assi.

L’incontro con Gricel, era predestinato, la fatalità di un amicizia in comune porta una giovanissima Gricel di soli 14 anni a sperimentare l’emozione di un colpo di fulmine.

L’incontro avvenne presso la trasmissione radio Stentor, dove delle amiche di Gricel,  Gory e Nelly Omar, hanno un’ audizione e lei le accompagna.

L’incontro è breve, ma tanto era bastato, perché si creasse quell’ alchimia tale che niente poteva più essere come prima.

Josè Maria Contursi, Katunga per gli amici, è già sposato e padre di una bambina a soli 23 anni.

Da questo loro primo incontro, trascorsero diversi anni prima che si rivedessero, sarà il destino a far incrociare nuovamente le loro strade.

La necessità di riprendersi da una lunga malattia porta Maria Josè Contursi a trascorrere un periodo di convalescenza in montagna, la scelta ricade proprio sul paesino dove viveva Susana Gricel Viganò.

L’amore ha un percorso tutto suo di farsi strada negli animi umani e stolto è lo sguardo dell’uomo se si sofferma a giudicare.

Maria Josè abbandona Gricel ritorna a casa da sua moglie e suo figlio, ma il pensiero di lei non lo abbandonerà mai.

La sofferenza di questo amore disperato, sarà la vena pulsante di tutto il suo repertorio artistico.

Le parole anche qui, come per “Oh mio babbino”, perdono d’ intensità se le leggiamo lontani dalla musica.

Il canto lirico, come il tango canción è una fusione di poesia in musica.

No debí pensar jamás
en lograr tu corazón
y sin embargo te busqué
hasta que un día te encontré
y con mis besos te aturdí
sin importarme que eras buena…
Tu ilusión fue de cristal,
se rompió cuando partí
pues nunca, nunca más volví…
¡Qué amarga fue tu pena!

Non ho mai dovuto pensare a conquistare il tuo cuore, tuttavia ti ho cercata fino al giorno che ti ho trovata e con i miei baci, ti ho stordita senza che mi importasse della tua bontà.. la tua illusione fu di cristallo, si ruppe quando partì poiché mai, mai più tornai… Quanto amaro fu il tuo dolore.”

Poche volte ho letto parole cosi coerenti e oneste nel riconoscere la responsabilità delle conseguenze di quando si ama con l’anima.

Buon ascolto di entrambe le arie.

Nella diversità che noterete, vi è una completezza che porta ad una comprensione profonda di noi stessi.

Gricel – letra di Maria Jósé Conturi, musica di Mariano Mores – canta Roberto Goyeneche – orchestra tipica Atilio Stampone
Gricel Anibal Troilo, Francisco Fiorentino – traduzione Carla De Benedictis
Puccini, Gianni Schicchi – Oh mio Babbino caro, Maria Callas – direttore d’orchestra Tullio Serafin
Puccini, Gianni Schicchi -Oh mio Babbino, Monteserrat Caballé – concerto Monaco 1990
Documento Intervista

TURANDOT E PUCCINI, amare è rischiare di essere rifiutati

Turandot, l’ultima opera di Puccini è il suo lavoro più emblematico. Ogni tassello della composizione, osservato a ritroso con le informazioni analizzate e ricostruite da più storici, ci porta a notare gli intrecci tra la vita artistica e personale del Maestro Giacomo Puccini, al punto tale, che il paragone di ciò che questo componimento artistico più di altri, ha rappresentato per il Maestro, è plausibile fino a poter proporre il seguente confronto con il tango : “Turandot è la tanda perfetta, la connessione armoniosa tra anima e respiro nella musica”.

Senza saperlo Puccini cercava questo e come ogni tanguero inizia la ricerca con sé stesso nella musicalità della vita, lui che era il maestro dei maestri, si perse nella selva oscura come accade a Dante.

Il respiro della Turandot lo aveva messo difronte alle sue contraddizioni di uomo e l’artista che era in lui, avvicinandosi alla fine, sia dell’opera che della sua vita, voleva redimersi tramite il perdono.

 La consapevolezza di voler lasciare un messaggio ai posteri, un vero e proprio testamento dal duplice significato; uno musicale, di collegamento tra la chiusura di un’epoca, il melodramma lirico come fino ad allora era stato conosciuto, e l’apertura di una nuova musicalità. Un input per le generazioni future, il secondo messaggio era personale e non leggibile a tutti, ma nascosto tra la tessitura della partitura musicale e la trama del libretto; tale era la consapevolezza di tutto ciò nel Maestro da non riuscire a concludere Il finale.

L’opera era praticamente già ultimata nel Marzo del 1924, Puccini aveva portato a termine una delle arie più toccanti ed impegnative “tu che di gel sei cinta” intonata dalla serva Liù prima della sua morte.

Con il canto di addio Liù rappresenta l’archetipo dell’amore femminile, dolce ingenuo e puro, si sacrifica e rinuncia alla sua vita per Calaf.  Il gesto segna profondamente l’animo interno di Turandot dando il via al suo cambiamento interiore. A questo punto manca solo il finale, ma in 8 mesi Puccini non riesce a completarlo, questa volta è il tempo in modo inesorabile a decidere per lui.

Puccini morì all’età di 65 anni, il  29 Novembre del 1924 in modo molto repentino e del tutto inaspettato.

 A seguito di una diagnosi tumorale alla gola, da uomo d’azione e concreto quale era, intervenne tempestivamente facendosi operare a Bruxelles.

 L’operazione riuscì, ma a pochi giorni di distanza un arresto cardiaco improvviso ne causò la morte.

