AMICI IN VIAGGIO: Prima puntata

IN VIAGGIO CON ROSASPINA BRIOSA

ll BLOG  “UN TANGO CON IL TENORE” ha raggiunto da poco un anno di vita.

Il Blog è nato per caso, sulla spinta di correnti sinergiche che inaspettatamente, senza nessun tipo di connessione si sono incrociate, un po’ come in fondo è accaduto per l’inizio del Big Bang, dando il via alla creazione del pianeta terra, così altrettanto ha preso forma l’idea di scrivere di tango e lirica.

La similitudine descritta è ovviamente in senso ironico, anche se il Blog è stato per la mia vita un vero Big Bang e le persone coinvolte, che hanno creduto e sostenuto Rosaspina Briosa, hanno in comune la stessa caratteristica: la forza di perseverare nei sogni.

Giuseppe Scarparo, Chiara Cecchinato,  Alessandro Uccello con Angela Lucerna, Nicoletta Santini e l’Inviato speciale in incognito, grazie !

In un mondo sempre più virtuale, dove tutto è raccontato a tempo immediato, senza più pause per assorbire e sviluppare un proprio senso critico, al punto tale che non riusciamo più a distinguere la realtà della vita da quella che ci viene raccontata, ho pensato di ringraziarli con una breve video intervista, cercando di cogliere la loro gioia per la vita.

Il primo è Giuseppe Scarparo che una mattina di Marzo, mi chiamò svegliandomi e  mi domandò: Svelta dammi un nome che sto registrando il blog per te!Così, spontaneamente e mezza addormentata il mio cuore parlò : “Un tango con il tenore

Il video che segue è il risultato di una piacevole chiacchierata sul tango con un Maestro fuori dalle righe …

Giuseppe Scarparo e Rosaspina Briosa

Donne libere nella musica

8 Marzo 2022, giornata internazionale della Donna.

Vi è un’opera, che a breve vi introdurrò, alla quale è successo, come purtroppo accade talvolta anche alle belle persone ricche di talenti, di “rimanere in panchina”, per i motivi più svariati, perché non si uniformano ad un modello idealizzato, o a causa di un preconcetto caratteriale che le ha segnate per sempre e rimangono nascoste, ingabbiate dal peso della vita.

Lo stesso è accaduto a quest’opera lirica, il cui giudizio espresso in forma fin troppo severa dall’autore, ha pregiudicato la sua leggera bellezza già dagli albori, come quando nasce un bambino e si dice: “Peccato ha preso il naso dal nonno.”

Ho scelto quest’opera, pensando a tutte le donne e quindi quale data migliore di quello di oggi: 8 Marzo.

In tanti abbiamo dedicato tempo, pensieri e piccoli gesti per diffondere la consapevolezza che un cambiamento è necessario e possibile. Occorre rendere reali le pari opportunità tra uomini e donne, perché vi sia un domani una società più eguale.

Altrettando quest’opera, come una persona dall’anima bella, può nel tempo acquisire sempre maggiore considerazione e prestigio, sedere accanto alle altre sorelle maggiori, nel tempio dell’opera, non sentendosi più la cenerentola.

Prima di proseguire a scrivere, vorrei invitare chi ama l’opera a fare questa prova seguendo le istruzioni passo per passo ed avendo fede!

Telefonino in mano, YouTube, cuffiette, scarpe da ginnastica. Liberate completamente la mente da tutto ciò di cui fino ad oggi avete letto e sentito di quest’opera.

Partite soli, in passeggiata, campagna, montagna o lago.

Lasciate che sia la musica e l’interpretazione del meraviglioso cast che vi propongo, nell’ edizione del 1966, a farvi compagnia.

Sarà la musica a raccontarvi la storia, le scene prenderanno forma davanti a voi, un viaggio verso sentimenti che ancora oggi ci segnano, gesti così femminili nei quali noi donne possiamo riconoscerci… come quando nel dialogo amoroso di seduzione… lei gli chiede: Metto il rossetto?”

Mi sorprendo tutte le volte dell’attualità drammaturgica dell’opera, o forse, della bravura introspettiva dei librettisti e di questo magnifico Maestro che tanto amò le donne da difendere la loro dignità e libertà dai luoghi comuni, che le voleva rilegate solamente nel ruolo di custode del focolaio domestico.

Da subito, l’intermezzo si apre con una melodia che ritroviamo poi in tutti i momenti di maggiore pathos, un crescendo emotivo che rappresenta il filo rosso tra i protagonisti.

La lirica è una delle più delicate che Puccini abbia composto, richiama vagamente la Bohème, cosi come possiamo con attenzione cogliere qua e là in tuta l’opera richiami ad altre, un omaggio alla Traviata, nella figura di Magda, un richiamo a Turandot nelle dissonanze … eppure il maestro non era soddisfatto.

Come spesso accade, si aggredisce l’altro quando avremmo voluto esser noi i primi a portare l’innovazione, l’invidia, si sa, non è un compagno amichevole di viaggio.

Fu così che Puccini scrisse alla sua intima amica Sybil Seligman, che lui non avrebbe mai scritto un’operetta come Leoncavallo, la cui bellezza oggi noi tutti riconosciamo.

Puccini in effetti non scrisse un’operetta, lui anticipò i tempi: come non vedervi, il musical, My Fair Lady, ma più ancora Fred Astaire e Ginger Rogers, nel film Cappello a cilindro.

Nel secondo atto, l’ambientazione è in un famoso locale notturno di Parigi, al Bal Bullier, dove l’amore nasce da un incontro casuale, tra Magda e Ruggero, nell’allegria corale di una sera di primavera. Tutto è in fiore e la guerra che si avvicinava sempre di più, siamo nel 1915 mentre Puccini componeva, può per un breve momento non esistere.

Ci culla il motivo del sogno di Doretta, quel tocco ritmato, puntellato da una voce lirica e allo stesso tempo in grado di sostenere acuti e vibrazioni, che segnano il languore, avrete ormai capito che sto parlando de La Rondine.

Certo che ci vuole un direttore con i controfiocchi, in grado di sottolineare ogni passaggio per rendere la musica vibrante e non una accozzaglia dove o vi è troppa confusione o è monotona perché sembra tutta uguale, come se il tema musicale fosse sempre lo stesso, ma non lo è.

Alla riuscita dell’opera occorre anche disporre degli interpreti con grandi capacità recitative, il parlato ha il suo peso e la padronanza del fraseggio anche.

In alcuni punti oso perfino dire che Puccini si è divertito a ricordarci Rossini.

Perché il maestro non era felice?

Perché anche lui è umano e quando si è intristiti dentro per il peso dell’anima, compromessa forse per non aver scelto l’amore sentimentale, tema dell’opera, lo rendeva ipercritico, scettico, giudicava l’opera ma giudicava se stesso.

 Più volte vi mise mano per cambiarne il finale e per fortuna lo lasciò come lo conosciamo, una Doretta consapevole di se stessa e sceglie di vivere la libertà e non la vita domestica e sicura di madre e moglie.

Magda e la sua fedele cameriera Luisetta non sono altro che Thelma e Luise dei giorni nostri.

La trama apparentemente è semplice.

E’ una fotografia sociale, consolidata di ruoli e dinamiche che ancora oggi possiamo ritrovare, ma qui non vi è la drammaticità della Traviata, è piuttosto il mettere in luce come le scelte pratiche della vita che ci portano ad allontanarci da un amore romantico.

Quella dolcezza di un bacio così soavemente decantata, rimane il ricordo.

Come la rondine, simbolo della fedeltà, riprende il suo volo per immigrare verso terre più calde, così Magda lascia il suo amato … anche lei è fedele.

È fedele alla sua libertà, al suo sentire. Magda è una donna che cammina libera, perle strade del mondo, fiduciosa che niente di male potrà accaderle.

Leggerezza, non significa essere banalmente sciocche, ma consapevoli che la felicità è un attimo, perché si sono provati dolori tali da comprendere la bellezza di un sorriso di pace.

Pace, oggi è la parola che le donne invocano, pace per le donne afghane, pace per quelle russe e per le ucraine, per noi e per quelle che sono talmente soggiogate da non ricordarsi neppure più cosa significa essere libere.

