MARCO EL HURÀCAN: Il tango che travolge

MARCO EL HURÀCAN – IL TANGO CHE NON SI FERMA

Un ritratto intenso di se stesso e della professione di Musicalizador, El Huràcan ci regala l’opportunità di capire sia il suo lavoro che l’evoluzione musicale del Tango dagli albori ai giorni nostri.

Buona visione  vostra Rosaspina Briosa®

Intervista Marco El Huràcan – Rosaspina Briosa, per il progetto La Speranza in un abbraccio. “Tango Royal Maratona” – Palazzo della Borsa – Genova
Anibal Troilo y su Orquesta Típica e Roberto Goyeneche – Trenzas

LA LEZIONE DI TANGO “Feuilleton de Rosaspina” – Episodio IV

Episodio IV

I giorni si susseguivano, uno accanto all’altro in una ripetitività come solo lo scorrere del tempo può generare: l’attesa del giorno nuovo.  

Elena, si rifugiava nel tango, rappresentava una bolla nella sua quotidianità esistenziale che le permetteva di fermare il tempo.

L’attrazione ed i giochi di sguardi precedevano l’euforia pre mirada; è sottile il confine tra complicità di coppia e amore per il tango.

Ridacchiava ed ammirava con un velo di sarcasmo quelle tanguere che pur non essendo più giovani, si trasformavano nelle braccia del partner al punto da non poter più dare loro un’età.

Quel tipo di sicurezza derivava solo ed unicamente dalla femminilità di ogni donna porta dentro di sé.

Talune ne avevano talmente in abbondanza che neppure si rendevano conto dell’effetto che provocavano; queste rare ballerine, rimanevano inconsapevoli del loro potenziale. Spesso ballavano al di sotto delle loro capacità, non osando mirare o contraccambiare lo sguardo con coloro che definivano bravi.  La scelta di rimanere nella loro zona confort, le proteggeva dalla delusione di provarci.

Che spreco, si disse tra sé e sé, l’autostima è fondamentale.

Un sorriso amaro le increspò il labbro pensando a Francesca, non le mancava l’autostima, eppure, anche lei, non voleva vedere la vera natura di Marco.

Marco è un bluff!

Il giorno della resa dei conti si stava avvicinando sempre di più.

Lo aveva capito da come ultimamente ballavano in milonga e presto nel gioco delle coppie, si sarebbero ritrovati a rimescolare le carte … niente era destinato a rimanere come sembrava.

L’ estate con le sue lunghe notti, la carezza dell’aria fresca, l’inganno delle stelle predisponevano gli animi ad incontri talvolta fugaci, raramente autentici, ma quando questo accadeva faceva tremare le fondamenta anche della coppia apparentemente più stabile.

Non è vero che il tango inganna, eppure porta a confondere ciò che non si vuol riconoscere.

Il bip del suo cellulare l’avviso dei messaggi in arrivo su WhatsApp.

Sorrise, si divertiva a tenere vivo l’interesse di più uomini, ognuno non collegato all’altro, in modo tale che le possibilità che si incontrassero o condividessero amicizie o passioni comuni era praticamente nullo.

Aveva una preferenza accentuata per quelli fuori regione, le permetteva di vederli con meno regolarità, riuscendo a mantenere vivo la curiosità verso di loro.

Il guaio vero era che pochi riuscivano ad intrigarla con una conversazione ricca al punto tale da farle scattare il desiderio di approfondire la conoscenza.

Ahimè quello era il suo limite grande… al terzo incontro quando le cose stavano prendendo la piega giusta e tra una risata profonda e dell’allegra euforia, regalo di un buon bicchiere di Amarone, accadeva quasi sempre una caduta di stile, talmente inappropriata da rivelare tutta l’arroganza maschile, così ben camuffata da un accentuato narcisismo, al punto che si chiedeva se non fosse meglio essere un po’oca e scopare di più.

Ma ecco che il retaggio culturale, invece di aiutarla sostenendola a ragion veduta, di non perdere una , che erano le ultime cartucce, fregatene e concludi la serata, tutte le volte le faceva l’auto sgambetto…

Si ritrovava a girare le chiavi nella toppa di casa, tutta sola.