Lasciava 22 fogliettini scritti in ospedale, pieni di cancellature e ripensamenti, un enigma che in questi anni ha messo alla prova diversi compositori, prima di tutti Franco Alfano al quale venne dato l’incarico di completare la partitura musicale del finale della Turandot con l’approvazione di Arturo Toscanini.

 Sappiamo che prima di partire per Bruxelles, Puccini ebbe un incontro con Toscanini, testimone delle sue riflessioni ed esitazioni sull’opera, sentiva e temeva di non poterla concludere, tanto che avendo designato lui come direttore della prima, scherzando avevano concordato il finale in caso della sua morte: alla prima, dopo l’aria di Liù, l’opera si sarebbe conclusa e Toscanini avrebbe in teatro declamato il suo epitaffio.

Puccini si era reso conto analizzando la logica della trama di Turandot, seguendo lo sviluppo armonioso e consequenziale degli avvenimenti e la struttura psicologica dei personaggi, che il cambiamento di Turandot era troppo repentino e non era neppure sincero l’amore di Calaf. Questa disarmonia l’avvertiva anche nell’espressione musicale, tant’è che non era soddisfatto.

Entrò in crisi, lui attento osservatore del libretto e profondo conoscitore del mondo femminile. Le donne le aveva amate denunciando l’ipocrisia di una società borghese che non riconosceva a loro diritti e protezione concreta, (basti pensare alle trame di Butterfly, Manon Lescaut). Si rese così conto che lui stesso stava tradendo l’essenza stessa di Turandot.

Turandot è tradita da tutti e la sua crudele freddezza viene enfatizzata da superbia e distacco, sono strumenti che utilizza per proteggersi, creando un distacco dissociativo tra lei, il suo intimo e gli altri.

E’ tradita da suo padre che non le riconosce il diritto della scelta di non amare.

E’ tradita dal suo popolo che non la comprende, la teme, per la sua sete di morte.

E’ tradita da Calaf che l’ama nonostante veda nella sua bellezza la sua crudeltà e neppure davanti all’atto più vile che lei compie, togliere la vita ad un’altra donna, la serva Liù, rinuncia a lei.

Liù, una figura femminile, pennellata musicalmente con una delicatezza tale che per quanta tecnica e genialità Puccini avesse, può nascere solo da un sentimento riconosciuto e provato per un’altra donna in vita da lui stesso. Liù ama segretamente, profondamente e con consapevolezza Calaf, al punto tale di anteporre la felicità di lui alla sua, non rivelando il suo nome e nel silenzio accetta la sua morte.

E’ innegabile il legame tra il personaggio di Liù e la figura femminile di Doria Manfredi, la giovane cameriera accolta in casa Puccini ancora ragazzina, crescendo diventa una giovane donna, bella e affettuosamente legata alla famiglia che l’aveva accolta. Possiamo immaginar che provasse per Puccini, probabilmente un sentimento di puro innamoramento, tanto intenso quanto sincero. Non ci è dato di sapere se contraccambiato o no, sappiamo però che la gelosia e gli abusi psicologici di Elvira, la moglie di Puccini, portarono la giovinetta all’età di 20 anni al suicidio.

l legami tra Puccini, Elvira e Dora, sono estremamente sovrapponibili all’intreccio di emozioni che l’uccisione di Liù da parte di Turandot provoca, legando così i ruoli dei personaggi principali, Calaf, Turandot e Liù alla stessa vita reale di Puccini.

Nasce probabilmente da qui la grande difficoltà, tutta interiore con se stesso, di terminare l’opera.

 Turandot / Elvira é tradita da Puccini, che nel mistero della favola enfatizzato dall’ambientazione orientale, imperniata da simboli esoterici, la rende prigioniera di se stessa: traumatizzata al punto tale di vivere come flash-back la violenza perpetuata nei confronti di una sua ava, come sua, non le concede l’indipendenza psicologica dalla figura maschile.

Turandot è prigioniera della volontà maschile, come lo era Elvira, al punto tale che per potersi liberare deve diventare crudele, la sua è una prigione dorata. Se Calaf vincesse la prova di svelare i tre enigmi diverrebbe il suo nuovo guardiano, da qui la lotta interna di Turandot.

Turandot non si salva da sola, attraverso un percorso di consapevolezza e di maturità dei sentimenti, affrontando le sue paure e comprendendo che il “qui e ora” non è il passato.  L’ amore di Calaf, non è un amore liberatorio e maturo, manca il pentimento di Calaf, (manca il pentimento di Puccini), riconoscersi come uomo egoista che ha voluto nel proseguire la sua scelta d’amore o di ambizione, non tener conto delle conseguenze: il sacrifico della vita di Liù. Amare significa rischiare di essere rifiutati, è il passaggio di maturazione culturale e sociale necessario per riconoscere la vera indipendenza alla donna.

 Rispettare il suo rifiuto.   Questo è il messaggio rivoluzionario che come ultimo omaggio, Puccini se avesse potuto avrebbe scritto, un’aria cantata da Calaf, dove dichiarava il suo pentimento e si assumeva la responsabilità della morte di Liù, come lui forse era riuscito a perdonarsi all’ultimo della tragedia di Doria, riconoscendo che attraverso il suo comportamento aveva spinto Elvira ad un amore ossessivo nei suoi confronti.

Questo anello mancante, che oggi come Rosaspina e come donna mi sento di ipotizzare, darebbe una lettura ed un’armonia diversa al finale, toglierebbe allo spettatore quella sensazione di “vissero felice e contenti”, espressa troppo velocemente e in modo troppo superficiale, tramite termini che non appartengono a Puccini.