Un tango è sempre il collegamento che cerco con l’opera.

Ce ne sono tanti, romantici al punto tale che se Puccini fosse vivo ne farebbe un soggetto intero di un’opera.

Ma oggi non so perché, ho solo un tango che mi suona dentro, le cui parole sono tristi e in contrasto con il sogno evocativo di Doretta, se non che entrambe hanno una grande dignità.

Vi lascio all’ascolto della voce di Roberto Goyenche , Malena nessuna balla il tango come te….

Un po’ è come ricordare quel bacio …. tra Magda e Ruggero.

Malena, tango scritto nel 1941, musica di Lucio Demare, Letra di Homero Manzi, traduzione letra di Pablo Helman, dal libero: Canzoni di una vita, canzoni di tante vite.

Malena canta il tango come ninguna Malena canta il tango come nessuna y en cada verso pone su corazón. e in ogni verso mette il suo cuore. A yuyo del suburbio su voz La sua voce profuma, di erba perfuma selvatica del sobborgo Malena tiene pena de Malena ha la tristezza del bandoneòn bandoneon Tal vez allá en la infancia Forse laggiù nell’infanzia su voz de alondra la sua voce di allodola tomó ese tono oscuro de callejón, prese quel tono buio dal vicolo, o a caso aquel romance que sólo o forse da quel romanzo che solo nombra nomina cuando se pone triste con el alcohol . quando diventa triste con l’alcol.

Malena canta el tangocon voz Malena canta il tango con voce de sombra, d’ ombra, Malena tiene pena de bandoneón. Malena ha la tristezza del bandoneón

Vostra Rosaspina Briosa

LA RONDINE, Giacomo Puccini – Moffo, Barioni, Sereni, De Palma, Sciutti & Molinari-Pradelli

MALENA, Roberto Goyeneche – letra di Homero Manzi, musica di Lucio Demare
LA RONDINE, Giacomo Puccini – MAGDA, Renata Tebaldi, ” Chi il bel sogno di Doretta”

FONTI.

Michele Girardi; Puccini la vita e l’opera, Newton Compton Editori (1989)

Maria Giovanna Miggiani; La rondine, pubblicazione del teatro del Giglio. (Settembre 2008)

Daniela Goldin Folena; La rondine: un libretto inutile, pubblicazione del teatro del Giglio. (Settembre 2008)

Gianluca Cremona; Quando il kitsch diventa arte, dal Blog Quinte Parrallele.(7 Luglio 2017)

Buon Compleanno

100 anni – 1 Febbraio 1922 – 1 Febbraio 2022

La mia voce si unisce in un canto corale per ricordare la voce d’Angelo di Renata Tebaldi.

Testo e Voce di Rosaspina Briosa – Realizzazione di EndlessChic – Montaggio di Luca Bonometti

“L’immortalità del tempo mi travolse,

il primo febbraio quando vidi la luce.

Inconsapevole del mio destino,

solo il battito del tuo cuore, riconobbi quella notte

e il mio pianto si fermò.

Fu il tuo seno ad accarezzarmi e nel calore dell’ abbraccio,

ti stringevo per consolarmi.

Voce, ancor oggi è la voce del mio cuore che vibra nel mio canto,

metronomo di vita che mi fu donata.

Rosaspina Briosa

01 Febbraio 2022 Buon Compleanno Renata fondazionerenatatebaldi.org

LIRICA E TANGO: “Il perdono come fiore della vita”

Vicenzo Bellini – Norma e Enrique Santos Discépolo – Tormenta

Il perdono è uno dei sentimenti più complessi con i quali nell’arco della nostra vita, prima o poi, tutti noi ci dobbiamo confrontare.

“Davanti a questa emozione il tempo è una variabile determinante” afferma Giovanni Jervis, noto psichiatra e sottolineando come questi influenzi il nostro modo di giudicare e di sentire.

Il perdono non è un obbligo e non è pertanto possibile istituzionalizzarlo per quanto ci si provi, rimane prima di tutto un atto libero e personale verso se stessi e verso l’altro.

Ho letto in questi giorni cercando di approfondire la complessità dell’argomento, che chi ha una stima tale da non ammettere che qualcuno lo possa offendere, non avverte il bisogno di perdonare, così come chi avverte l’offesa come un affronto alla propria dignità, non concederà il perdono.

I due casi estremi sono il riflesso e la sintesi della mancanza di dialogo, tanto si è narcisisti o fragili, quanto si innalzano muri in protezione.

La lirica e il tango sono in grado di accompagnarci nei sentieri di questa riflessione, lasciando ad ognuno di noi la libertà di cogliere sfumature diverse e forse abbassare quelle rigidità che ci portiamo dentro; riuscendo così a perdonarci e a perdonare.

Ho trovato particolarmente attuale l’opera di Bellini Norma, per comprendere la complessità della sua trama e le dinamiche degli attori principali, la chiave di lettura è il perdono.

Vicenzo Bellini, artista unico nella panoramica del Bel Canto Italiano, nacque a Catania il 3 Novembre 1801, morì a Parigi all’età di 34 anni nel 1835. Morì quindi giovanissimo ed oltretutto poco dopo il debutto della sua più acclamata opera, I Puritani, proprio come accadè quarant’anni più tardi a Bizet, a pochi mesi dal debutto dell’opera la Carmen, nel 1875.

Parallelismi e fili rossi invisibili legavano artisti unici in quegli anni a Parigi, l’amore e la creatività si intrecciavano come nei romanzi d’amore di quel periodo.

 Rossini, Balzac e Bellini, tutti dovevano aver avuto un tratto comune nella loro intima personalità per essere riusciti a cogliere le attenzioni di mademoiselle Pélissier. Olympe Pélissier era una donna estremamente intelligente e raffinata, ricercatrice, nel gioco della vita, del sentimento di passione, forse questo il filo conduttore che legò i tre uomini e di cui è giunta a noi testimonianza storica.

Tornando a Norma, fu composta in Italia, in tre mesi nel 1830 durante il soggiorno di Bellini a Villa Passalacqua a Moltrasio sul lago di Como. La bellezza di quel luogo non può che predisporre l’animo alla creatività, la giovinezza e la genialità di Bellini fecero il resto e gli permisero di dare vita ad una musica le cui arie ancora oggi sono tra le più difficili da interpretare, richiedono una padronanza tecnica della voce sia del legato che nel fraseggio e non ultimo degli acuti richiesti, non facile da raggiungere senza aver ricevuto in dono, da madre natura, una voce bellissima, bella non è sufficiente.

Per queste ragioni Norma è considerata da tutti i soprani una prova di  “coraggio”, solo la Callas e poche altre riuscirono a rendere a pieno l’intensità drammatica legata a  questa figura.

La trama di Norma, opera in due atti, tratta dal libretto di Felice Romani, scrittore poeta e critico musicale , narra di una vicenda ai tempi dei Galli e del conflitto con i Romani.

La scelta del periodo storico per l’ambientazione è dettata dai canoni della moda di quel tempo, non rappresenta un valore aggiunto per la trama ed è questo a far sì che il messaggio di Norma possa essere attualizzato ancora oggi.

 La musica è al servizio dei personaggi per indirizzarli verso un viaggio nella complessità dell’animo umano, dove per la prima volta nella storia della lirica le personalità degli attori non sono pennellate completamente buone o completamente cattive.

Nel dramma dei rapporti familiari ed istituzionali che le figure di Pollione, Norma, Aldagisa e Oroveso hanno tra loro è sempre il perdono a rimanere al centro del confronto, come un fuoco, una luce con la quale ognuno si deve confrontare.

Norma perdona Pollione per il tradimento alla promessa di fedeltà, nel momento in cui lo percepisce non più come una lesione alla sua dignità, perché l’amore parte sempre da una scelta personale e nessuno può in ciò ledere la stima di sé stessi, ma può avvenire, solo nella dimensione in cui lo permettiamo all’altro.   Norma nel riconoscere questo, perdona se stessa dal senso di colpa per non aver rispettato la promessa dei voti sacri di castità ed espia attraverso il suo sacrificio, il suicidio, il giudizio di una colpa sociale.

