LA LEZIONE DI TANGO “Feuilleton de Rosaspina” – Episodio IV

Episodio IV

I giorni si susseguivano, uno accanto all’altro in una ripetitività come solo lo scorrere del tempo può generare: l’attesa del giorno nuovo.  

Elena, si rifugiava nel tango, rappresentava una bolla nella sua quotidianità esistenziale che le permetteva di fermare il tempo.

L’attrazione ed i giochi di sguardi precedevano l’euforia pre mirada; è sottile il confine tra complicità di coppia e amore per il tango.

Ridacchiava ed ammirava con un velo di sarcasmo quelle tanguere che pur non essendo più giovani, si trasformavano nelle braccia del partner al punto da non poter più dare loro un’età.

Quel tipo di sicurezza derivava solo ed unicamente dalla femminilità di ogni donna porta dentro di sé.

Talune ne avevano talmente in abbondanza che neppure si rendevano conto dell’effetto che provocavano; queste rare ballerine, rimanevano inconsapevoli del loro potenziale. Spesso ballavano al di sotto delle loro capacità, non osando mirare o contraccambiare lo sguardo con coloro che definivano bravi.  La scelta di rimanere nella loro zona confort, le proteggeva dalla delusione di provarci.

Che spreco, si disse tra sé e sé, l’autostima è fondamentale.

Un sorriso amaro le increspò il labbro pensando a Francesca, non le mancava l’autostima, eppure, anche lei, non voleva vedere la vera natura di Marco.

Marco è un bluff!

Il giorno della resa dei conti si stava avvicinando sempre di più.

Lo aveva capito da come ultimamente ballavano in milonga e presto nel gioco delle coppie, si sarebbero ritrovati a rimescolare le carte … niente era destinato a rimanere come sembrava.

L’ estate con le sue lunghe notti, la carezza dell’aria fresca, l’inganno delle stelle predisponevano gli animi ad incontri talvolta fugaci, raramente autentici, ma quando questo accadeva faceva tremare le fondamenta anche della coppia apparentemente più stabile.

Non è vero che il tango inganna, eppure porta a confondere ciò che non si vuol riconoscere.

Il bip del suo cellulare l’avviso dei messaggi in arrivo su WhatsApp.

Sorrise, si divertiva a tenere vivo l’interesse di più uomini, ognuno non collegato all’altro, in modo tale che le possibilità che si incontrassero o condividessero amicizie o passioni comuni era praticamente nullo.

Aveva una preferenza accentuata per quelli fuori regione, le permetteva di vederli con meno regolarità, riuscendo a mantenere vivo la curiosità verso di loro.

Il guaio vero era che pochi riuscivano ad intrigarla con una conversazione ricca al punto tale da farle scattare il desiderio di approfondire la conoscenza.

Ahimè quello era il suo limite grande… al terzo incontro quando le cose stavano prendendo la piega giusta e tra una risata profonda e dell’allegra euforia, regalo di un buon bicchiere di Amarone, accadeva quasi sempre una caduta di stile, talmente inappropriata da rivelare tutta l’arroganza maschile, così ben camuffata da un accentuato narcisismo, al punto che si chiedeva se non fosse meglio essere un po’oca e scopare di più.

Ma ecco che il retaggio culturale, invece di aiutarla sostenendola a ragion veduta, di non perdere una , che erano le ultime cartucce, fregatene e concludi la serata, tutte le volte le faceva l’auto sgambetto…

Si ritrovava a girare le chiavi nella toppa di casa, tutta sola.

Ridendo si toglieva le scarpe e gettandosi nel letto quasi vestita, ripensava ancora a quella prima volta dopo la sua vedovanza, aveva bevuto talmente tanto che a forza di farlo ridere, gli era diventato piccolo e non avevano concluso più niente.

 Si erano addormentati abbracciati.

Si guardò allo specchio con uno sguardo nuovo e si chiese, se anche lei non facesse parte di quelle poverine che fino a pochi minuti prima aveva scanzonato.

Si guardò allo specchio, aveva poco seno per attizzare, la vita sottile e le gambe lunghe, le garantivano alla sua età una figura ancora armoniosa e slanciata.

Non si stupiva degli sguardi accesi nei suoi confronti, quello di cui si meravigliava, ora ripensandoci con calma, era che benché riconoscesse la sua passionalità femminile, al punto tale da comprendere di desiderare un uomo, poi di fatto non riusciva ad instaurare una comunicazione che perdurasse oltre il periodo canonico dei due mesi. Come se ci fosse una tacita regola non scritta tra il “gentil sesso maschile”, che allungare il periodo dei due mesi, avrebbe provocato una paralisi fulminante alle articolazioni inferiori ed il cervello sarebbe andato in pappa. Addirittura sembrava, che l’emotività affettiva, sprigionata dall’intimità fisica di due persone, non dovesse superare lo strato protettivo intimo dell’anima, altrimenti era la fine.

Una volta attivato il processo dell’innamoramento, il rischio di creare una dipendenza emozionale era talmente alto, tanto quanto la persona difronte a te risplendeva di sincero affetto.