Ridendo si toglieva le scarpe e gettandosi nel letto quasi vestita, ripensava ancora a quella prima volta dopo la sua vedovanza, aveva bevuto talmente tanto che a forza di farlo ridere, gli era diventato piccolo e non avevano concluso più niente.

 Si erano addormentati abbracciati.

Si guardò allo specchio con uno sguardo nuovo e si chiese, se anche lei non facesse parte di quelle poverine che fino a pochi minuti prima aveva scanzonato.

Si guardò allo specchio, aveva poco seno per attizzare, la vita sottile e le gambe lunghe, le garantivano alla sua età una figura ancora armoniosa e slanciata.

Non si stupiva degli sguardi accesi nei suoi confronti, quello di cui si meravigliava, ora ripensandoci con calma, era che benché riconoscesse la sua passionalità femminile, al punto tale da comprendere di desiderare un uomo, poi di fatto non riusciva ad instaurare una comunicazione che perdurasse oltre il periodo canonico dei due mesi. Come se ci fosse una tacita regola non scritta tra il “gentil sesso maschile”, che allungare il periodo dei due mesi, avrebbe provocato una paralisi fulminante alle articolazioni inferiori ed il cervello sarebbe andato in pappa. Addirittura sembrava, che l’emotività affettiva, sprigionata dall’intimità fisica di due persone, non dovesse superare lo strato protettivo intimo dell’anima, altrimenti era la fine.

Una volta attivato il processo dell’innamoramento, il rischio di creare una dipendenza emozionale era talmente alto, tanto quanto la persona difronte a te risplendeva di sincero affetto.

Gira che ti rigira il tango visto da questa prospettiva diventava catalizzatore di energie cariche di erotismo, infiammando le fantasie di taluni e portando in milonga una brezza di euforica confusione.

Ma veramente il tango è in grado di allontanarti da ciò che ti è più caro?

La sua mente, come un filtro della macchina del caffè, tralasciava solo ciò ritenuto corretto: un insieme di valori e convinzioni, il resto, rimaneva ben nascosto.

 Il persistente bip del cellulare le impose l’attenzione su dinamiche familiari più complesse.

Uscì dal bagno guardando l’orologio, lo sguardo oltrepassò quel disordine distribuito in modo uniforme, i vestiti indossati la sera prima spiegazzati adagiati un po’ sulla poltroncina e un po’ a terra.

Le scarpe invece non si ricordava che fine avessero fatto, ecco, una si intravedeva da sotto il letto, ma l’altra?  Percorse la stanza senza trovarla fino all’ angolo della scrivania dove una catasta di libri, ogni giorno si alzava sempre di più, storcendosi come la torre di Pisa.

La situazione sarebbe stata recuperabile, se avesse perso meno tempo dietro ai suoi pensieri, avesse fatto andare le mani invece che rincorrere i ricordi.

L’occhio scanzonato e di sufficienza con i quali i suoi figli erano soliti a commentare quello stato di cose, la catapultò nello sconforto di sentirsi una madre inadeguata.

L’ansia fece capolino, inducendola a muoversi nel più breve tempo possibile, almeno le lenzuola e far cambiare l’aria, “la stanza con i letti in ordine ha subito un altro aspetto” era solita a dirle su nonna.

Nel tirare le lenzuola, sentì le mani rugose di sua madre, accarezzavano le sue, nella semplicità di quel gesto, rivide per un breve attimo la stanza di sua madre come la sua, anche lei da giovane donna osservava e giudicava.

Vedova, non divorziata, un’eccezione alla sua età e tra le sue amiche si riteneva fortunata, aveva potuto preservarne il profumo dei fiori di arancio, e dalla distruzione la terra calpestata, giorno dopo giorno, aveva riassorbito la perdita del dolore.  I ragazzi un faro nelle notti più buie. 

Matteo rientrava da una vacanza con gli amici in campeggio e Stephy da Ferrara. L’ affitto del monolocale la costringeva a continue piccole economie, aveva rinunciato all’auto pur di vivere in uno spazio tutto suo.

Si era trasferita da un anno a Ferrara , per completare il dottorato   in poliambulanza nel reparto pediatrico, ultimo arduo step, fatto di sacrifici e rinunce, senza quelle tranquillità sul futuro e l’aiuto economico dei genitori che la sua generazione aveva goduto.