Questo passaggio è estremamente delicato, Bellini offrì l’opportunità ai suoi contemporanei, di riflettere sulla variabile tempo e l’insieme dei valori sociali che condizionano il giudizio di colpa sociale e che spingono il genere umano verso comportamenti contrari alla sua natura intima.

 Ciò che una volta veniva inteso deplorevole al punto da richiedere il sacrifico umano e l’ espiazione della colpa con il suicidio, un domani potrebbe forse non essere più necessario.

Pollione inizialmente non si riconosce nessuna colpa, perché ha una stima tale di sé da ritenersi migliore e da non riconoscersi nella posizione di aver ferito l’altra parte.

 Raggiungerà la consapevolezza, del proprio pentimento nel momento in cui riconosce la superiorità morale di Norma.

 Norma, nell’atto di rinunciare alla vendetta, fa sì che Pollione avverta la responsabilità delle proprie azioni e la rabbia iniziale di Norma, non più come un affronto alla sua dignità, al contrario, è il perdono di lei che lo spinge ad un cambiamento profondo.

Aldagisa, figura femminile antagonista di Norma nell’amore a Pollione è l’ inconsapevole miccia che dà via a questo conflitto di emozioni.

Aldagisa, perdona se stessa per aver amato Pollione ed aver infranto a sua volta gli stessi voti di Norma.

Il riconoscersi tra donne le permette di comprendere la debolezza dell’altro.

Aldagisa rimane sola con il suo amore e la consapevolezza che forse il sentimento di Pollione per lei fosse nato dalla spinta della giovinezza, ma non dal quel sentimento profondo che lega le anime in un rapporto di amore e odio.

Oroveso, capo dei Druidi e padre di Norma, rappresenta il perdono istituzionalizzato, quello sociale, nell’accettare il sacrifico della sua unica figlia   e nello stesso tempo rappresenta il perdono, quello più privato ed intimo tra padre e figlia nel mantenere custodite le sue le ultime parole e il suo segreto.

Oroveso mette in salvo la vita dei figli nati da questa unione d’amor tra Pollione e Norma, ma condannati dal senso di colpa sociale.

Vi propongo l’ascolto di un breve pezzo da abbinare con la lettura del testo sovrascritto con un video che permette anche a chi non è solito alla comprensione della lirica di poterlo seguire.

 In mia man al fin tu sei: la scena è una delle più intense, si svolge alla fine del secondo atto.

Pollione è stato scoperto nel suo tentativo di rapire Aldagisa dal tempio, ora è solo con Norma, la quale, con la scusa di volerlo interrogare, ha allontanato i guerrieri e suo padre il druido Oroveso.

Il dialogo tra Norma e Pollione si fa accesso ed intimo, in questa fase passione, amore, odio perdono, tutte le riflessioni fin qui fatte, sono presenti.

Vicenzo Bellini, Norma – In mia man alfin tu sei – Maria Callas, Norma – Mario Filippeschi, Pollione

Se l’opera lirica è riuscita a regalarci emozioni intense e spazi di riflessione profondi, altrettanto è in grado di farlo il tango con una lirica poetica ma completamente diversa, perché arricchita di quella leggerezza che pur non esclude la profondità.

Se qualcuno volesse divertirsi a scrivere la parola tango e perdono su Google, rimarebbe attonito dalla valanga di pagine che gli si aprono.

Ho scelto un tango dove la ricerca della musicalità non fosse da meno dell’intensità delle parole della letra .

Non è possibile mettere a confronto due generi musicali talmente diversi e complessi nelle loro radici e memorie storiche, tanto da rendere quasi impossibile un linguaggio trasversale, tra lirica e tango, se non nella dimensione del rispettoso ascolto dell’ elemento musicale.

Tormenta è un tango scritto e musicato da  Enrique Santos Discépolo, definito  il poeta del tango, un filosofo della vita, figura unica nel panorama della cultura argentina .

Enrique Santos Discépolo nacque in una famiglia di artisti il 27 marzo 1901.

Perse i genitori da piccolo e suo fratello maggiore Armando lo avviò sulla strada dell’arte avendo intuito le sue eclettiche potenzialità: fu compositore, poeta, scrittore, drammaturgo, attore e filosofo.

I suoi testi parlano della vita delle esperienze umane ed è sempre una rilettura della realtà in poesia. La sua forte sensibilità lo portò ad essere sempre un uomo estremamente attento alle tematiche sociali, denunciando la povertà e le disuguaglianze del suo paese. Ne è una testimonianza il video che condivido con voi dove parla con Gardel poco prima di eseguire uno dei suoi brani, Yira Yira.

Nel 1918 a soli 17 anni scrisse le sue prime opere teatrali : El señor cura, El hombre solo, Día Feriado, da lì in poi la sua carriera artistica si fermò solo con la sua morte.

Ebbe un infanzia sofferta, dura, privato del calore di entrambi i genitori, durante la quale subì, umiliazioni da parte di familiari stretti che non erano in grado di accogliere una sensibilità come la sua e riversò nella musica e nelle parole quel sentimento angoscioso che i suoi testi di tango esprimono.

A Montevideo nel 1926 visse il suo primo fallimento come compositore, scrisse un testo marcatamente di denuncia sociale “Qué vachaché”, non fu capito, ma quel tango segnò la sua firma ed unicità, un vero poeta.  Rinunciò più volte a lavori che lo avrebbero arricchito per non scendere a compromessi con il suo sentire ed il rispetto verso se stesso e la sua arte.

La sua composizione come paroliere conta non più di una trentina di testi, ma la qualità delle opere composte rivaleggia con i più grandi poeti contemporanei.

Quando compose il testo del tango che ho proposto nel 1939, Tormenta (Tempesta) , implorando Dio per un perdono verso l’umanità che non comprendeva in un impeto di disperazione scrisse:

“Cosa ho imparato dalla tua mano non va bene per vivere?

Sento che la mia fede sta tremando che le persone cattive vivono, Dio, meglio di me. “

Parole che ancora oggi ci fanno tremare per l’attualità del loro significato.

Il perdono dov’è in questa lirica ?

Il perdono è tutto nell’abbraccio del tango, Tormenta nella sua musica intensa, vibrante con il suono del piano e dei violini, ci accompagna mentre balliamo nella ricerca della connessione e ci trasmette, quel calore necessario per  affrontare la tempesta della vita.

Amo credere che  Enrique Santos Discépolo, ci regali un filo di speranza,  certo che il fiore della vita è lì ad attenderlo, oltre la notte buia del dolore, lo stesso fiore che Norma e Apollonio nel perdonarsi vicendevolmente  hanno trovato.

 Vi propongo l’arrangiamento dell’ orchestra di Di Sarli con la voce intensa e piena dal timbro  tenorile di Mario Pomar  e vi aspetto alla prossima video intervista, ritratti, con il soprano Lucia Conte, con lei proseguiremmo la nostra riflessione sul perdono.

Buon ascolto, come sempre vostra Rosaspina Briosa ©️

Testo della letra Tormenta:

¡Aullando entre relámpagos,  perdido en la tormenta de mi noche interminable, ¡Dios! busco tu nombre…
No quiero que tu rayo me enceguezca entre el horror, porque preciso luz para seguir…
¿Lo que aprendí de tu mano no sirve para vivir?
Yo siento que mi fe se tambalea, que la gente mala, vive ¡Dios! mejor que yo…

Si la vida es el infierno y el honrao vive entre lágrimas, ¿cuál es el bien…
del que lucha en nombre tuyo, limpio, puro?… ¿para qué?…

Si hoy la infamia da el sendero y el amor mata en tu nombre, ¡Dios!, lo que has besao…
El seguirte es dar ventaja y el amarte sucumbir al mal.

No quiero abandonarte, yo, demuestra una vez sola que el traidor no vive impune, ¡Dios! para besarte…

Enséñame una flor que haya nacido el esfuerzo de seguirte, ¡Dios!
Para no odiar al mundo que me desprecia, porque no aprendo a robar…
Y entonces de rodillas, hecho sangre en los guijarros moriré con vos, ¡feliz, Señor!

Traduzione

Urlando in mezzo ai lampi, perso nella tempesta della mia notte interminabile, Dio, cerco il tuo nome.

Non voglio che il tuo raggio mi accechi nell’orrore, perché ho bisogno di luce per continuare….