Gira che ti rigira il tango visto da questa prospettiva diventava catalizzatore di energie cariche di erotismo, infiammando le fantasie di taluni e portando in milonga una brezza di euforica confusione.

Ma veramente il tango è in grado di allontanarti da ciò che ti è più caro?

La sua mente, come un filtro della macchina del caffè, tralasciava solo ciò ritenuto corretto: un insieme di valori e convinzioni, il resto, rimaneva ben nascosto.

 Il persistente bip del cellulare le impose l’attenzione su dinamiche familiari più complesse.

Uscì dal bagno guardando l’orologio, lo sguardo oltrepassò quel disordine distribuito in modo uniforme, i vestiti indossati la sera prima spiegazzati adagiati un po’ sulla poltroncina e un po’ a terra.

Le scarpe invece non si ricordava che fine avessero fatto, ecco, una si intravedeva da sotto il letto, ma l’altra?  Percorse la stanza senza trovarla fino all’ angolo della scrivania dove una catasta di libri, ogni giorno si alzava sempre di più, storcendosi come la torre di Pisa.

La situazione sarebbe stata recuperabile, se avesse perso meno tempo dietro ai suoi pensieri, avesse fatto andare le mani invece che rincorrere i ricordi.

L’occhio scanzonato e di sufficienza con i quali i suoi figli erano soliti a commentare quello stato di cose, la catapultò nello sconforto di sentirsi una madre inadeguata.

L’ansia fece capolino, inducendola a muoversi nel più breve tempo possibile, almeno le lenzuola e far cambiare l’aria, “la stanza con i letti in ordine ha subito un altro aspetto” era solita a dirle su nonna.

Nel tirare le lenzuola, sentì le mani rugose di sua madre, accarezzavano le sue, nella semplicità di quel gesto, rivide per un breve attimo la stanza di sua madre come la sua, anche lei da giovane donna osservava e giudicava.

Vedova, non divorziata, un’eccezione alla sua età e tra le sue amiche si riteneva fortunata, aveva potuto preservarne il profumo dei fiori di arancio, e dalla distruzione la terra calpestata, giorno dopo giorno, aveva riassorbito la perdita del dolore.  I ragazzi un faro nelle notti più buie. 

Matteo rientrava da una vacanza con gli amici in campeggio e Stephy da Ferrara. L’ affitto del monolocale la costringeva a continue piccole economie, aveva rinunciato all’auto pur di vivere in uno spazio tutto suo.

Si era trasferita da un anno a Ferrara , per completare il dottorato   in poliambulanza nel reparto pediatrico, ultimo arduo step, fatto di sacrifici e rinunce, senza quelle tranquillità sul futuro e l’aiuto economico dei genitori che la sua generazione aveva goduto.

 Stephy sarebbe arrivata in stazione per le 13:00 realizzò tutto di colpo.

La sua spinta affannosa nel coprire con la mente tutte le mancanze sottolineate dai suoi ragazzi le si rivoltò contro in una smania di compiacere; cercava di recuperare una metodicità che non le apparteneva.

I cinque minuti necessari per finire un lavoro, diventavano dieci di ritardo su quello successivo e il rincorrersi delle lancette l’avvisavano del limite che si era data.

 Alle 12:30 avrebbe dovuto trovarsi in macchina se voleva assolutamente arrivare puntuale.

Nell’azionare la macchina, l’orologio sul cruscotto segnava le 12:40.

Traffico, il cellulare iniziò a squillare. “Pronto, ciao Mamma”

“È arrivata?”

“Sto andando a prenderla in stazione, ti chiamiamo noi..”

“Si, va bene , aspetto. Baci”

Doveva riconoscere che sua madre aveva due grandi capacità: la prima, chiamarla sempre nel momento di maggiore tensione tra la partenza o l’arrivo. La seconda capacità mantenere una serena accondiscendenza sugli imprevisti della vita, ed un innegabile tocco contorto nel farti sentire in colpa ed inadeguata, tanto quanto l’inconsapevolezza di questo suo atteggiamento, aveva finito di minare il loro rapporto, al punto che un meccanismo di dipendenza affettiva, giocato sulla sudditanza dei ruoli aveva garantito alcune certezze a sua madre a discapito della sua sicurezza.

Chi con forza affermava che l’amore materno è sempre e solo protettivo e benevolo, lo guardava con perplessità, non esprimeva una parola, in coscienza sapeva che sarebbe andata incontro ad una conversazione sterile.

Già tanto era comprenderlo da sola, per non riproporlo, nel fagocitante gioco al massacro nella comunicazione familiare con i suoi figli, impossibile metterlo in discussione con gli estranei.

La mente e il cuore possono parlarsi? Si chiedeva Elena aspettando sua figlia.

“Mamma, ciao, come stai?”

 Stephy era sciupata, le piangeva il cuore quando la vedeva spenta. A ventisette anni dovresti sorridere sempre.

“Sei magra,” nel dirlo Elena si morse il labbro.

“Guarda non iniziare, sono appena salita ma faccio presto a scendere e chiedere a Laura se posso stare da lei.”

“Ma, no cosa dici è che sono così contenta di vederti, ho già tutto pronto a casa”.

“Matteo dovrebbe arrivare a momenti. Perché non lo chiami? Cerchiamo di capire tra quanto arriva”.