 Stephy sarebbe arrivata in stazione per le 13:00 realizzò tutto di colpo.

La sua spinta affannosa nel coprire con la mente tutte le mancanze sottolineate dai suoi ragazzi le si rivoltò contro in una smania di compiacere; cercava di recuperare una metodicità che non le apparteneva.

I cinque minuti necessari per finire un lavoro, diventavano dieci di ritardo su quello successivo e il rincorrersi delle lancette l’avvisavano del limite che si era data.

 Alle 12:30 avrebbe dovuto trovarsi in macchina se voleva assolutamente arrivare puntuale.

Nell’azionare la macchina, l’orologio sul cruscotto segnava le 12:40.

Traffico, il cellulare iniziò a squillare. “Pronto, ciao Mamma”

“È arrivata?”

“Sto andando a prenderla in stazione, ti chiamiamo noi..”

“Si, va bene , aspetto. Baci”

Doveva riconoscere che sua madre aveva due grandi capacità: la prima, chiamarla sempre nel momento di maggiore tensione tra la partenza o l’arrivo. La seconda capacità mantenere una serena accondiscendenza sugli imprevisti della vita, ed un innegabile tocco contorto nel farti sentire in colpa ed inadeguata, tanto quanto l’inconsapevolezza di questo suo atteggiamento, aveva finito di minare il loro rapporto, al punto che un meccanismo di dipendenza affettiva, giocato sulla sudditanza dei ruoli aveva garantito alcune certezze a sua madre a discapito della sua sicurezza.

Chi con forza affermava che l’amore materno è sempre e solo protettivo e benevolo, lo guardava con perplessità, non esprimeva una parola, in coscienza sapeva che sarebbe andata incontro ad una conversazione sterile.

Già tanto era comprenderlo da sola, per non riproporlo, nel fagocitante gioco al massacro nella comunicazione familiare con i suoi figli, impossibile metterlo in discussione con gli estranei.

La mente e il cuore possono parlarsi? Si chiedeva Elena aspettando sua figlia.

“Mamma, ciao, come stai?”

 Stephy era sciupata, le piangeva il cuore quando la vedeva spenta. A ventisette anni dovresti sorridere sempre.

“Sei magra,” nel dirlo Elena si morse il labbro.

“Guarda non iniziare, sono appena salita ma faccio presto a scendere e chiedere a Laura se posso stare da lei.”

“Ma, no cosa dici è che sono così contenta di vederti, ho già tutto pronto a casa”.

“Matteo dovrebbe arrivare a momenti. Perché non lo chiami? Cerchiamo di capire tra quanto arriva”.

Stefania, la guardò di sott’occhi prese la sigaretta se l’accese.

“Posso? Ti dà fastidio?”

“ Ma no, apri il finestrino. Il viaggio dura poco, ma dovevi proprio fumare ora?”

“Se ti dà fastidio spengo” nel dirlo schiacciò la sigaretta.

Ogni volta che la vedeva, le si stringeva lo stomaco, solo il suono della sua voce lo percepiva come aggressivo, la mortificava, ogni parola implicava un giudizio mascherato di disapprovazione nei suoi confronti. Si girò ad osservarla, le mani stringevano con forza il volante e lo sguardo fisso sulla strada segnavano un volto stanco almeno quanto il suo. Ma che cazzo aveva fatto? Si domandò.

Elena non capiva, ma perché aveva dovuto sottolineare in quel momento il fatto se fumava o no in macchina sua? Che cosa voleva dimostrare? Non poteva accettare che sua figlia vivesse la sua vita come voleva? Doveva per forza mascherare le sue domande. Eppure ci doveva essere un altro modo per comprendersi, la felicità ha senso solo nel momento che la condividevano, ma tra loro non c’era una vera condivisione.

Le emozioni sovrastavano la sua capacità di ascolto, un ascolto dell’altro che il tango ben le aveva insegnato, lasciarsi andare nel respiro.

Cos’è fare tango? Non è forse tango parlare senza parole?

Il silenzio, non è necessariamente il vuoto, crea chiarezza e nel percepire l’aggressiva esclusione dell’altro, comprendi il confine protettivo di te stesso.

Qualunque cosa lei avesse fatto in passato per creare una protezione simile in sua figlia, non avrebbe rinnegato la sua responsabilità ma la capacità di andare oltre comprendere e lasciare andare era qualcosa che poteva insegnare a se stessa e a lei non con le parole ma solo con l’esempio. 