Quello che ho imparato da te non serve per vivere? Sento che la mia fede traballa,
che la gente malvagia vive, Dio, meglio di me.
Se la vita è l’inferno e l’onesto vive in lacrime, qual è il bene… di chi lotta nel tuo nome,
pulito, puro? … Per che cosa?

Se oggi l’infamia paga e l’amore uccide nel tuo nome, Dio, quello che hai baciato…
ed il seguirti è dar vantaggio e l’amarti soccombere al male.

Non voglio abbandonarti, io, dimostra una sola volta che il traditore non vive impunito, Dio, per baciarti… indicami un fiore che sia nato
dallo sforzo di seguirti, Dio, per non odiare il mondo che mi disprezza, perché non imparo a rubare…

E allora fatte sanguinare le ginocchia sui sassi, morirò con te, felice, Signore!

Enirique Santos Discépolo , Tormenta – Carlos di Sarli, Mario Polar
Carlos Gardel e Enrique Santos Discépolo.

FONTI:

Paul Recoeur; Ricordare, dimenticare, perdonare. L’ enigma del passato (2004)

Giovanni Jervis; Il concetto di colpa, (1996) – da filosofia.rai.it, 4 Aprile 1996

Paolo Cecchi; Temi letterari e individuazione melodrammatica in Norma di Vicenzo Bellini, (1997)

Mónica Fernández ; Enrique Santos Discépolo: una mezcla milafrosa de poesìa y filosofìa.

Enrique Santos Discépolo: A miraculous blend of poetry and philosophy, (2013)

MARCO EL HURÀCAN: Il tango che travolge

MARCO EL HURÀCAN – IL TANGO CHE NON SI FERMA

Un ritratto intenso di se stesso e della professione di Musicalizador, El Huràcan ci regala l’opportunità di capire sia il suo lavoro che l’evoluzione musicale del Tango dagli albori ai giorni nostri.

Buona visione  vostra Rosaspina Briosa®

Intervista Marco El Huràcan – Rosaspina Briosa, per il progetto La Speranza in un abbraccio. “Tango Royal Maratona” – Palazzo della Borsa – Genova
Anibal Troilo y su Orquesta Típica e Roberto Goyeneche – Trenzas

LA LEZIONE DI TANGO “Feuilleton de Rosaspina” – Episodio IV

Episodio IV

I giorni si susseguivano, uno accanto all’altro in una ripetitività come solo lo scorrere del tempo può generare: l’attesa del giorno nuovo.  

Elena, si rifugiava nel tango, rappresentava una bolla nella sua quotidianità esistenziale che le permetteva di fermare il tempo.

L’attrazione ed i giochi di sguardi precedevano l’euforia pre mirada; è sottile il confine tra complicità di coppia e amore per il tango.

Ridacchiava ed ammirava con un velo di sarcasmo quelle tanguere che pur non essendo più giovani, si trasformavano nelle braccia del partner al punto da non poter più dare loro un’età.

Quel tipo di sicurezza derivava solo ed unicamente dalla femminilità di ogni donna porta dentro di sé.

Talune ne avevano talmente in abbondanza che neppure si rendevano conto dell’effetto che provocavano; queste rare ballerine, rimanevano inconsapevoli del loro potenziale. Spesso ballavano al di sotto delle loro capacità, non osando mirare o contraccambiare lo sguardo con coloro che definivano bravi.  La scelta di rimanere nella loro zona confort, le proteggeva dalla delusione di provarci.

Che spreco, si disse tra sé e sé, l’autostima è fondamentale.

Un sorriso amaro le increspò il labbro pensando a Francesca, non le mancava l’autostima, eppure, anche lei, non voleva vedere la vera natura di Marco.

Marco è un bluff!

Il giorno della resa dei conti si stava avvicinando sempre di più.

Lo aveva capito da come ultimamente ballavano in milonga e presto nel gioco delle coppie, si sarebbero ritrovati a rimescolare le carte … niente era destinato a rimanere come sembrava.

L’ estate con le sue lunghe notti, la carezza dell’aria fresca, l’inganno delle stelle predisponevano gli animi ad incontri talvolta fugaci, raramente autentici, ma quando questo accadeva faceva tremare le fondamenta anche della coppia apparentemente più stabile.

Non è vero che il tango inganna, eppure porta a confondere ciò che non si vuol riconoscere.

Il bip del suo cellulare l’avviso dei messaggi in arrivo su WhatsApp.

Sorrise, si divertiva a tenere vivo l’interesse di più uomini, ognuno non collegato all’altro, in modo tale che le possibilità che si incontrassero o condividessero amicizie o passioni comuni era praticamente nullo.

Aveva una preferenza accentuata per quelli fuori regione, le permetteva di vederli con meno regolarità, riuscendo a mantenere vivo la curiosità verso di loro.

Il guaio vero era che pochi riuscivano ad intrigarla con una conversazione ricca al punto tale da farle scattare il desiderio di approfondire la conoscenza.

Ahimè quello era il suo limite grande… al terzo incontro quando le cose stavano prendendo la piega giusta e tra una risata profonda e dell’allegra euforia, regalo di un buon bicchiere di Amarone, accadeva quasi sempre una caduta di stile, talmente inappropriata da rivelare tutta l’arroganza maschile, così ben camuffata da un accentuato narcisismo, al punto che si chiedeva se non fosse meglio essere un po’oca e scopare di più.

Ma ecco che il retaggio culturale, invece di aiutarla sostenendola a ragion veduta, di non perdere una , che erano le ultime cartucce, fregatene e concludi la serata, tutte le volte le faceva l’auto sgambetto…

Si ritrovava a girare le chiavi nella toppa di casa, tutta sola.

Ridendo si toglieva le scarpe e gettandosi nel letto quasi vestita, ripensava ancora a quella prima volta dopo la sua vedovanza, aveva bevuto talmente tanto che a forza di farlo ridere, gli era diventato piccolo e non avevano concluso più niente.

 Si erano addormentati abbracciati.

Si guardò allo specchio con uno sguardo nuovo e si chiese, se anche lei non facesse parte di quelle poverine che fino a pochi minuti prima aveva scanzonato.

Si guardò allo specchio, aveva poco seno per attizzare, la vita sottile e le gambe lunghe, le garantivano alla sua età una figura ancora armoniosa e slanciata.

Non si stupiva degli sguardi accesi nei suoi confronti, quello di cui si meravigliava, ora ripensandoci con calma, era che benché riconoscesse la sua passionalità femminile, al punto tale da comprendere di desiderare un uomo, poi di fatto non riusciva ad instaurare una comunicazione che perdurasse oltre il periodo canonico dei due mesi. Come se ci fosse una tacita regola non scritta tra il “gentil sesso maschile”, che allungare il periodo dei due mesi, avrebbe provocato una paralisi fulminante alle articolazioni inferiori ed il cervello sarebbe andato in pappa. Addirittura sembrava, che l’emotività affettiva, sprigionata dall’intimità fisica di due persone, non dovesse superare lo strato protettivo intimo dell’anima, altrimenti era la fine.

Una volta attivato il processo dell’innamoramento, il rischio di creare una dipendenza emozionale era talmente alto, tanto quanto la persona difronte a te risplendeva di sincero affetto.

Gira che ti rigira il tango visto da questa prospettiva diventava catalizzatore di energie cariche di erotismo, infiammando le fantasie di taluni e portando in milonga una brezza di euforica confusione.

Ma veramente il tango è in grado di allontanarti da ciò che ti è più caro?

La sua mente, come un filtro della macchina del caffè, tralasciava solo ciò ritenuto corretto: un insieme di valori e convinzioni, il resto, rimaneva ben nascosto.

 Il persistente bip del cellulare le impose l’attenzione su dinamiche familiari più complesse.

Uscì dal bagno guardando l’orologio, lo sguardo oltrepassò quel disordine distribuito in modo uniforme, i vestiti indossati la sera prima spiegazzati adagiati un po’ sulla poltroncina e un po’ a terra.

Le scarpe invece non si ricordava che fine avessero fatto, ecco, una si intravedeva da sotto il letto, ma l’altra?  Percorse la stanza senza trovarla fino all’ angolo della scrivania dove una catasta di libri, ogni giorno si alzava sempre di più, storcendosi come la torre di Pisa.