Stefania, la guardò di sott’occhi prese la sigaretta se l’accese.

“Posso? Ti dà fastidio?”

“ Ma no, apri il finestrino. Il viaggio dura poco, ma dovevi proprio fumare ora?”

“Se ti dà fastidio spengo” nel dirlo schiacciò la sigaretta.

Ogni volta che la vedeva, le si stringeva lo stomaco, solo il suono della sua voce lo percepiva come aggressivo, la mortificava, ogni parola implicava un giudizio mascherato di disapprovazione nei suoi confronti. Si girò ad osservarla, le mani stringevano con forza il volante e lo sguardo fisso sulla strada segnavano un volto stanco almeno quanto il suo. Ma che cazzo aveva fatto? Si domandò.

Elena non capiva, ma perché aveva dovuto sottolineare in quel momento il fatto se fumava o no in macchina sua? Che cosa voleva dimostrare? Non poteva accettare che sua figlia vivesse la sua vita come voleva? Doveva per forza mascherare le sue domande. Eppure ci doveva essere un altro modo per comprendersi, la felicità ha senso solo nel momento che la condividevano, ma tra loro non c’era una vera condivisione.

Le emozioni sovrastavano la sua capacità di ascolto, un ascolto dell’altro che il tango ben le aveva insegnato, lasciarsi andare nel respiro.

Cos’è fare tango? Non è forse tango parlare senza parole?

Il silenzio, non è necessariamente il vuoto, crea chiarezza e nel percepire l’aggressiva esclusione dell’altro, comprendi il confine protettivo di te stesso.

Qualunque cosa lei avesse fatto in passato per creare una protezione simile in sua figlia, non avrebbe rinnegato la sua responsabilità ma la capacità di andare oltre comprendere e lasciare andare era qualcosa che poteva insegnare a se stessa e a lei non con le parole ma solo con l’esempio. 

Vi sono degli attimi nella vita di ognuno di noi dove smettiamo di diventare figli per evolverci in genitori ed è quando ci riconosciamo fragili.

Mi voltai e le sorrisi.

“Possiamo riprovare? “

“Non lo so mamma, credimi lo vorrei tanto, ma tu sei perpetuamente lo schema di te stessa”.

Entrammo in casa e qualcosa di veramente insolito ci attendeva, Matteo aveva già buttato la pasta e la stava scolando.

Ci guardò entrambe: “Giusto in tempo, belle donne sedetevi a tavola che ora vi servo subito.”

Stehpy , gli andò incontro un bacio veloce sulla guancia “Stai bene fratellone, le vacanze ti hanno donato”.

Mi guardai intorno, mi morsi il labbro, la cucina non era proprio come l’avevo lasciata ed il mio arrosto era rimasto in forno con le patate.

Mi azzardai a dire. “Avevo già preparato tutto.” Mi bloccai, improvvisazione, contaminazione e inclusione …. forse significava mettersi a tavola, ridere, bere e gustarsi la pasta anche se fosse stata scotta e soprattutto esclusa dal mio programma di dieta.

“Ma è mille volte meglio venir servita, l’arrosto lo teniamo per questa sera..”

“Io non ci sono, sono a fare un ape cena in centro con i miei amici” Matteo, mi guardò aspettandosi da me la solita replica … ma come sei appena tornato a casa ed esci nuovamente…

Stefania aggiunse “Sono a cena a casa dei genitori di Manu”.

“Direi che ora mangiamo la pasta prima che si raffreddi e all’arrosto ci pensiamo domani “.

La carbonara veniva proprio bene a Matteo, si sentiva la cucina con il cuore, vederli seduti accanto a me, anche solo per quei dieci minuti tanto era la fretta che avevano di mangiare velocemente per poi ognuno ritirarsi nelle proprie stanze.

No, non avrei lasciato quella voce malinconica disturbante, lasciarmi reinterpretare la realtà del presente con le lenti dell’amarezza. No, non ci sto, amo me stessa, amo la mia vita e amo i miei figli perché abbiano la loro.

Il cellulare suonò, riconobbi la suoneria di Francesca.

 Risposi: “Cara ho i ragazzi a pranzo ci sentiamo dopo”.

“Un attimo solo, ti ho inviato diversi messaggi, stiamo prenotando per stasera andiamo tutti in Villa Balestri, Milonga con ape cena sei dei nostri?”

Sorrisi, talvolta le cose si incastrano nel modo più imprevedibile, ripensando a come tutto può cambiare in un attimo, la percezione della vita, l’intensità della morte, l’accettazione folle di essere innamorati ci vuole un atto di armoniosa fede verso noi stessi.

“ Si sono dei vostri”.

Astor Piazzolla bambino e la storia di “Maria de Buenos Aires”: LA VISIONE DI STEFANIA PANIGHINI

Regia, scene, costumi di Stefania Panighini

Astor Piazzolla fu anche lui un bambino, per capire l’artista occorre percorre i sassolini bianchi lasciati dal fanciullo… e per farlo bisogna saper ascoltare e guadare le cose solo come un bimbo può fare.

Tra bambini il linguaggio è immediato: tanto crudo quanto delicato.