La maturazione di Turandot, da gelida Principessa a compagna di vita, passa attraverso un profondo rinnovamento e nasce da due eventi importanti: il pentimento di Calaf (nell’opera manca) e il sacrifico di Liù.

Sono essi a far si che Turandot non tema più l’altro, non lo veda come una minaccia, riuscendo così a riconosce la sua fragilità umana. Questo è il passaggio spirituale e psicologico che Puccini intuisce nel letto di morte cerca di trascriverlo musicalmente in quei famosi 22 fogli.

Un messaggio rivoluzionario nell’essenza stessa, avrebbe colpito al cuore un concetto di mascolinità, dove l’uomo è visto positivamente se ama e dichiara la sua passione, senza tener conto delle conseguenze (tradimenti, delitti d’onore, matrimoni imposti, rapimenti e violenze sessuali nascoste), avrebbe portato a riflettere e far tremare una società come non lo era stato neppure con la figura di Pinkerton in Butterfly.

Da qui in poi la trama si ricollega perfettamente, però c’è un “ma”, l’ultimo mistero nel mistero, quello al quale non potremmo mai dare una risposta se non come atto di fede.

C’è un “ma”, che appare all’ ultimo istante, se l’amore è autentico, e questo lo è, tra Turandot e Calaf lo é, ha la forza di quel passaggio di crescita che nasce solo dal confronto su un piano di parità tra uomo e donna.

Lo sguardo che si rivolgono l’un con l’altra è autentico ed il bacio che si scambiano avviene su un piano di reciproco perdono, hanno mentito a se stessi, hanno mentito agli altri, ma ora possono avviarsi insieme uguali nella luce che porta serenità e pace.

Vi è un tango il cui testo poetico parla di un amore non riconosciuto perché offuscato dal divenire della vita, racconta nelle sue parole un amore reale, difficile ed intenso che vi racconterò la prossima volta.

Gricel

Vi anticipo il testo delle parole in Italiano perché incornicia perfettamente questo post e getta una ulteriore luce nel legame tra poeticità lirica e poeticità tanguera.

Non ho mai dovuto pensare
a conquistare il tuo cuore
tuttavia ti ho cercata
fino al giorno che ti ho trovata
e con i miei baci ti ho stordita
senza che mi importasse della tua bontà…
la tua illusione fu di cristallo,
si ruppe quando partì
poiché mai, mai più tornai…
Quanto amaro fu il tuo dolore!

Non ti dimenticare di me,
della tua Gricel,
mi dicesti baciando
quel Cristo
ed oggi che vivo nella pazzia
perché non ti ho dimenticato
neanche ti ricordi di me…
Gricel! Gricel!

Mi mancò dopo la tua voce
ed il calore del tuo sguardo
e come un pazzo ti ho cercata

ma mai ti ho trovata
ed in altri baci mi sono stordito…
Tutta la mia vita è stata un inganno!

Che ne sarà, Gricel, di me?
Si è la legge di Dio
perché le sue colpe ha già pagato
chi ti ha fatto tanto male.

Come sempre buon ascolto e buona visione.

Rosaspina Briosa – Un tango con il tenore – © Tutti i diritti riservati

Ghena Dimitrova – Puccini, Turandot – “In questa reggia (Turandot)”
Renata Tebaldi – Puccini, Turandot – “Tu che di gel sei cinta (Liù)
Mario Del Monaco – Puccini, Turandot – “Nessun dorma (Calaf)”
El Polaco Goyeneche – letra Jose Marìa Contursi , Gricel

FONTI:

Fonti:

Michele Gerardi Giacomo Puccini: l’arte internazionale di un musicista italiano

Michele Gerardi Turandot: l’ultimo esperimento di Puccini

Articolo di Michele Bianchi : Dalla Turandot di Gozzi/Schiller/Maffei alla Turandot di Giacomo Puccini – (promoLucca Editrice, Lucca 2006, pp15-30)

Altervista: sempre libera Turandot di Puccini: l’opera senza fine, la fine dell’opera.

LA SPERANZA IN UN ABBRACCIO, TANGO ROYAL 2022 GENOVA

Palazzo della Borsa, sala delle grida. Genova

Oggi parliamo di associazione, perché la parola stessa evoca gli anticorpi più naturali prodotti dalla mente umana per salvaguardare e proteggere l’entità dell’uomo stesso, dalla disumanizzazione e dalla rinuncia a vivere una vita di emozioni. L’associazione è quella forma di rivoluzione gandhiana che nel silenzio cambia il corso di un fiume, è un vigoroso senso di appartenenza e ottimismo contagioso più forte del Covid stesso.

L’analisi etimologica della parola, ci aiuta a comprendere il significato, dal latino associare, composto da “a”; – verso e “socius”; – compagno, alleato.

Alleato, è il termine con il quale mi sento di presentare la persona di Alessandro Uccello che in qualità di socio benemerito, si è fatto carico di promuovere ed organizzare l’evento “La speranza in un abbraccio” tramite l’organizzazione Cuore solidale, al fine di raccogliere fondi per l’Associazione Alzheimer Ligure.

Non c’è niente di più terribile che provare la sensazione di soffocamento del vuoto, perché privati dell’abbraccio e dello sguardo di un altro essere simile a te, sei inchiodato dalla voragine del silenzio.

L’Alzheimer è una malattia degenerativa, che priva gradualmente la capacità di compiere quei gesti quotidiani della vita e mette a dura prova la comprensione dei familiari, l’amore, il rispetto, la devozione e le persone care, per accudire i propri malati, rinunciano a godere della libertà di disporre di sé stessi.