La situazione sarebbe stata recuperabile, se avesse perso meno tempo dietro ai suoi pensieri, avesse fatto andare le mani invece che rincorrere i ricordi.

L’occhio scanzonato e di sufficienza con i quali i suoi figli erano soliti a commentare quello stato di cose, la catapultò nello sconforto di sentirsi una madre inadeguata.

L’ansia fece capolino, inducendola a muoversi nel più breve tempo possibile, almeno le lenzuola e far cambiare l’aria, “la stanza con i letti in ordine ha subito un altro aspetto” era solita a dirle su nonna.

Nel tirare le lenzuola, sentì le mani rugose di sua madre, accarezzavano le sue, nella semplicità di quel gesto, rivide per un breve attimo la stanza di sua madre come la sua, anche lei da giovane donna osservava e giudicava.

Vedova, non divorziata, un’eccezione alla sua età e tra le sue amiche si riteneva fortunata, aveva potuto preservarne il profumo dei fiori di arancio, e dalla distruzione la terra calpestata, giorno dopo giorno, aveva riassorbito la perdita del dolore.  I ragazzi un faro nelle notti più buie. 

Matteo rientrava da una vacanza con gli amici in campeggio e Stephy da Ferrara. L’ affitto del monolocale la costringeva a continue piccole economie, aveva rinunciato all’auto pur di vivere in uno spazio tutto suo.

Si era trasferita da un anno a Ferrara , per completare il dottorato   in poliambulanza nel reparto pediatrico, ultimo arduo step, fatto di sacrifici e rinunce, senza quelle tranquillità sul futuro e l’aiuto economico dei genitori che la sua generazione aveva goduto.

 Stephy sarebbe arrivata in stazione per le 13:00 realizzò tutto di colpo.

La sua spinta affannosa nel coprire con la mente tutte le mancanze sottolineate dai suoi ragazzi le si rivoltò contro in una smania di compiacere; cercava di recuperare una metodicità che non le apparteneva.

I cinque minuti necessari per finire un lavoro, diventavano dieci di ritardo su quello successivo e il rincorrersi delle lancette l’avvisavano del limite che si era data.

 Alle 12:30 avrebbe dovuto trovarsi in macchina se voleva assolutamente arrivare puntuale.

Nell’azionare la macchina, l’orologio sul cruscotto segnava le 12:40.

Traffico, il cellulare iniziò a squillare. “Pronto, ciao Mamma”

“È arrivata?”

“Sto andando a prenderla in stazione, ti chiamiamo noi..”

“Si, va bene , aspetto. Baci”

Doveva riconoscere che sua madre aveva due grandi capacità: la prima, chiamarla sempre nel momento di maggiore tensione tra la partenza o l’arrivo. La seconda capacità mantenere una serena accondiscendenza sugli imprevisti della vita, ed un innegabile tocco contorto nel farti sentire in colpa ed inadeguata, tanto quanto l’inconsapevolezza di questo suo atteggiamento, aveva finito di minare il loro rapporto, al punto che un meccanismo di dipendenza affettiva, giocato sulla sudditanza dei ruoli aveva garantito alcune certezze a sua madre a discapito della sua sicurezza.

Chi con forza affermava che l’amore materno è sempre e solo protettivo e benevolo, lo guardava con perplessità, non esprimeva una parola, in coscienza sapeva che sarebbe andata incontro ad una conversazione sterile.

Già tanto era comprenderlo da sola, per non riproporlo, nel fagocitante gioco al massacro nella comunicazione familiare con i suoi figli, impossibile metterlo in discussione con gli estranei.

La mente e il cuore possono parlarsi? Si chiedeva Elena aspettando sua figlia.

“Mamma, ciao, come stai?”

 Stephy era sciupata, le piangeva il cuore quando la vedeva spenta. A ventisette anni dovresti sorridere sempre.

“Sei magra,” nel dirlo Elena si morse il labbro.

“Guarda non iniziare, sono appena salita ma faccio presto a scendere e chiedere a Laura se posso stare da lei.”

“Ma, no cosa dici è che sono così contenta di vederti, ho già tutto pronto a casa”.

“Matteo dovrebbe arrivare a momenti. Perché non lo chiami? Cerchiamo di capire tra quanto arriva”.

Stefania, la guardò di sott’occhi prese la sigaretta se l’accese.

“Posso? Ti dà fastidio?”

“ Ma no, apri il finestrino. Il viaggio dura poco, ma dovevi proprio fumare ora?”

“Se ti dà fastidio spengo” nel dirlo schiacciò la sigaretta.

Ogni volta che la vedeva, le si stringeva lo stomaco, solo il suono della sua voce lo percepiva come aggressivo, la mortificava, ogni parola implicava un giudizio mascherato di disapprovazione nei suoi confronti. Si girò ad osservarla, le mani stringevano con forza il volante e lo sguardo fisso sulla strada segnavano un volto stanco almeno quanto il suo. Ma che cazzo aveva fatto? Si domandò.

Elena non capiva, ma perché aveva dovuto sottolineare in quel momento il fatto se fumava o no in macchina sua? Che cosa voleva dimostrare? Non poteva accettare che sua figlia vivesse la sua vita come voleva? Doveva per forza mascherare le sue domande. Eppure ci doveva essere un altro modo per comprendersi, la felicità ha senso solo nel momento che la condividevano, ma tra loro non c’era una vera condivisione.

Le emozioni sovrastavano la sua capacità di ascolto, un ascolto dell’altro che il tango ben le aveva insegnato, lasciarsi andare nel respiro.

Cos’è fare tango? Non è forse tango parlare senza parole?

Il silenzio, non è necessariamente il vuoto, crea chiarezza e nel percepire l’aggressiva esclusione dell’altro, comprendi il confine protettivo di te stesso.

Qualunque cosa lei avesse fatto in passato per creare una protezione simile in sua figlia, non avrebbe rinnegato la sua responsabilità ma la capacità di andare oltre comprendere e lasciare andare era qualcosa che poteva insegnare a se stessa e a lei non con le parole ma solo con l’esempio. 

Vi sono degli attimi nella vita di ognuno di noi dove smettiamo di diventare figli per evolverci in genitori ed è quando ci riconosciamo fragili.

Mi voltai e le sorrisi.

“Possiamo riprovare? “

“Non lo so mamma, credimi lo vorrei tanto, ma tu sei perpetuamente lo schema di te stessa”.

Entrammo in casa e qualcosa di veramente insolito ci attendeva, Matteo aveva già buttato la pasta e la stava scolando.

Ci guardò entrambe: “Giusto in tempo, belle donne sedetevi a tavola che ora vi servo subito.”

Stehpy , gli andò incontro un bacio veloce sulla guancia “Stai bene fratellone, le vacanze ti hanno donato”.

Mi guardai intorno, mi morsi il labbro, la cucina non era proprio come l’avevo lasciata ed il mio arrosto era rimasto in forno con le patate.

Mi azzardai a dire. “Avevo già preparato tutto.” Mi bloccai, improvvisazione, contaminazione e inclusione …. forse significava mettersi a tavola, ridere, bere e gustarsi la pasta anche se fosse stata scotta e soprattutto esclusa dal mio programma di dieta.

“Ma è mille volte meglio venir servita, l’arrosto lo teniamo per questa sera..”

“Io non ci sono, sono a fare un ape cena in centro con i miei amici” Matteo, mi guardò aspettandosi da me la solita replica … ma come sei appena tornato a casa ed esci nuovamente…

Stefania aggiunse “Sono a cena a casa dei genitori di Manu”.

“Direi che ora mangiamo la pasta prima che si raffreddi e all’arrosto ci pensiamo domani “.

La carbonara veniva proprio bene a Matteo, si sentiva la cucina con il cuore, vederli seduti accanto a me, anche solo per quei dieci minuti tanto era la fretta che avevano di mangiare velocemente per poi ognuno ritirarsi nelle proprie stanze.

No, non avrei lasciato quella voce malinconica disturbante, lasciarmi reinterpretare la realtà del presente con le lenti dell’amarezza. No, non ci sto, amo me stessa, amo la mia vita e amo i miei figli perché abbiano la loro.