Vi sono degli attimi nella vita di ognuno di noi dove smettiamo di diventare figli per evolverci in genitori ed è quando ci riconosciamo fragili.

Mi voltai e le sorrisi.

“Possiamo riprovare? “

“Non lo so mamma, credimi lo vorrei tanto, ma tu sei perpetuamente lo schema di te stessa”.

Entrammo in casa e qualcosa di veramente insolito ci attendeva, Matteo aveva già buttato la pasta e la stava scolando.

Ci guardò entrambe: “Giusto in tempo, belle donne sedetevi a tavola che ora vi servo subito.”

Stehpy , gli andò incontro un bacio veloce sulla guancia “Stai bene fratellone, le vacanze ti hanno donato”.

Mi guardai intorno, mi morsi il labbro, la cucina non era proprio come l’avevo lasciata ed il mio arrosto era rimasto in forno con le patate.

Mi azzardai a dire. “Avevo già preparato tutto.” Mi bloccai, improvvisazione, contaminazione e inclusione …. forse significava mettersi a tavola, ridere, bere e gustarsi la pasta anche se fosse stata scotta e soprattutto esclusa dal mio programma di dieta.

“Ma è mille volte meglio venir servita, l’arrosto lo teniamo per questa sera..”

“Io non ci sono, sono a fare un ape cena in centro con i miei amici” Matteo, mi guardò aspettandosi da me la solita replica … ma come sei appena tornato a casa ed esci nuovamente…

Stefania aggiunse “Sono a cena a casa dei genitori di Manu”.

“Direi che ora mangiamo la pasta prima che si raffreddi e all’arrosto ci pensiamo domani “.

La carbonara veniva proprio bene a Matteo, si sentiva la cucina con il cuore, vederli seduti accanto a me, anche solo per quei dieci minuti tanto era la fretta che avevano di mangiare velocemente per poi ognuno ritirarsi nelle proprie stanze.

No, non avrei lasciato quella voce malinconica disturbante, lasciarmi reinterpretare la realtà del presente con le lenti dell’amarezza. No, non ci sto, amo me stessa, amo la mia vita e amo i miei figli perché abbiano la loro.

Il cellulare suonò, riconobbi la suoneria di Francesca.

 Risposi: “Cara ho i ragazzi a pranzo ci sentiamo dopo”.

“Un attimo solo, ti ho inviato diversi messaggi, stiamo prenotando per stasera andiamo tutti in Villa Balestri, Milonga con ape cena sei dei nostri?”

Sorrisi, talvolta le cose si incastrano nel modo più imprevedibile, ripensando a come tutto può cambiare in un attimo, la percezione della vita, l’intensità della morte, l’accettazione folle di essere innamorati ci vuole un atto di armoniosa fede verso noi stessi.

“ Si sono dei vostri”.

LA LEZIONE DI TANGO “Feuilleton de Rosaspina” – Episodio III

Terza puntata

Marco si chiese perché proprio quella mattina gli erano tornate in mente
le parole del Maestro Francesco. Non le aveva comprese allora:  “Amara è la vita in fuga.”
La sua non era stata una vita amara.
Guardiamo la realtà, aveva un lavoro stressante, sì, ma gli piaceva.
Possedeva una bella casa e una vita sociale soddisfacente.
Aveva interessi suoi ed una compagna con la quale sarebbe invecchiato, alla fine si sarebbero presi cura l’uno dell’ altro.
L’ insoddisfazione macinava lentamente all’ interno del suo stomaco come quei vecchi macinini del caffè, bastava poco a lasciare andare la tensione accumulata.
La vista del giorno che sorgeva, il suono del mattino, le sue passeggiate solitarie in montagna, le fotografie a scorci paesaggistici, il respiro ritmato del suo cuore nel silenzio della natura, erano strategie create  allo scopo di riequilibrare la sua ansia.

Due bei seni e lo sguardo intenso di occhi sinceri, anime solitarie, intimidite, strapazzate dalla fatica del vivere, completavano il cocktail di antidepressivi naturali creati ad hoc per lui.