Una contraddizione nata dal percorso di maturità che il bambino deve compiere per diventare una persona consapevole degli altri, per vivere all’interno di una società sana, direbbe l’osservatore adulto, uno schema istintivo dalle connotazioni inconsce, da osservare, specchio delle dinamiche familiari e sociali, direbbe lo psicologo, ma l’artista, che ha mantenuto lo sguardo di bimbo, riderebbe di tutto ciò.

L’artista porterebbe la sua visione, nello stesso modo Stefania Panighini ha dato la sua lettura di questa “operita”, Maria de Buenos Aires, come Astor Piazzolla e Horracio Ferrer, amavano definirla.

Partirò cercando di descrivervi un Piazzolla bambino, per arrivare a raccontarvi di Maria de Buenos Aires e del perché, tra le tante rappresentazioni andate in scena quest’estate, in commemorazione dei 100 anni di Piazzolla, abbia scelto quella della regia ed i costumi di Stefania Panighini.

Il 27 e 28 Agosto a Jesi, in piazza Ferdinando II con il perfetto cast di voci: il mezzo soprano Giuseppina Piunti, nel ruolo di Maria, il baritono Enrico Maria Marabelli nella parte di El Payador e Davide Mancini nei panni di El Duende, sarà possibile assistere ad una delle ultime rappresentazioni programmate per quest’Estate 2021.  Il cast di voci, con la regia musicale e scenica raggiunge un pathos coinvolgente.

Astor Piazzolla nasce nel 1921 a Rio de la Plata, l’estuario formato dall’incontro dei due fiumi, Uruguay e Paraná, con l’Oceano Atlantico, traducibile come “fiume dell’argento”.

I suoi genitori sono immigrati italiani, Vicente Piazzolla originario di Trani in Puglia e la madre Assunta Manetti originaria di Massa Sassorosso in Toscana.

Da piccolo si trasferisce a New York tanto da conoscere meglio l’inglese e trova difficoltà ad esprimersi in spagnolo.

E’ un bambino vivace ed istintivo, la passione musicale è già lì, al punto che di notte scappa da casa con un amico polacco per andare ad Harlem al Cotton Club ad ascoltare l’orchestra di  Cab Calloway ed ha solo 9 anni!

In casa il padre appassionato di tango ascolta sempre i dischi di De Caro, Pedro Laurenz  e tanti altri,  lo indirizza da bambino allo studio del bandoneón regalandogliene uno.

Studia musica classica, Bach lo prende per mano e le sue agili dita riescono a suonare il bandoneón come se fosse un piano; Jazz, Bach, i suoni del tango, tutto è mescolato all’interno della sua mente in un ordine ancora non prestabilito, come quando davanti ad un terrina vuota da bambino ti viene data la possibilità di creare un dolce nuovo: uova , farina, zucchero, burro e lievito quanto basta.

La fatalità del destino, l’incontro con Gardel e la sua partecipazione al film El dia que me Quiera, una piccola particina, lo strillone di strada, ma tanto basta perché scattasse una scintilla tra i due, parole d’incoraggiamento a non abbandonare lo studio musicale e piccoli ingaggi che lo mettono in contatto con il mondo artistico del tango e lentamente la liricità poetica si fa strada silenziosamente nell’anima porteña di Astor.

La famiglia Piazzolla fa ritorno a Rio de la Plata nel 1937 , Astor studia a Buenos Aires vive la città , vive il suo tempo, il peronismo e la sua fine,  l’inizio del golpe da parte dei militari e gli anni a seguire fino a quando lascia l’Argentina per l’Europa.

La città di Buenos Aires è in pieno cambiamento culturale, come lo è il tango, sempre di più abbandonato a se stesso, assopito in un angolo di una sala vuota, dove alle prime luci dell’alba, risuona in lontananza le ultime note di un bandoneón.

Maria de Buenos Aires nasce il 1968 in questo clima di grandi fermenti, è la poesia musicale che negli anni si è fatta strada nel cuore di Piazzolla, dove solo un bambino puro poteva trovare la soluzione per creare un equilibrio nuovo di sonorità, jazz, swing, tango e musica sinfonica.

Operita, sta alla Turandot di Puccini, un passaggio che divide in due parti tutto quello che era il mondo lirico prima della Turandot, da quello che venne in seguito, come altrettanto si può dire di Maria de Buenos Aires, segnò il tracciato per quello che oggi viene definito opera-tango.

La musica precede la Letra de Horacio Ferrer di quasi un anno.

La simbiosi tra le due parti è incredibile, se si pensa come la nascita delle opere liriche avvenisse in strettissima collaborazione tra il Maestro e il suo librettista, qui non accade, eppure la sintonia è totalizzante.

Maria de Buenos Aires simboleggia le traversie e le violenze che in quegli anni Buenos Aires stava vivendo, ed il tango se è il sangue di questa città, si trasforma rinasce o sopravvive nella sua ombra, come un fantasma si evolve in qualcosa che solo la struggente malinconica passione sa riconoscere. 

La messa in scena originale di Maria de Buenos Aires vede la partecipazione degli autori diretti come interpreti e produttori. Il primo debutto è nella Sala Planet della città di Buenos Aires l’8 Maggio 1968.