Il cellulare suonò, riconobbi la suoneria di Francesca.

 Risposi: “Cara ho i ragazzi a pranzo ci sentiamo dopo”.

“Un attimo solo, ti ho inviato diversi messaggi, stiamo prenotando per stasera andiamo tutti in Villa Balestri, Milonga con ape cena sei dei nostri?”

Sorrisi, talvolta le cose si incastrano nel modo più imprevedibile, ripensando a come tutto può cambiare in un attimo, la percezione della vita, l’intensità della morte, l’accettazione folle di essere innamorati ci vuole un atto di armoniosa fede verso noi stessi.

“ Si sono dei vostri”.

TINO GIUSEPPE IACOVINO: Una vita per il tango

TINO GIUSEPPE IACOVINO _ MUSICALIZADOR DELL’ ANIMA

Una leggenda per Genova, un flautista magico per gli altri, con le sue scelte musicali Tino rimane dietro le quinte; è il burattinaio invisibile che intreccia i fili rossi del tango.

Vostra Rosaspina Briosa ©️

“RITRATTI di Rosaspina Briosa”: L’IO RISORSA DI UN ARTISTA AL FEMMINILE: l’Angelo della lirica, la signora Renata Tebaldi

RITRATTI – Rosaspina Briosa – #RENATATEBALDI

 La musica e la lirica, nella condivisione dell’ascolto ci offrono la possibilità di un attimo di felicità. Come può accadere? Seguite questa semplice intervista, la gioia, di una comune passione è palpabile.

Vostra Rosaspina Briosa®️

Fondazione Renata TebaldiRossella FugaroRosaspina Briosa

LIRICA E TANGO: LA CENTRALITA’ DELLA DONNA

endlessChiC

Quando decisi di intraprendere questa piccola ricerca sulle prime ballerine della storia nel tango argentino, mi aspettavo di trovare indicazioni sul web con facilità.

La convinzione mi nasceva dal percorso e dall’evoluzione della figura femminile nella lirica, nel bellissimo libro di Renato Tomasini “Le divine” è ampiamente documentato, quanto queste abbiano da subito avuto un ruolo e riconoscimento importante, come questo sia evoluto con la storia della musica e dell’opera.

La possibilità di far emergere e riconoscere i talenti femminili, nella storia dell’umanità è da sempre un percorso ad ostacoli, solo oggi, si inizia a comprenderlo, nascono dibattiti culturali, libri e mostre per cercare di salvare e valorizzare la memoria artistica e scientifica di grandi donne.

Nelle arti come la pittura, la composizione musicale, la scultura, l’architettura e la scrittura, si è quasi scientificamente voluto perdere e nascondere le prove storiche della capacità di talune, per proteggere e non rivoluzionare un sistema sociale, religioso e culturale, nel quale la cultura maschile, patriarcale era predominante.

Ma negli anni ’70 le discussioni più accese tra gli adulti a tavola e tra (maschi e femmine) bambini erano difendere le proprie posizioni di ruolo, di capacità intellettuale e predisposizioni naturali verso la scienza piuttosto che l’arte. Il concetto accettato era il diritto allo studio alle donne, ma le vere capacità geniali erano nell’uomo.

 Nella lirica, il ruolo delle donne confrontato ad altri campi dell’arte, è stato più semplice ed ha avuto un riconoscimento e legittimazione immediata, forse perché nell’immaginario collettivo la figura della Divina si sovrapponeva a quello delle Sirene di Omero.

Il materiale storico e bibliografico a nostra disposizione è notevole già a partire dal 2 Maggio 1589 nella sala degli spettacoli degli Uffizi, l’aristocrazia festeggia le nozze di Cristina di Lorena con il granduca Ferdinando con un grande spettacolo poetico musicale, di cui abbiamo testimonianza storica dettagliata.

Gli intermezzi musicali, a cui tutti attendevano di assister, avevano una duplice funzionalità, intrattenere ed inviare un messaggio politico culturale: Il potere della musica sulla civilizzazione umana, un ritorno ad un’età aurea garantita dai Medici, sotto il dominio delle arti.

Un messaggio molto attuale, quando leggiamo e ascoltiamo trasmissioni nelle quali si parla di un nuovo rinascimento italiano: dare forza e sostegno a quei progetti in cui la cultura, la valorizzazione del bello, possano essere il motore trainante alternativo alle logiche dell’economia globalizzata.

La prima figura scenografica era quella dell’ Armonia Doria, leggermente sospesa su una nuvola nel cielo blu, apparve la dea Minerva cantò con una voce celeste, Vittoria Archilei resterà nella memoria del tempo come colei della quale ha avuto origine il vero modo di cantare delle donne”, la voce femminile diventa interprete musicale creando una simbiosi tra ascolto e visione.

Non inganniamoci, dall’ apparente libertà della donna nel teatro, “le cortigiane oneste” erano quelle che praticavano la professione del teatro, ovvero stavano sullo stesso piano delle cortigiane di altro rango Veneziane e a quelle della Roma pontificia e cardinalizia, che raggiungevano fama e potevano esercitare i loro talenti solo con lo scopo dell’intrattenimento attraverso la poesia, il canto, la composizione musicale e la retorica. Ancora oggi il peso di queste convinzioni sono modelli di riferimento nelle relazioni sociale e lavorative, condizionano la carriera professionale artistica del mondo femminile.

 Il mondo maschile difficilmente accetta la condivisione ed il riconoscimento di pari capacità e opportunità con il mondo femminile, lo stesso accade nel mondo del tango, inizialmente ancora più marcato per il ruolo delle donne contestualizzato come semplice “follower” come  compagnia di facili costumi del maschio, nei bar, nei caffè e nei postriboli del porto. L’immagine femminile ne esce totalmente penalizzata e il ballo è considerato costumato e licenzioso.

Bisognerà attendere, lo sdoganamento dell’ alta Borghesia, l’interesse profondo del duca Luigi Amedeo di Savoia, grande appassionato di tango, (tanto che la Stampa di Torino riporta il 15 Dicembre 1913 un grande evento in onore del duca dove si ballò il tango), infine il nulla osta papale, di cui abbiamo ben cinque versioni documentate dello stesso evento in periodi e con papi diversi, certo è che il ballerino Casimiro Ain ballò il tango davanti al Papa. Tanto il ballo suscitava scandalo da richiedere l’intervento papale per tranquillizzare i vescovi e legittimarlo!

Se le prime donne della Lirica sono citate come “Divine”, le prime ballerine di tango non stanno su un libro di letteratura, ma su quello della cronaca giudiziaria. In un diario del 1862 si leggono i nomi di Catalina Barsolo e Francisca Diaz, esse furono arrestate perché stavano ballando e “cortando”, questo era vietato.

Chissà come se la ridono oggi, vengono ricordate nei manuali mentre, delle signore dell’alta borghesia di allora nessuno sa assolutamente nulla.

La storiografia  del  tango, dal suo sdoganamento morale da parte della borghesia e del  clero, riporta diverse testimonianze  artistiche al femminile che hanno dato un contributo all’evoluzione musicale, nel ruolo di cancionistas (cantante professionale) Rosita Quiroga morta nel 1984, conosciuta come il Gardel al femminile, scoprì il tango intorno ai 25 anni, non amava esibirsi in pubblico tanto che si ritirò presto, incidendo dischi e partecipando qualche volta alle trasmissioni radiofoniche ed ad un unico film “El canto cuenta su historia” del 1976, in piena dittatura, testimone silenzioso della pressione militare e politica che impedì la partecipazione di Mercedes Sosa .

 Altri nomi femminili risaltano nel panorama artistico,   Nina Miranda, Tita Merello   fino ad arrivare ai giorni nostri con Sandra Luna, una voce evocativa in grado di far vibrare la luce nel buio.

L’attività di compositrici e autrici di testi di tango, invece venne preclusa in modo sistematico e costante alle donne, furono innumerevoli le difficoltà incontrate da Francisca “Paquita” Bernardo (1900-1925) prima donna bandoneonista e sono risapute; visse troppo poco, a venticinque anni morì per tisi e compose solamente quindici brani, ma furono sufficienti a lasciare un segno nella musica del tango anche se non le permisero di registrare nessun disco.