In fondo, lui e Francesca non si facevano del male, reciprocamente, e nelle relazioni che instaurava, sentiva di donarsi quella libertà che per qualche convinzione sociale era definita tradimento.
Oggi però, si percepiva come una contraddizione vivente o un’amarezza sottile, forse nata dalla consapevolezza di non aver cercato con coraggio la reciprocità con Francesca.
Il tango, dopo anni e anni, lo stava mettendo davanti ai suoi limiti, lui vi si era avvicinato solo per  divertimento, terreno di caccia, e senza saperlo, alla fine si era lasciato catturare dal suo fascino e dalla lenta maturazione.
Cambiare se stesso ?
Troppo faticoso, forse era anche pronto a farlo, se avesse avuto accanto una donna d’amare…
Con questa convinzione che cullava il suo alter ego, ogni futile considerazione venne lasciata lambire nell’ inconscio, dimenticandosi, di ascoltare quella piccola parte di lui che coraggiosamente gli aveva riproposto un ricordo lontano.

 Francesca, una volta salita in macchina, si era completamente allontana dal pensiero di Marco, la guida l’aiutava a rimanere focalizzata sulla giornata che l’attendeva in ospedale. Il telefono di Francesca suonò. Guardò il display, era Elena.
Mentalmente non aveva tempo per Elena, eppure, come si fa tra amiche, a turno e, senza dirsi niente, in quel mutuo soccorso di abbracci e di ascolto, Francesca decise di rispondere.
«Hola! Buongiorno. Come va?»
«Ciao bene, sto facendo colazione. Hai sentito la novità?» le chiese Elena.

Francesca rise, le novità di Elena quasi sempre riguardavano pettegolezzi relativi alla vita privata di qualcun altro, non lo faceva con malizia, ma sembrava divenuto un modo tutto suo per rimandare le decisioni che doveva prendere sulla sua vita.
La risata di Elena era sempre stata contagiosa, al punto da essere la sua migliore arma di seduzione.
Purtroppo, neppure se ne rendeva conto, troppo ingabbiata nel suo ruolo professionale, faceva fatica a lasciarsi andare, vi riusciva solo quando inserita nella comunità della sua scuola di tango o in milonga, nell’atto di togliersi le scarpe ed infilare i tacchi, si trasformava in qualcuno che era lei ma nello stesso tempo no.

Francesca ed Elena si erano piaciute subito.

I loro sguardi si erano incrociati, perché l’una osservava i piedi dell’altra. Sia Elena che Francesca, utilizzavano il rituale dell’osservazione del piede come misura di valutazione dell’altro. Entrambe si vergognavano di questo metro di giudizio scelto, ritenendolo non solo superficiale, ma talvolta anche fuorviante, ciò nonostante rimaneva la convinzione che le scarpe e i piedi nudi, da sempre fossero fonte di importanti informazioni sulla persona presa in esame.   L’osservazione, attenta e puntigliosa, condizionava la scelta di un’amicizia divenendo più o meno intima.

Scopertesi a guardarsi rispettivamente, Francesca aveva cercato di ovviare alla situazione, allontanando lo sguardo e fermandosi ad allacciare il cinturino. Con la coda dell’occhio, aveva colto il mezzo sorriso sornione di Elena; a quel punto, la risata di Elena, squillante e sfacciata aveva tolto entrambe dall’imbarazzo.

«Ordunque che nuove mi porti?» chiese Francesca.

Elena non se lo fece ripetere due volte.

«Walter e Roberta si sono lasciati. Te lo aveva anticipato, ultimamente in Milonga arrivavano con visi tirati e non ballavano quasi mai con nessuno».

«Ma dai, non posso crederci, ma tu come lo hai saputo?» chiese con curiosità Francesca.

«Da nessuno, ho visto con i miei occhi. Sono andata a Vicenza, con Andrea e Chiara, al Gattomatto, e chi ci trovo? Walter che balla con Marialisa, tutta sera. Una milonga fuori mano, non conosciuta, sicuramente, volevano mantenere l’anonimato.»

«Ma dai! Nel mondo del tango, non sono mica così ingenui. Ti sembra poi che Marialisa sia una che si nasconda? Era inevitabile. Hai presente Roberta, troppo accondiscendete, surclassata dalla presenza di lui. – Dove la metteva lei stava, sempre in ordine e perfetta, un bel corpo, un bellissimo sorriso ma a ballare, non era certo all’altezza di lui.»