Il cast era formato da Horacio Ferrer, poeta del testo lirico nel ruolo del recitatore el Duende, Amelita Baltar come Maria ed Héctor de Rosas nel resto dei ruoli maschili, un bandoneón , Astor Piazzolla e dieci musicisti. La mancanza di denaro aveva imposto la scelta per un cast ridotto rispetto all’idea originale.

Lo spettacolo ha un debutto con “tutto esaurito”, ma non ottiene l’approvazione, anche se la critica ne scrive bene.

È un fallimento dal punto di vista economico e lascia gli autori con grossi debiti.

Lo sguardo perso, mai come in quel momento, Piazzolla deve aver assaporato l’intensità di una scelta di vita, il cui messaggio profondo risiedeva nella convinzione che la musica altro non era che la chiave di lettura di una vita per l’umanità possibile e migliore.

La partenza per l’Europa, aprirà una strada nuova alla compagnia di artisti che si muoverà con lui e la sua Maria prima bambina, poi donna e poi fantasma risuona e ricorda, nelle note nostalgiche del tango, che è sempre viva.

L’ Europa, il pubblico europeo meno legato alla tradizione musicale argentina è pronto ad accoglierlo a braccia aperte.  Due sono le grandi protagoniste che  si alternano nel ruolo di Maria, prima  Amelita Baltar e poi Milva la Rossa,  incontrerà il favore del pubblico riscuotendo un riconoscimento univoco.

La trama si sviluppa su due tempi nell’arco di un’ora e mezza.

Ogni tempo è incorniciato all’interno di 8 quadri, creando una simmetria sia musicale che visiva.

Prima parte:

1- Alevare

2- Tema de María (instrumental) 

  aggiunta yo so maria

3- Balada Renga para un Organito Loco.

4- Milonga Carrieguera.

 5- Fuga y Misterio (instrumental)

 6- Poema Valseado

 7- Tocata Rea

8- Miserere Canyengue de los Ladrones Antiguos en las Alcantarillas

 Seconda parte:

9-Contramilonga a la Funeral por la Primera Muerte de María.

 10-Tango del Alba (instrumental)

11- Carta a los Árboles y a las Chimeneas.

12-Aria de los Analistas.

13-Romanza del Duende.

14-Allegro Tangable (Instrumental)

15-Milonga de la Anunciación.

16-Tangus dei

Maria è il filo conduttore con il  quale Piazzolla esprime tutto se stesso, i ricordi della sua infanzia, l’amore per le donne, la sua terra e la sete di libertà

Maria nasce in un sobborgo povero di Buenos Aires, è una giovane operaia onesta, ingenua è sedotta dalla voce ipnotica della città e del tango.

Yo so Maria, è l’aria con la quale si presenta, una fusione di musicalità e poeticità romanticamente vitale, richiama il ricordo musicale di West Side Story, Maria, il sogno americano, di giustizia e amore il sogno argentino di libertà e amore, entrambi spezzati dalla realtà.

Maria diventa cantante e prostituta, è fiera come lo era Carmen, è lei padrona del suo destino e forse per questa impudenza viene condannata a morte dai tenutari dei bordelli.

Dopo la morte di Maria, il suo fantasma si muove in una città divenuta a sua volta lo spetro di se stessa. La sua vera identità, violata ripetitivamente sotto il regime militare, è andata persa.

Lo spettro di Maria si innamora di un folletto, che altro non è che un poeta, da questo amore non può che rinascere una nuova Maria, una nuova Buenos Aires, un nuovo tango.

Maria de Buones Aires – E.I.B.

Perché la regia di Stefania Panighini ha suscitato in me un interesse particolare?

Tre sono le ragioni:

Una visione femminile sulla regia che pone attenzione al dettaglio scenico come introspezione ed il riconoscimento di una capacità logica organizzativa, che il mondo teatrale, ancora oggi, fa fatica a riconoscere alle donne.

Là dove, solitamente la violenza è rappresentata con crudezza quasi palpabile, la Panighini sceglie di cogliere la delicatezza nel dolore violato del ruolo della donna : madre, figlia, amante, prostituta, Buenos Aires diventa il simbolo dell’intera umanità.

L’ atmosfera magica ricreata dai costumi e dalle scene, ci trasporta in un mondo fiabesco, nel quale l’opera stessa prende vita; la magia, una nuvola, il cui compito è solo quello di rendere accettabile la realtà dell’inaccettabile.

La coproduzione con il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, con il Teatro Pergolesi Spontini di Jesi e con l’Ente Luglio Musicale Trapanese ha reso possibile questo innovativo progetto, al punto che per la prima volta la Fondazione Pergolesi Spontini rende l’opera accessibile a non vedenti/ipovedenti e non udenti/ipoudenti con un servizio di audio introduzione, audiodescrizione e soprattitoli, in collaborazione con la professoressa Elena di Giovanni https://www.fondazionepergolesispontini.com/lirica/opera-accessibile

La regista Stefania Panighini lei stessa ci spiega come:

” In Maria de Buenos Aires l’uso della metafora e della poesia rendono l’opera una magia. L’ambientazione scelta è volutamente povera per sottolineare il contesto in cui è nato il tango, ma ha il sapore dei film di Fernando “Pino Solanas“, scomparso l’anno scorso”.