L’associazione Alzheimer Liguria nata nel 1993, ha fatto sua la missione di far conoscere i problemi legati alla malattia, cercando di aiutare i familiari dei malati, offrendo gratuitamente servizi di assistenza domiciliare, corsi di auto-aiuto, incontri informativi e una serie di iniziative volte a non privarli di questo abbraccio.

Chi, se non il “tango” poteva indossare i panni dell’ ambasciatore del mondo e divulgare attraverso il suo abbraccio la risposta all’isolamento fisico, affettivo e mentale.

 Tango Royal, è l’evento in programmazione per il 2021 al palazzo della Borsa sala delle grida Genova.

Tangueri e non, non potete non esserci!

La presenza con il vostro abbraccio e la libera donazione, sarà determinante, non solo per un aiuto concreto ai familiari attraverso la raccolta delle offerte, ma anche a tenere viva la speranza di una Italia progettuale, portatrice di uno stile di vita alternativo, dove la musica, la bellezza prevalgono sull’informazione mediatica effimera.

 Tanti sono gli artisti che arricchiranno queto evento, offrendo anche in questo periodo così difficile per loro, solidarietà gratuita. Non si può creare arte se non si ha la capacità di sognare e di donare.

Una maratona di tango che inizierà alle 9:00 e terminerà alle 3:00 del mattino del giorno dopo, un susseguirsi di iniziative, il cui filo conduttore è il tango in tutte le sue multiformi espressive:

artisti, atleti, maestri, musicalzador, studenti, ballerini, fotografi, tecnici e scrittori aderiscono con genuino entusiasmo.

Cuore solidale ha un motto: “aiutare chi aiuta fa bene al corpo e alla mente”.

Alessandro Uccello è una persona carismatica che ha saputo cogliere e riconoscere con lo sguardo chi ha il suo stesso entusiasmo per la vita ed ama e rispetta il tango profondamente – perché consapevole dei benefici che esso porta nella vita di chi ha la fortuna di praticarlo.

Le associazioni che hanno aderito ad oggi sono le seguenti:

La Bien Porteña A.C.S.D. Genova diretta da Romina Godoy 

L’ Accademia del Tango Genova diretta da Flor Labiano e Hernan Rodriguez

Pasos del Alma A.S.D. Genova diretta da Nicoletta Albrizio e da Fernando Trombetta

Arabesque A.S.D. diretta da Angela Quaquarella & Mauro Rossi ANyMA Garbagnate Milanese (Mi)

Lo storico Francesco Pedone Genova

L’ Associazione culturale Incantevole Aprile diretta da Patrizia De Franceschi eTino Giuseppe Jacovino Chiavari

Alessandra Costa e Massiliano Fontani Associazione Cad.e.t. (CBA) Genova

Delia Bellotti Genova

Maura Camozzi e Amedeo Monfradini Trezzo sull’ Ada Milano

Maria Eugenia Deanna Lesta e Santiago de Leon scuola creationtango Torino

La giovane Irene Trenzas Natali Genova

LuTango Genova  ph Luca Florenzano

Cuore Solidale Genova coordinatori Angela Lucerna & Alessandro Uccello 

Mauro Antolini (volontario) Genova

Amo Bailar A.S.D. Genova diretta da Simone Malatino e Daniela Aureri

L’ Associazione culturale Tangoinzago Inzago (MI) diretta da Colombo Ombretta e Rino Ferrara

La coppia  Sabrina Cordone e Stefano Mazzoni

El Huracan (tdj)  Torino

Paolo Monty Cesaretto (tdj) Genova

Luca Florenzano (tdj) Genova

Il Salone delle Feste Borghetto Santo Spirito (SV) di Gigi Cavanese

L’ A.N.M.B. sezione Liguria Presidente Silvia Foschia 

L’ Associazione Alzheimer Liguria  Presidente Giampaolo Cassinari 

 Nei prossimi giorni attraverso interviste mirate, ci sarà data l’opportunità di conoscerli un po’ più da vicino, così che quando ognuno di noi avrà modo di vederli di persona durante la manifestazione, non sarà intimorito a presentarsi e porre le domande che Rosaspina non avrà fatto.

Vi lascio tre le braccia di Pablo Neruda un vero tanguero dell’anima e vi aspetto Sabato 24 Aprile con la prima l’intervista programmata a Romina Godoy .

Rosaspina Briosa – Un tango con il tenore – © Tutti i diritti riservati

Pablo Neruda, La magia di un abbraccio
Intervista Alessandro Uccello
2019Milonga solidale La speranza in un abbraccio

TEATRO COLÓN l’anima dell’Argentina: LIRICA e TANGO

Teatro Colón

Vi è un luogo, dove lirica e tango si incontrano, si comprendono e si rispettano.

Le prime pietre ne forgiano il carattere e la bellezza, simulacro di quella architettura rinascimentale italiana, fatta di linee eleganti ed equilibrate, che ci hanno resi famosi nel mondo dal Bernini al Palladio.

Parlo del Teatro Colón di Buenos Aires, la cui realizzazione fu iniziata nel 1889 per opera di due architetti Italiani, Francesco Tamburini e Vittorio Meano, che ne vedono la nascita, ma non la realizzazione finale, completata nel 1908.

Il teatro Colón trasuda passione ancor prima della sua progettazione, quasi che il destino dell’uomo che ne disegnò la prospettiva architettonica, Vittorio Meano, con la sua vita rocambolesca e passionale, fosse predestinato a lasciare il suo nome legato a quelle pietre.

 Un avvincente romanzo storico “C’era un italiano in Argentina”, scritto da Claudio Martino e Paolo Pedrini, delinea non solo un’epoca storica e catapultandoci nella Argentina di fine ‘800, ma fa luce ad una vera storia di intrighi, potere, soldi e tradimenti dietro alla costruzione del Teatro Colón pari all’omicidio di  Michele Sindona per il crack del Banco Ambrosiano dei giorni nostri.