Vanno ricordate la colta marchesa Eloisa d’Herbil, Rosita Melo, ” la dama del tango” Mercedes Simone  e Eladia Blàzquez  una delle cantautrici più longeve e stimate, scrisse per Piazzolla il testo di “Adios nonino”.

Desidero ricordare brevemente una grandissima artista che dette tanto al tango, ma purtroppo venne anche dimenticata nel momento del bisogno, l’Argentina in quegli anni non dimentichiamoci che stava passando il periodo più oscuro di tutta la sua storia: Azucena Josefa Maizani (1902-1970) una vita intensa per il tango, si esibì sia come  cantante che come  attrice. sieme a Gardel, da lui ammirata e stimata, ha imposto un nuovo modo di cantare il tango, aprendo le porte al periodo d’oro dell’interpretazione nostalgica dello stesso. Lasciò più di duecento registrazioni, di dove cantava con le orchestre più famose nel mondo, ciò non fu sufficiente a proteggerla dalla miseria, lavorò in locali di quart’ordine fino alla fine dei suoi giorni.

Nella lista infinita di splendide voci possiamo ricordare anche Libertad  Lamarque e tantissime altre.

La documentazione dell’evoluzione al femminile nel tango come tanguera intesa nell’espressione del ballo è nella fase iniziale meno documentata. Maria Rangola, detta “La Vasca” iniziò a ballare nel 1884 ed aprì la prima milonga, una sala da ballo frequentata da studenti, fantini gente per bene. Oggi lo stabile esiste ancora, la facciata è rimasta intatta, ma ne è cambiato l’uso commerciale, è divenuto un laboratorio per analisi. La speranza di un sogno è il recupero architettonico e funzionale di quelli che sono stati i luoghi storici e rappresentativi del tango possano venir rivalorizzati?

La tanguera viene nominata solo in quanto compagna della figura maschile, i nomi delle donne sono quelle legate a due milongueros più famosi: Ovidio Jose Bianquet “El Cachafaz” e David Undarz ”El Mocho”.

Amelia “La Portuguesa” compagna di David e ballerina calcarono assieme i più bei cabaret di Buenos Aires tra il 1915 e il 1930.

 E le ballerine legate al  El Cachafaz ?   tra il 1910 e il 1920, si alternano le tanguere Emma Boveda, Elsa  O’Connor e Isabel San Miguel ; fino all’incontro  nel 1933 con  Carmencita Calderon.

Carmencita, alla morte di El Cachafaz nel 1942, divenne a sua volta una leggenda, con lei abbiamo la prima “Divina” del tango. Il sostantivo acquista lo stesso peso e valore di riconoscimento nella Lirica, Carmencita Calderon per grazia e per carisma è la Malibran del Tango.

Maria Malibran voce indimenticabile, dolcissima ed unica, a 16 anni debutta in un concerto parigino da soprano, una bellezza sontuosa e angelica, intelligente, esuberante, discuteva con fervore e passionalità tutto quello che riguardava l’arte la musica e il canto, incarnava l’ideale romantico, era in grado di affascinare come non mai.

Cammercita Calderon ha molto in comune con la Malibran , la stessa sensibilità con la quale la Malibran governava i saliscendi della voce, Cammercita inventava ed adornava i passi di tango.

Cammercita  a differenza della Malibran, che morì a 28 anni cadendo da cavallo,  visse per 100 anni, morì nel 2005, circondata d’ affetto e sincera ammirazione.

Occorre arrivare agli anni cinquanta prima che un’altra donna venga seguita e riconosciuta leader  degli anni successivi, ribaltando il gioco dei ruoli nel tango per carisma e creatività:  Maria Nieves  è la compagna di Juan Carlos Copes, l’inventore del tango scenario.

Alla rottura della coppia di vita e artistica avvenuta dopo un sodalizio di cinquant’anni, Maria Nieves è  l’ Alma del tango, quello vero quello in cui la donna ha la consapevolezza di essere femmina e femminile, rivoluzionerà per sempre l’immaginario femminile del tango. Il film che ricorda la sua vita ed il rapporto con Juan Carlos Copes, Un ultimo tango è un piccolo grande capolavoro.

Da qui in poi, i nomi di grande tanguere, interpreti del tango sono riconosciute con la stessa valenza ed importanza dell’uomo, non vi è più l’etichettatura di follower legata ad un concetto di guida  passiva , ma di follwer come colei che con consapevolezza cede il controllo per la riuscita del ballo, nella ricerca della comunicazione e del piacere comune.

Concludo ricordando uno dei tanghi più famosi al mondo composto da una donna Rosita Melo, che scrisse il testo a soli quattordici anni, questo a dimostrazione che il tango non è uomo, non è donna, ma è sentimento reso in musica ”Desde el Alma

Buon ascolto da vostra Rosaspina Briosa ©️

El Cachafaz e Carmencita Calderón
Tita Merello “El choclo”
Maria Nieves
Gavito e Geraldine
Rigoletto, Giuseppe Verdi – Si! Vendetta Desirée Rancatore , soprano e Leo Nucci, baritono

FONTI:

Gobello Josè, 200 Mujeres y hombres que hicieron el tango, Ediciones Libertador

Tango Nuestro, Diario Popular, Buenos Aires, 1997

Josè el de la Quimera, I grandi ballerini del tango della storia

Silverio Valeriani

Tango y Tangueros

Tangologia grande guida del tango argentino di Gl Lala  Edizione Sigillo

Maria de la Vasca, Las primeras Milonga

Duca degli Abruzzi e il tango blog il 1900 sui giornali

TangoCaffe di Massimo Di Marco – L’argentina ha scelto le sue donne del XX secolo

Tacchi solitari “Tango e religone:tra storia e leggenda”

Socialtango 15 Novembre 2020, Francisca Bernardo

HABANERA, LA DANZA DELL’AMORE TRA LIRICA E TANGO

Tra le opere che maggiormente hanno un richiamo artistico internazionale, al punto tale che tutti, ma dico tutti, sanno riconoscere l’aria cantata alle prime note, vi è Carmen.

Carmen, di Georges Bizet, è un’opera tragica in quattro atti, liberamente tratto dal romanzo Carmen di Prosper Mérimée, andò in scena per la prima volta all’ Opéra -Comique di Parigi, il 3 Marzo 1875.

Siamo talmente catturati dalla sua musicalità e dalla trama rocambolesca, che tutta la nostra curiosità di contemporanei la spendiamo per documentarci sull’opera e conosciamo ben poco del compositore stesso.

La profondità e la complessità psicologica dei personaggi, – Carmen la zingara voce da mezzosoprano, don José il sergente voce da tenore, amante di Carmen, Escamillo torero voce da baritono, corteggiatore di Carmen e rivale di don José, Micaela innamorata di don José voce da soprano e sua amica fedele – hanno fatto di quest’opera un vero capolavoro tanto innovativo nell’ intreccio della storia da apparire scandaloso. Non vi sono figure di riferimento positive o negative, hanno tutti uno spessore umano reale, luce e ombra, come nella vita.

Carmen che canta l’aria di Habanera, il cui testo è scritto direttamente da Bizet, suscita in tutti noi, ancora oggi, la spontanea seduzione della fantasia, della sensualità mascherata dall’ illusione d’amore. Attraverso la rappresentazione scenica, siamo spinti emotivamente a riflessioni personali sul nostro stato attuale di vita sentimentale – immaginate l’effetto che deve aver fatto su un pubblico di fine ‘800 -. Gli spettatori alla “prima” rimasero ammutoliti al punto da ritenere l’opera sovversiva all’ordine sociale.

Bizet, così come la sua Carmen, non si aspettava un finale tragico ed imprevedibile che il destino aveva in serbo per lui, beffandolo della soddisfazione di essere riconosciuto un grande tra i grandi in vita.  Morì all’età di 37 anni, il 3 Giugno 1875, tre mesi dalla rappresentazione della prima, presumibilmente per motivi di salute, era cagionevole e soffriva di “angina pectoris”, dolore al petto causati forse da un’ischemia.

 Un arresto cardiaco improvviso, sicuramente causato da più motivi, non ultimo l’insuccesso di una vita artistica dalle alte aspettative, prognosticatogli ancora da piccolo per il suo talento geniale verso la musica e il pianoforte.