30.06.2021

“Un tuffo nella poesia profonda, nel mondo del chiaroscuro del tango, un carpiato all’indietro proiettato verso il futuro, il debutto di Eléna sulle scene, il modo più bello di festeggiare i miei primi quarant’anni!”

Una produzione che mi auguro possa girare nei più bei parchi e teatri Italiani e viaggiare per l’Europa, portando quell’aria di freschezza: una visione di coerenza ed impegno, un nuovo femminile che sa porsi all’attenzione del grande pubblico internazionale.

In bocca al lupo Stefania Panighini !

Vostra Rosaspina Briosa ©️

Stefania Panighiniph. Giulia Magrin

http://www.stefaniapanighini.it

https://www.facebook.com/stefaniapanighini

Regista d’Opera

https://www.operabase.com/artists/stefania-panighini-16116/it

Stefania Panighini

Astor Piazzola – Horacio Ferrer, Maria de Buenos Aires – Regia e costumi di Stefania Panighini
Astor Piazzolla – Horacio Ferrer , Maria de Buenos Aires – Ana Karina Rossi , “Maria de la Anunciacion”
Astor Piazzolla Horacio Ferrer, Maria de Buenos Aires – Milva, “Yo soy Maria”
Leonard Bernstein, West Side Story – José Carreras, “Maria”

http://operagiocosa.it/content/maria-de-buenos-aires-2021

http://lugliomusicale.it/maria-de-buenos-aires.php

https://www.fondazionepergolesispontini.com/eventi/maria-de-buenos-aires-stagione-lirica-2021/

Opera Giocosa – Intro “Maria de Buenos Aires

Fonte:

García Brunelli

Omar “La obra de Astor Piazzola y su relación con el tango como especie de música popular urbana

Proyecto final de “Licenciatura en Artes del Teatro / Escenografía” Alumno : Nicolás Deheza

 Septiembre 2014

https://www.todotango.com/historias/cronica/112/La-amistad-entre-Gardel-y-Piazzolla

Laura Escalada, Piazzolla intervista rilasciata a  Bluarte del 22/02/2008  a cura di Antonella Iozzo

Vittoria Maggio articolo del  23/10/2017

https://www.dancehallnews.it/donne-e-tango-maria-de-buenos-aires/

Massimo Maugeri articolo scritto per AGI del 11/03/2021

“Piazzolla, il genio che stravolse la tradizione per farla rivivere”

16/06/21 La Stampa.it

17/06/21 http://www.connessiallopera.it

AlqamaH.it 05/07/2021 “Maria de Buenos Aires: l’opera-tango di Astor Piazzolla sarà in scena al rinnovato Teatro Giuseppe Di Stefano

igv.it Cent’anni di modernità: l’essenza del genio di Piazzolla celebrato “Contaminazioni Liriche Festival 20.21 Fortezza del Priamar ..”

Roberto Cucchi iteatridellest.com

Video LIS Maria de Buenos Aires

LIRICA E TANGO: LA CENTRALITA’ DELLA DONNA

endlessChiC

Quando decisi di intraprendere questa piccola ricerca sulle prime ballerine della storia nel tango argentino, mi aspettavo di trovare indicazioni sul web con facilità.

La convinzione mi nasceva dal percorso e dall’evoluzione della figura femminile nella lirica, nel bellissimo libro di Renato Tomasini “Le divine” è ampiamente documentato, quanto queste abbiano da subito avuto un ruolo e riconoscimento importante, come questo sia evoluto con la storia della musica e dell’opera.

La possibilità di far emergere e riconoscere i talenti femminili, nella storia dell’umanità è da sempre un percorso ad ostacoli, solo oggi, si inizia a comprenderlo, nascono dibattiti culturali, libri e mostre per cercare di salvare e valorizzare la memoria artistica e scientifica di grandi donne.

Nelle arti come la pittura, la composizione musicale, la scultura, l’architettura e la scrittura, si è quasi scientificamente voluto perdere e nascondere le prove storiche della capacità di talune, per proteggere e non rivoluzionare un sistema sociale, religioso e culturale, nel quale la cultura maschile, patriarcale era predominante.

Ma negli anni ’70 le discussioni più accese tra gli adulti a tavola e tra (maschi e femmine) bambini erano difendere le proprie posizioni di ruolo, di capacità intellettuale e predisposizioni naturali verso la scienza piuttosto che l’arte. Il concetto accettato era il diritto allo studio alle donne, ma le vere capacità geniali erano nell’uomo.

 Nella lirica, il ruolo delle donne confrontato ad altri campi dell’arte, è stato più semplice ed ha avuto un riconoscimento e legittimazione immediata, forse perché nell’immaginario collettivo la figura della Divina si sovrapponeva a quello delle Sirene di Omero.

Il materiale storico e bibliografico a nostra disposizione è notevole già a partire dal 2 Maggio 1589 nella sala degli spettacoli degli Uffizi, l’aristocrazia festeggia le nozze di Cristina di Lorena con il granduca Ferdinando con un grande spettacolo poetico musicale, di cui abbiamo testimonianza storica dettagliata.