Francesco Tamburini, noto ed apprezzato architetto in Argentina, durante una visita a Torino ha modo di apprezzare i disegni innovativi di Vittorio Meano e lo invita a partire con lui per l’Argentina.

Meano accetta di buon grado, perché questa nuova vita gli permette di coronare il suo sogno d’amore, parte con la compagna Luigia che, pur di seguirlo, abbandona marito e figlio. Possiamo solo immaginare il dolore straziante dell’abbandono del figlio che quella donna provò allora in una società che non solo la condannava moralmente per aver scelto la propria felicità, ma le precludeva addirittura il diritto di madre; i figli erano tutelati per legge come proprietà del padre.

La bellissima Luigia parte con Meano, non sapendo a quale tipo di vita sarà destinata, probabilmente non immaginava che presto Meano avrebbe raggiunto grazie al suo talento, il successo sociale e uno stato di ricchezza ragguardevole.

 La morte prematura di Francesco Tamburini nel 1891, causato probabilmente dal forte stress dovuto al tracollo finanziario per la crisi inflazionistica che colpi l’Argentina, lascia Vittorio Meano a capo dello studio di architettura più importante di Buenos Aires.

L’ architetto Meano, modifica ed apporta migliorie sostanziali al progetto iniziale di Tamburini, si avvale della collaborazione per i lavori della impresa di costruzioni Ferrari che dopo pochi anni fallisce. Responsabile dei lavori maneggia i fondi destinati alla costruzione e li distribuisce, il sospetto di illeciti si fa strada, la stampa e l’opinione pubblica chiedono chiarezza.

Ne nasce un processo che lo vede unico imputato e responsabile di corruzione complessiva.

Oggi lo definiremmo un sistema di tangenti.

Meano non ci sta, lo fa capire probabilmente ai suoi amici di merenda, poco dopo, lo scandalo, assassinato per mano dell’amante della bella Luigina.

Una storia di passione dove il coltello è l’arma con la quale si regolano i conti tra uomini, avrà infiammato l’opinione pubblica distogliendo l’attenzione sui possibili politici corrotti, un dramma verdiano, amore tradimento e sangue, un richiamo alle storie cantate dal tango, questo è il sangue che scorre nelle vene del Teatro Colón.

Le linee intrecciate delle vite parallele di questi invisibili protagonisti, sarebbero andate perdute nell’oblio della storia, se non fosse per il certosino lavoro di ricostruzione storica di Pedrini e Martino.

Alla morte di Vittorio Meano nel 1904, subentra l’architetto Julio Dormal che porta a termine i lavori rispettando i disegni di Meano, sia per il teatro Colón che per l’imponente Palazzo del congresso che accoglie il Parlamento Argentino.

Nel 1908 i lavori sono conclusi, seppur non definitivamente; proseguiranno negli anni successivi, arricchendo il teatro di decorazioni pittoriche. Ciò nonostante il teatro con i suoi 2487 posti, è pronto ad accogliere i più grandi artisti nella sua meravigliosa sala con 7 ordini ed un’acustica tra le migliori del mondo, frutto di calcoli precisi, del materiale utilizzato e di un gioco di spazi, rifrazioni. Nessuno aveva previsto un risultato simile.

Un sogno si realizza, il teatro assume per l’intera Argentina il valore della rinascita, rappresenta il suo riscatto sociale e nell’immaginario collettivo è la fenice che risorge dalla povertà.

Questa ora si presenta all’ Europa ed al resto del mondo con il volto di una nazione colta e ricca.

La prima assoluta è il 25 Maggio 1908. L’Aida di Giuseppe Verdi, diretta da Luigi Mancinelli, la quale sarà anche l’opera più rappresentata negli anni a seguire.

Il programma lirico di apertura è degno dei più prestigiosi teatri internazionali, grazie alla collaborazione artistica manageriale dello Stin (Società teatrale internazionale) fondata nel 1908, per contrastare la crisi profonda che l’opera stava attraversando in quegli anni, dei più bei nomi della cultura artistica presente in Italia: Ettore Mascagni, gli editori Sozogno l’agente Walter Mocchi e Emma Carelli.   Si creò una rete di collaborazione con i teatri di maggior prestigio estero. Lo scambio delle compagnie tra l’Italia ed il Sud America, diventa un business internazionale, gettando le basi di una collaborazione proficua  tra Il Costanzi , la Scala , Il Colón, l’Operà Comique e l’ Operà di Parigi.

Questo è lo scenario con il quale il teatro Colón diventa il tempio della lirica.

Il Colón è argentino, è espressione di un forte sentimento nazionale e le sue porte si aprono da subito anche al tango.

Nel 1910 si ballava all’interno del Colón per Carneval e  la banda comunale diretta da Alfonso Paolantonio nel suo programma inserì anche dei tanghi. Questi eventi ricorrenti crearono le basi per il “Grande Festival artistico”, che dal 1928 in poi sdoganò il tango definitivamente venendo riconosciuto ed apprezzato nella sua forma artistica e poetica.

Nel 1931 una gara di canto dette il titolo di “regina del tango” a Libertad  Lamarque, voce splendida, la sua interpretazione di “El dia que me quieras” rivaleggia e tiene testa con le più belle voci di oggi e di sempre, come Mercedes Sosa e Susana Rinaldi.   Attendo con curiosità l’ascolto di voci nuove che sappiano con profondo equilibrio trasmettere la poeticità di questo testo, una voce come quella di Lucia Conte, potrebbe stupirci.