Bizet nacque in una famiglia di musicisti, la madre lo seguì nello studio del piano ed all’età di dieci anni venne ammesso al conservatorio.

Uno studio rigoroso lo portò presto a vincere delle borse di studio, fino a conseguire il premio più ambito il Prix de Rome all’età di vent’anni, garantendogli un soggiorno di cinque anni in Italia, con il compito di inviare una composizione musicale all’Accademia francese una volta all’anno .

 Il periodo in Italia fu il più felice e sereno della sua breve vita.

E’ presumibile pensare che nei suoi viaggi tra Roma, Napoli e Firenze si portò via dei ricordi, delle musiche sentite per strada, frammenti di quadri di vita che ha sintetizzato magistralmente nella Carmen, trasmettendo quella vitalità complessa fatta di contraddizioni che la vita stessa è.

Un magnifico baccano da circo” venne definito dagli orchestrali che trovarono difficoltoso seguire questa nuova partitura.

 La trama della Carmen è complessa – un dramma – che finisce con il femmicidio, – di una donna la cui unica colpa era stata quella di scegliere il proprio destino e di rimanere libera a qualsiasi costo. Questo non era sicuramente il soggetto giusto per una teatro tradizionale ed famigliare, come quello della Opéra -Comique di Parigi, tanto è che venne classificata sotto il  genere opera-comique.

La prima venne accolta freddamente e questo certamente non sostenne il povero Bizet, il quale già usciva provato da un periodo depressivo, a conseguenza della salute cagionevole, dell’affettività familiare difficile con la moglie e il mancato riconoscimento dei suoi lavori da compositore che lo costringevano a lavori alternativi come quello di dare lezione d’insegnamento musicale.

Posso solo immaginare le insicurezze profonde e l’ amarezza che tutto possa avergli causato. La musica, comporre, diveniva così  il suo rifugio privato, ed ecco che Carmen è la sua voce al femminile che esprime la disillusione di una passionalità fatta di carne e sangue che non trova riconoscimento continuativo, perché l’amore è un sentimento ribelle.

L’amore è un uccello ribelle

che nessuno può imprigionare

Ed è proprio invano che chiamiamolo

Se per lui è comodo di rifiutare

Niente lo muove, né minacce né preghiere

Uno parla bene, l’altro rimane zitto

Ed io preferisco quest’altro

Non mi dice niente ma mi piace

L’amore! L’amore! L’amore! L’amor

 L’euforica vitalità musicale che non lascia spazi vuoti e tiene il ritmo serrato si contrappone al dramma della povertà e alla crudezza delle scene di “vita reale”, in un forte contrasto che crea scandalo come solo un’altra opera era stata capace di fare la Traviata.

Carmen, seduce con la sua femminile presenza scenica, è padrona di sé stessa e non si lascia manipolare dalle debolezze dei caratteri maschili, non accettando alcun tipo di compromesso sfida la fatalità drammatica del suo destino, svelatole dalla lettura dei tarocchi. Lei è la padrona del suo corpo, del suo desiderio e della sua vita, ma nello stesso tempo è anche la personificazione di quell’amore bellicoso, tortuoso, che ti spinge nei baratri bui della tua personalità, forzandoti ad osservare cosa c’è oltre il confine dell’amore inteso come la ricerca della propria metà che completa la tua anima.

Nietzsche ha da poco trent’anni quando l’ascolta per la prima volta, ne rimane catturato.   Esultò di ammirazione definendola l’opera perfetta il cui messaggio è quello di interrogarsi sull’amore conflittuale tra i sessi, ed arriva ad affermare che Carmen:

E’ un esercizio di seduzione, irresistibile, satanico, ironico provocante. È così che gli antichi immaginavano Eros. Io non conosco nulla che si avvicini da cantare in Italiano, no in tedesco”.

Con sfacciata presunzione mi permetto di evidenziare come Nietzsche non ebbe l’opportunità di ascoltare certi tanghi o milonghe dove l’esercizio di seduzione è ”irresistibile, satanico, ironico e provocante” , aggettivi perfetti con il quale descrivere il magico connubio tra musica e poesia tanguera, una ricerca filosofica del sentimento umano tanto intenso quanto quello espresso nella lirica.

George Bizet prese ispirazione per la composizione della Habanera, da Sebastian de Iaradin con il brano “El Arreglito“, ne cambia l’armonia e diventa un capolavoro assoluto frutto d’ispirazione per altri brani musicali.

La sonorità di “Oh Sole mio“, di cui vi propongo l’ascolto musicale di Tito Schipa, riconosciuto come il primo tenore del Tango, ne è un esempio, ma non l’unico, anche per la cultura tanguera un filo rosso lega Habanera di Bizet alla milonga “Se dice di me”.

 Doveroso è l’omaggio all’ interpretazione cantata da Tita Merello.

Non sono solo, il testo e la musica frizzante della milonga a creare questo collegamento con Habanera, bensì la struttura psicologica del personaggio femminile interpretato da Tita Merello nel tango simboleggia  la stessa  della Carmen.

La milonga ha origini legate alla musicalità africana che sono ampiamente esplicitate in un bellissimo saggio scritto dalla professoressa Lisa Avanzi, la quale  ha reso usufruibile il testo tramite il portale  “socialtango” in Facebook.

In questo saggio, la Calenda, viene descritta come una danza d’amore afro – americana, di cui si ha ha la prima testimonianza dai documenti scritti nel 1805 da parte di un ufficiale inglese Marcus Rainsford, che la vide durante un suo viaggio ad Haiti. Il percorso dettagliato dell’evoluzione di questa danza descritto da Lisa Avanzi, evidenzia come sia arrivata a Cuba in un processo di contaminazione nato dagli scambi commerciali del tabacco e dello zucchero. La musica e la danza, così come il cibo e la lingua parlata, sono elementi di evoluzione ed integrazione sociale.

La migrazione di conoscenze crea contaminazione e dà vita ad ispirazioni di danze nuove che, tra Santo Domingo, Cuba, Argentina ed  Uruguay, viene definita “controdanza”.

Gli schiavi africani nell’adattarsi al contesto sociale di convivenza con i bianchi e i loro usi, modificano la loro espressione comunicativa nel ballo.

Alcune movenze diventano sessualmente meno esplicite e  viene introdotto il ballo di coppia con una forma più leggibile alla cultura europea; ottenendo in questo modo, il permesso di esibirsi alle feste popolari.

Dal 1840  Walzer, Polca e Mazurka sono ballati ovunque.

Questa volta sono i “negri” che si appropriano delle movenze adattandole ai loro ritmi e dando vita al filone della musica e della danza latino americana: rumba, samba, maxixe e tango.

La danza Habanera, secondo lo studio musicologo cubano Emilio Grenet è un’evoluzione della “controdanza”, divenuta espressione della coppia che balla unita.

Non si sa con precisione quando arrivi l’Habanera nell’area di Rio de la Plata, gli storici collocano il periodo introno al 1860.

Probabilmente si diffuse attraverso due percorsi diversi, uno con i marinai nelle classi popolari, adottando la versione più spinta, e un altro attraverso le classi agiate nei teatri, adottandone una forma più elegante e sobria per le sale da ballo.

Il ritmo del tango africano dell’ Habanera portava con sé il desiderio di libertà dalle costrizioni sociali e morali dell’epoca vittoriana.

Se Habanera ha accesso la scintilla d’ispirazione a Bizet nel 1875, niente esclude che attraverso il teatro Colon e la rappresentazione della Carmen, la sua forza passionale non abbia ispirato le più belle milonghe dei nostri tempi.

La musica è quella forma di comunicazione trasversale che ci aiuta comprendere chi siamo e dove vogliamo andare.

Buon Ballo a tutti.

Rosapina Briosa ©️

HABANERA, Georges Bizet – Carmen, Conchita Supervìa
HABANERA Georges Bizet – Carmen. Elena Obraztsova
HABANERA Georges Bizet – Carmen. Maria Callas
OH SOLE MIO – Tito Schipa
EL ARREGLITO Sebastiàn Yradier
SE DICE DE MI – Tita Merello