Gli intermezzi musicali, a cui tutti attendevano di assister, avevano una duplice funzionalità, intrattenere ed inviare un messaggio politico culturale: Il potere della musica sulla civilizzazione umana, un ritorno ad un’età aurea garantita dai Medici, sotto il dominio delle arti.

Un messaggio molto attuale, quando leggiamo e ascoltiamo trasmissioni nelle quali si parla di un nuovo rinascimento italiano: dare forza e sostegno a quei progetti in cui la cultura, la valorizzazione del bello, possano essere il motore trainante alternativo alle logiche dell’economia globalizzata.

La prima figura scenografica era quella dell’ Armonia Doria, leggermente sospesa su una nuvola nel cielo blu, apparve la dea Minerva cantò con una voce celeste, Vittoria Archilei resterà nella memoria del tempo come colei della quale ha avuto origine il vero modo di cantare delle donne”, la voce femminile diventa interprete musicale creando una simbiosi tra ascolto e visione.

Non inganniamoci, dall’ apparente libertà della donna nel teatro, “le cortigiane oneste” erano quelle che praticavano la professione del teatro, ovvero stavano sullo stesso piano delle cortigiane di altro rango Veneziane e a quelle della Roma pontificia e cardinalizia, che raggiungevano fama e potevano esercitare i loro talenti solo con lo scopo dell’intrattenimento attraverso la poesia, il canto, la composizione musicale e la retorica. Ancora oggi il peso di queste convinzioni sono modelli di riferimento nelle relazioni sociale e lavorative, condizionano la carriera professionale artistica del mondo femminile.

 Il mondo maschile difficilmente accetta la condivisione ed il riconoscimento di pari capacità e opportunità con il mondo femminile, lo stesso accade nel mondo del tango, inizialmente ancora più marcato per il ruolo delle donne contestualizzato come semplice “follower” come  compagnia di facili costumi del maschio, nei bar, nei caffè e nei postriboli del porto. L’immagine femminile ne esce totalmente penalizzata e il ballo è considerato costumato e licenzioso.

Bisognerà attendere, lo sdoganamento dell’ alta Borghesia, l’interesse profondo del duca Luigi Amedeo di Savoia, grande appassionato di tango, (tanto che la Stampa di Torino riporta il 15 Dicembre 1913 un grande evento in onore del duca dove si ballò il tango), infine il nulla osta papale, di cui abbiamo ben cinque versioni documentate dello stesso evento in periodi e con papi diversi, certo è che il ballerino Casimiro Ain ballò il tango davanti al Papa. Tanto il ballo suscitava scandalo da richiedere l’intervento papale per tranquillizzare i vescovi e legittimarlo!

Se le prime donne della Lirica sono citate come “Divine”, le prime ballerine di tango non stanno su un libro di letteratura, ma su quello della cronaca giudiziaria. In un diario del 1862 si leggono i nomi di Catalina Barsolo e Francisca Diaz, esse furono arrestate perché stavano ballando e “cortando”, questo era vietato.

Chissà come se la ridono oggi, vengono ricordate nei manuali mentre, delle signore dell’alta borghesia di allora nessuno sa assolutamente nulla.

La storiografia  del  tango, dal suo sdoganamento morale da parte della borghesia e del  clero, riporta diverse testimonianze  artistiche al femminile che hanno dato un contributo all’evoluzione musicale, nel ruolo di cancionistas (cantante professionale) Rosita Quiroga morta nel 1984, conosciuta come il Gardel al femminile, scoprì il tango intorno ai 25 anni, non amava esibirsi in pubblico tanto che si ritirò presto, incidendo dischi e partecipando qualche volta alle trasmissioni radiofoniche ed ad un unico film “El canto cuenta su historia” del 1976, in piena dittatura, testimone silenzioso della pressione militare e politica che impedì la partecipazione di Mercedes Sosa .

 Altri nomi femminili risaltano nel panorama artistico,   Nina Miranda, Tita Merello   fino ad arrivare ai giorni nostri con Sandra Luna, una voce evocativa in grado di far vibrare la luce nel buio.

L’attività di compositrici e autrici di testi di tango, invece venne preclusa in modo sistematico e costante alle donne, furono innumerevoli le difficoltà incontrate da Francisca “Paquita” Bernardo (1900-1925) prima donna bandoneonista e sono risapute; visse troppo poco, a venticinque anni morì per tisi e compose solamente quindici brani, ma furono sufficienti a lasciare un segno nella musica del tango anche se non le permisero di registrare nessun disco.

Vanno ricordate la colta marchesa Eloisa d’Herbil, Rosita Melo, ” la dama del tango” Mercedes Simone  e Eladia Blàzquez  una delle cantautrici più longeve e stimate, scrisse per Piazzolla il testo di “Adios nonino”.