Da lì in poi, fu un susseguirsi sul palco del Colón le più belle orchestre di tango, Francisco Cannaro, Miguel Calo, Juan D’ Arienzo, Carlos di Sarli, Julio de Caro,  Mariano Mores e tanti altri.

Nel 1964 venne presentato lo spettacolo “Tango” con Anibal Troilo, come figura centrale, lasciò il pubblico letteralmente senza fiato; ma l’ovazione più forte che il tango ancora oggi ricorda nel tempio della lirica è per Pugliese quando nella esibizione del 1985, all’età di 80 anni incantò con la grazia del suo magnetismo ed una platea intera si alzò in piedi all’urlo “ Al Colón”.

Per concludere, il 10 Marzo 2021 il Teatro Colón ha riaperto le sue porte per omaggiare il rivoluzionario del tango “Piazzolla”.

Che augurio mi faccio? Quello di poter assistere allo sdoganamento del Tango anche in Italia, la possibilità di apprezzare la sua voce grazie all’acustica perfetta dei nostri teatri lirici.

Buon Ascolto!

La vostra Rosaspina.

Rosaspina Briosa – Un tango con il tenore – © Tutti i diritti riservati

Aida di Giuseppe Verdi – Teatro Colón 1968 -Carlo Bergonzi e Martina A rroyo
Anibal “Pichuco” Troilo
Libertad Lamarque – El dia que me quieras di Carlo Gardel
Susana Rinaldi – El dia que me quiera – di Carlo Gardel
Osvaldo Pugliese – Desde el Alma – concerto 1985 teatro Colón

Fonte :

Professore Matteo Paoletti : Mascagni, Mocchi, Sonzogno Società Teatrale Internazionale (1908-1931) e i suoi protagonisti

European Musical Heritage and Migration.

Articolo di Paola Mildonian del 26 Settembre 2003

Articolo del 17 Gennaio 2016  “Il signor nessuno a Buenos Aires.”

Paolo Pedrini e Claudio Martino

http://www.vivilargentina.com/signor-nessuno-buenos-aires/

Rivista Wam articolo Columa de tango: El teatro Colón

http://www.revistawam.com/columna-tango-duo-la-vida-2-2/

https://teatrocolon.org.ar/es/historia

LA LIRICA D’AMORE NEL TANGO E NELL’OPERA AL TEMPO DEL COVID

La lirica d’amore è un concetto che l’uomo da sempre ha cercato di capire, analizzare ed esprimere. L’umanità intera si è consumata nella ricerca degli elementi fondamentali dell’innamoramento che ne fanno scattare la combinazione, perfino la chimica è arrivata a definire la composizione degli attivatori ormonali, perché alla fine è di questo che stiamo parlando: la lirica, non è altro che quel processo di innamoramento poetico in cui il testo del canto ci induce a perderci.

 “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” Dante, l’Infermo.

L’ascolto dell’opera e del tango, come in tutte le cose della vita, si possono approcciare con diversi livelli di attenzione e molto dipende dalla intensità e dal coinvolgimento con il quale desideriamo conoscere qualcosa.

Si può ascoltare sia l’opera che il tango, abbuffandosi alla sua tavola, fermarsi ad un appagamento dei sensi, dato dalla bellezza della musica, il canto, la recitazione e l’ambientazione. Potremmo immaginarci di essere lupi affamati, ingolositi dalla elaborata preparazione artistica della “mise en place”, la tovaglia di broccato, la porcellana di Limoges, i bicchieri di cristallo, oppure una preparazione più rustica, ma accattivante, genuina, dove il cibo è esposto con il piacere goliardico di esaltarne la convivialità.

Ci si può fermare qui ed abbiamo già elementi più che a sufficienza per crearvici intorno un vero business commerciale.

Ahimè, come sempre i business commerciali stanno in piedi se ci sono dietro gli artisti. Prima di tutti gli scrittori, siano essi poeti, musicisti, giornalisti o persone che come me  si dilettano a dare forma ai pensieri, pensieri che creano ed innescano movimenti di riflessione.

Al seguito degli scrittori si aggiungono uno alla volta altri personaggi, gli interpreti, i registri, i coreografi, i costumisti, gli addetti alle luci del suono, gli spettatori per l’opera, i ballerini per il tango, gli addetti alla sicurezza, al trasporto delle merci.  In altre parole, il flusso economico di un sistema di mercato, che risponde alle regole della domanda e dell’offerta.

Il primo anello di questa catena di ricchezza e prosperità economica è lo scrittore, senza di esso non partirebbe niente.

Eppure oggi è il più bistrattato dal sistema stesso.

L’ironia della vita al tempo del Covid, dove la disponibilità della parola visiva data dal contatto è diminuita per le restrizioni imposte di assembramento, la scrittura sta rifiorendo.

Se lo scrittore non riesce con leggerezza a portarci verso l’obiettivo, in tempi rapidi, perdiamo la concentrazione e l’interesse, con una semplice pressione del dito chiudiamo la pagina.

Lo stesso accade con il testo della canzone del tango e dell’opera, se non ci addentriamo nel comprenderli, perdiamo il vero potenziale evolutivo che entrambi hanno, come nel non terminare la lettura di un articolo.

La capacità che ognuno di noi ha, di far propria una riflessione e di rielaborala in base al suo vissuto, è la chiave di comprensione per trovare le risposte giuste per la nostra storia di vita di fronte allo smarrimento della solitudine, della morte, della fame. Emozioni che in tempo di Covid sono tornate presenti nella vita di molti di noi.

Emblematici sono i casi raccolti dalle testate giornalistiche e televisive sulle testimonianze di persone che alla ricerca di risposte ad un malessere interiore si rivolgono a “personaggi ambigui” che sfruttano le debolezze personali.

Non c’è bisogno di tutto questo, i testi poetici del tango e dell’opera, ci potrebbero aiutare in un percorso d’ intima riflessione a porci le domande che abbiamo evitato a lungo e, magari a trovare delle risposte.

Nel tango e nell’opera lirica, il messaggio d’amore è comune e comprensibile a tutte le culture, è espressione fisica, terrena, nella sua sessualità, del qui e ora, si dilata nella sfera emozionale della lirica poetica, dove l’anima, la parte intangibile dell’uomo, lasciata libera, esprime il meglio o il peggio di sé; diventano così le parole il lume che indica l’uscita dal tunnel della disperazione, oggi potremmo dire dalla depressione.

La complessità dell’artista è muoversi all’interno di questi due confini rimanendo in equilibrio, in modo tale da garantire la “pagnotta” tutti i giorni, ma nello stesso tempo non perdere di vista l’obiettivo, una visione d’opportunità di cambiamento.

È con questo invito vi propongo due testi diversi, ma simili, leggerli da soli e ricercare le similitudini e le immagini che vi suscitano l’ascolto della musica è un approccio diverso per assaporare il bello della vita.

Per la lirica, vi propongo le parole di Medora nell’ opera di Verdi, “Il corsaro.”

Tra Medora e Corrado, capo dei corsari, vi è una relazione di profondo amore, ma l’ambizione ed il desiderio di lui lo portano ad allontanarsi a rischiare la propria vita.

Medora lo supplica di rimanergli accanto perché teme il suo non ritorno, sente che la sua vita senza di lui non ha valore. Questa aria intensamente drammatica è da monito; rivela la pericolosità di rimanere prigionieri di pensieri ricorrenti, dove immaginiamo ciò che non è accaduto e non corrisponde alla realtà. Restando in balia dei propri sentimenti al punto che sarà Medora stessa a rendere reale il dramma, suicidandosi perché aveva anticipato la morte di Corrado.

Egli non riede ancora! (romanza di Medora)

“Egli non riede ancora!
Oh come lunghe, eterne,
Quando lungi è da me, l’ore mi sono!

Arpa che or muta giaci,
Vieni, ed i miei sospiri
Seconda sì, che più veloce giunga
Il flebile lamento
Al cor del mio fedel, sull’ali al vento.

Non so le tetre immagini
Fugar del mio pensiero,
Sempre dannata a gemere
All’ombra d’un mistero:
E se di speme un pallido
Raggio su me traluce,
E passeggiera luce
Di lampo ingannator.
Meglio è morir! Se l’anima
Se ‘n voli in seno a Dio;
Se il mio Corrado a piangere
Verrà sul cener mio:
Premio una cara lagrima
Chieggo all’amor soltanto,
Virtù non vieta il pianto
Per chi moria d’amor.”

Per il tango, vi propongo “ Toda mi vida”  tango del 1940 , scritto da Jose Maria Contursi, musica di Anibal Troilo e cantata da Roberto Goyeneche.   La traduzione del testo in lingua italiana è a cura di Carla De Benedicts, tratto dal suo libro Parole, Parole, Parole di Tango.

Toda mia vida

“Oggi, dopo tanto tempo

senza più vederti, né parlarti,

già stanco di cercarti

sempre…sempre…

Sento che sto morendo,

lentamente, perché mi hai dimenticato

 e sulla mia fronte fredda

 non lascerai più i tuoi baci.

So che mi hai amato molto

Tanto… tanto come io ti ho amato!

Però in cambio io ho sofferto

molto… molto più di te!

Non so perché ti ho perduta,

neanche so quando fu,

però accanto a te ho lasciato

tutta la mia vita.

E oggi che sei lontana da me

e sei riuscita a dimenticare,

sono un passaggio della tua vita…

niente di più!

Mi manca così poco

Per andare con la morte…

I miei occhi già non devono vederti

Mai… mai!

E se un giorno per colpa mia

Una lacrima hai versato,

perché mi hai amato tanto

so che mi perdonerai!”

Che dire, gli studi psicoanalitici, da Frued a Jung, concordano tutti nell’affermare che sia l’inconscio a governare la parte conscia e la consapevolezza di questo ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi, chiediamoci dove vogliamo andare   e sapremo risponderci chi siamo.

Buon ascolto.

Rosaspina Briosa – Un tango con il tenore – © Tutti i diritti riservati

María Callas – Verdi, I corsari – Egli non riede ancor…
Aníbal Troilo, Toda mi vida – Roberto Goyeneche

BENIAMINO GIGLI CANTOR DE OPERA E ALBERTO PODESTA’ CANTOR DE TANGO: il respiro del canto espressione di passionalità popolare

Beniamino Gigli – Alberto Podestá

Beniamino Gigli per il bel canto lirico italiano e Alberto Podestá come cantor del tango sono tra le voci più belle e rappresentative che abbiamo avuto.

Nelle leggere le biografie di entrambi, ricche di aneddoti, ho colto alcuni tratti in comune nel loro percorso di vita, al punto tale che mi è venuta spontanea l’idea di immaginarli, seduti al bar, come due nonni a parlare di nipoti.  Sicuramente, si sarebbero piaciuti.

Tutti e due ricevettero alla nascita un grande dono: la voce.

 I bambini crebbero in un ambiente amorevole, ma povero. Fu, la figura materna per entrambi a riconoscere il loro talento, e a nutrire una fiducia incondizionata nella loro voce, che li sorresse fin dai primi passi, rafforzandone l’autostima. Questo contribuì a formare nei ragazzi, un’immagine positiva di sé stessi, alla quale poter attingere per affrontare le avversità della vita.