Desidero ricordare brevemente una grandissima artista che dette tanto al tango, ma purtroppo venne anche dimenticata nel momento del bisogno, l’Argentina in quegli anni non dimentichiamoci che stava passando il periodo più oscuro di tutta la sua storia: Azucena Josefa Maizani (1902-1970) una vita intensa per il tango, si esibì sia come  cantante che come  attrice. sieme a Gardel, da lui ammirata e stimata, ha imposto un nuovo modo di cantare il tango, aprendo le porte al periodo d’oro dell’interpretazione nostalgica dello stesso. Lasciò più di duecento registrazioni, di dove cantava con le orchestre più famose nel mondo, ciò non fu sufficiente a proteggerla dalla miseria, lavorò in locali di quart’ordine fino alla fine dei suoi giorni.

Nella lista infinita di splendide voci possiamo ricordare anche Libertad  Lamarque e tantissime altre.

La documentazione dell’evoluzione al femminile nel tango come tanguera intesa nell’espressione del ballo è nella fase iniziale meno documentata. Maria Rangola, detta “La Vasca” iniziò a ballare nel 1884 ed aprì la prima milonga, una sala da ballo frequentata da studenti, fantini gente per bene. Oggi lo stabile esiste ancora, la facciata è rimasta intatta, ma ne è cambiato l’uso commerciale, è divenuto un laboratorio per analisi. La speranza di un sogno è il recupero architettonico e funzionale di quelli che sono stati i luoghi storici e rappresentativi del tango possano venir rivalorizzati?

La tanguera viene nominata solo in quanto compagna della figura maschile, i nomi delle donne sono quelle legate a due milongueros più famosi: Ovidio Jose Bianquet “El Cachafaz” e David Undarz ”El Mocho”.

Amelia “La Portuguesa” compagna di David e ballerina calcarono assieme i più bei cabaret di Buenos Aires tra il 1915 e il 1930.

 E le ballerine legate al  El Cachafaz ?   tra il 1910 e il 1920, si alternano le tanguere Emma Boveda, Elsa  O’Connor e Isabel San Miguel ; fino all’incontro  nel 1933 con  Carmencita Calderon.

Carmencita, alla morte di El Cachafaz nel 1942, divenne a sua volta una leggenda, con lei abbiamo la prima “Divina” del tango. Il sostantivo acquista lo stesso peso e valore di riconoscimento nella Lirica, Carmencita Calderon per grazia e per carisma è la Malibran del Tango.

Maria Malibran voce indimenticabile, dolcissima ed unica, a 16 anni debutta in un concerto parigino da soprano, una bellezza sontuosa e angelica, intelligente, esuberante, discuteva con fervore e passionalità tutto quello che riguardava l’arte la musica e il canto, incarnava l’ideale romantico, era in grado di affascinare come non mai.

Cammercita Calderon ha molto in comune con la Malibran , la stessa sensibilità con la quale la Malibran governava i saliscendi della voce, Cammercita inventava ed adornava i passi di tango.

Cammercita  a differenza della Malibran, che morì a 28 anni cadendo da cavallo,  visse per 100 anni, morì nel 2005, circondata d’ affetto e sincera ammirazione.

Occorre arrivare agli anni cinquanta prima che un’altra donna venga seguita e riconosciuta leader  degli anni successivi, ribaltando il gioco dei ruoli nel tango per carisma e creatività:  Maria Nieves  è la compagna di Juan Carlos Copes, l’inventore del tango scenario.

Alla rottura della coppia di vita e artistica avvenuta dopo un sodalizio di cinquant’anni, Maria Nieves è  l’ Alma del tango, quello vero quello in cui la donna ha la consapevolezza di essere femmina e femminile, rivoluzionerà per sempre l’immaginario femminile del tango. Il film che ricorda la sua vita ed il rapporto con Juan Carlos Copes, Un ultimo tango è un piccolo grande capolavoro.

Da qui in poi, i nomi di grande tanguere, interpreti del tango sono riconosciute con la stessa valenza ed importanza dell’uomo, non vi è più l’etichettatura di follower legata ad un concetto di guida  passiva , ma di follwer come colei che con consapevolezza cede il controllo per la riuscita del ballo, nella ricerca della comunicazione e del piacere comune.

Concludo ricordando uno dei tanghi più famosi al mondo composto da una donna Rosita Melo, che scrisse il testo a soli quattordici anni, questo a dimostrazione che il tango non è uomo, non è donna, ma è sentimento reso in musica ”Desde el Alma

Buon ascolto da vostra Rosaspina Briosa ©️

El Cachafaz e Carmencita Calderón
Tita Merello “El choclo”
Maria Nieves
Gavito e Geraldine
Rigoletto, Giuseppe Verdi – Si! Vendetta Desirée Rancatore , soprano e Leo Nucci, baritono

FONTI:

Gobello Josè, 200 Mujeres y hombres que hicieron el tango, Ediciones Libertador

Tango Nuestro, Diario Popular, Buenos Aires, 1997

Josè el de la Quimera, I grandi ballerini del tango della storia

Silverio Valeriani

Tango y Tangueros

Tangologia grande guida del tango argentino di Gl Lala  Edizione Sigillo

Maria de la Vasca, Las primeras Milonga

Duca degli Abruzzi e il tango blog il 1900 sui giornali

TangoCaffe di Massimo Di Marco – L’argentina ha scelto le sue donne del XX secolo

Tacchi solitari “Tango e religone:tra storia e leggenda”

Socialtango 15 Novembre 2020, Francisca Bernardo