A 18 anni Beniamino Gigli è solo a studiare a Roma, ha vinto la borsa di studio che gli permette di accedere alla accademia di Santa Cecilia, una delle più antiche istituzioni musicali al mondo. Non ha altri mezzi di sostentamento, sono anni difficili, il maestro Rosati, suo insegnante, lo stima e lo segue assiduamente, curandone minuziosamente la preparazione artistica riconoscendo, da subito, in lui grandi doti.

 Nel 1905 si presenta, senza nessun appoggio, al concorso esordienti per giovani cantanti lirici di Parma, e su 105 concorrenti, lo vince. Le qualità naturali della sua voce, educata nello studio rigoroso di quegli anni, lo portano presto al massimo successo.

Alberto Podestá, non ebbe un percorso di studio musicale confrontabile con quello di Beniamino Gigli. Egli studiò solo fino alla prima media, ma non meno bella è la sua voce.  Il primo esordio fu in tenera età, cantando le canzoni di Carlo Gardel in uno spettacolo radiofonico per l’infanzia “ Rayto del Sol “,  al quale partecipò con il il suo insegnate, ottenendo, un tale successo da venir soprannominato dal pubblico “Gardelito.”

Anni dopo, lo sentì cantare per caso, il duo comico “Buono – Striano,” che intuendone le potenzialità, lo invitò ad andare a Buenos Aires e stabilirsi lì fisso, se avesse voluto tentare la fortuna e percorrere la strada del canto.

Ha solo 15 anni, quando conosce nel locale “Parabase” il musicista Migule Calò, che lo scrittura per la sua orchestra, ma sarà il passaggio contrattuale con Carlos di Sarli a 18 anni a dare una svolta alla sua carriera artistica. Da quel momento abbandonerà il nome di Alè, Alejandro Washington e per tutti sarà conosciuto come Alberto Podestá.

Il percorso artistico è segnato da continue collaborazioni con diverse orchestre, anche se con Carlo di Sarli manterrà sempre un canale preferenziale, intuisce che per crescere bisogna sperimentare e mettersi in gioco come Cantor e Compositor. Alberto Podestá non è uomo da tirarsi indietro di fronte a una sfida con sé stesso o con il destino.

 Ascoltando i brani di queste due splendide voci, alternandole, anche se ad alcuni potrà sembrare una proposta inappropriata, non si può non riconoscere la continuità e l’unicità del loro suono, data da una rigorosa padronanza del respiro e dalla espressione del canto, decorata dalla perfetta dizione che nella propria lingua natale entrambi hanno.

 La loro voce è sempre avanti, questa è la mia sensazione nell’ascoltare i loro brani, ed il suono delle parole chiaro al punto tale che tutti possono seguirne il testo.

Nella Masterclass del 55 che Gigli tenne a Vienna, davanti ad una domanda sulla dizione, postagli dalla platea di studenti, che pendono in totale ammirazione, Gigli non esita a rispondere.

La questione non dipende dalla buona volontà dello studente, né dalla capacità dell’insegnante, ma dalla conoscenza della lingua Italiana e la capacità di gestire le cinque vocali. Per pronunciare correttamente la parola “che io muoia” … dà tutto un altro pathos al canto. Ridare la centralità alla lingua italiana è un dono e un compito che per natura appartiene agli Italiani e fa dell’Italia la culla del bel canto.

La lezione, a cui mi riferisco e che invito ad ascoltare al link qui allegato, continua e si sviluppa intorno a tematiche ben note agli appassionati di canto come, il peso del respiro e quanto questo sia la pietra miliare su cui poi si studia e si imposta la voce. Trovare il proprio equilibrio è l ‘obiettivo di ogni cantante nel padroneggiare l’utilizzo o il non utilizzo del diaframma, diventa il fulcro attraverso il quale l’artista governa la sua voce.

Lo stesso accade anche per il cantor del tango, ma più in generale la respirazione ha un’importanza centrale persino per i tangueri.

 Nella respirazione dell’abbraccio e il diaframma crea la connessione che i ballerini nell’ascolto dei loro corpi percepiscono. Il movimento iniziale della spinta nel tango, è così simile come mi immagino dover essere per il cantante l’emissione della prima nota. Il respiro è la porta che si apre.

La passionalità nel canto, quel calore per il quale le persone si animano di vita propria, superando la timidezza e la riservatezza personale, nasce da questo respiro profondo, che è sia tecnica, sia anima. Il respiro dà vita al canto, alla danza, genera spontaneamente un vortice di sinergia che coinvolge tutti, senza guardare distinzioni tra opera e tango.

Beniamino Gigli, per la lirica e Alberto Podestà, per il tango riuscivano a creare questa magia.

Magia che grazie all’incisione non è andata persa e che, tuttora, possiamo cogliere.

Buon ascolto.

Rosaspina Briosa – Un tango con il tenore – © Tutti i diritti riservati

Masterclass 1955 Vienna
Beniamino Gigli – Donizetti, L’ elisir d’ amore – Una furtiva lagrima
Orchestra Carlos di Sarli, Alberto Podestá – Volver a vernos
Orchestra Miguel Calò, Alberto Podestá – Vuelve el amor
Beniamino Gigli – Tango Marion

Note :

Ricordo , di Beniamino Gigli, video tratto da Almanacco 1965

L’ Italia in musica seconda parte tra le due guerre 1918-1945

Tango, il romanticismo e le passioni di un cantante storico e la sua orchestra Corriere Roma. corriere.it

Alberto Podestá todotango.com

La Nacion Murió Alberto Podestá