Elena dispiaciuta per Roberta, riconosceva un fondo di verità nelle parole di Francesca, ma vi leggeva anche una dose di repressa invidia per una posizione di centralità che per quanto ambigua Roberta aveva goduto in questi anni con Walter, Francesco ormai da molto tempo non le concedeva più neppure quello.

Roberta non si era resa conto dell’egoismo un po’ narcisista di Walter.

Walter in quei cinque anni di relazione, aveva cercato di gestirla nel modo più sincero che poteva. Ma lei, aveva conosciuto la moglie di Walter, Silvia, sapeva che di questa donna non ne era profondamente innamorato. Invaghito, anestetizzato dalla dolcezza e bellezza di Roberta, orgoglioso e caparbio nel non voler ammettere di aver sbagliato, questi erano gli elementi fondamentali che tenevano unita la coppia.

Elena aveva osservato in silenzio e le tensioni tra loro, non erano solo un aggiustamento nell’unione di vite professionali e private, per quanto nelle foto apparissero sereni e felici, mancava la rinuncia del proprio bene per l’altro.  Walter non si era volutamente dato il tempo di elaborare la separazione.

La scelta affettiva di Roberta ed il lavoro estenuante di questi anni, gli avevano permesso di ricontrollare la sua vita ed assorbire gradualmente il grande vuoto lasciato da Silvia, la sua compagna di vita.

Meglio un amore dove era lui a governare le emozioni che viceversa.

Elena aveva provato un’infinita tenerezza quando aprendo facebook le era comparso il post di Roberta di pochi giorni prima. Sorridente con un’amica, sottolineava la capacità e la dignità di non scendere a compromessi e forse pensava Elena, in quella frase, ella aveva anche voluto difendersi dalle malelingue e da, quei pensieri oscuranti alla sua felicità di coppia.

Probabilmente, avvertiva, senza legittimarsela, quella leggera ansia nata dall’insicurezza di una relazione basata su una forte attrazione fisica e condizioni lavorative favorevoli. Sapeva a cosa sarebbe andata incontro, ma lo aveva sempre voluto ed ora che il conto stava per presentarsi alla cassa, le assaliva la rabbia dell’impotenza.

Il gioco ne era valsa la candela?

Amarezza, amarezza di compromessi, Roberta ne aveva ingoiati diversi, per assaporare quel brivido di entrare in milonga al braccio di Walter, il posto riservato nei locali, lo sguardo invidioso delle altre donne, il sorriso compiaciuto degli uomini.

Le erano state offerte su un piatto d’argento l’opportunità di una crescita personale e artistica della quale da sola non avrebbe mai neppure varcato la soglia.

Eppure ora, tradiva non solo sé stessa, ma tutte le donne, risplendeva di luce riflessa, non si accorgeva di come l’immagine di geisha servizievole e solo apparentemente conturbante, avesse creato un fascino dal potenziale seduttivo, attraverso il quale era riuscita fino ad allora ad incantarlo e tenerlo legata a lei.

Roberta, senza accorgersene, perdeva quella indipendenza e sicurezza in sé stessa, lentamente le sue opportunità di lavoro ruotavano sempre e solo intorno a lui.

Si era adattata ad un regime alimentare rigido e ad un allenamento fisico costante per rimodellare il suo corpo in base alle aspettative di Walter.

Lo aveva accompagnato nelle occasioni ufficiali, stando un passo indietro, sia come partner nelle esibizioni, sia come insegnante nelle lezioni di tango.

Non si era risparmiata in niente, ci aveva creduto con tutta sé stessa e nonostante la grande differenza di età, aveva accolto i momenti di silenzio e di riposo che lui necessitava, proteggendolo da tutti, rinunciando silenziosamente alla sua esuberante giovinezza.

Un sassolino, tutto era iniziato casualmente, comprese la non sincera reciprocità.

Aveva detto basta, ma poi in Walter, che si era sentito rifiutato, ma non era riuscito ad ammetterlo a sé stesso, perché questo gli avrebbe fatto realizzare il fallimento, della sua relazione, qualcosa cambiò. Automaticamente la sua psiche, si era attivata.

Nel subconscio, il dolore dell’abbandono creava quella tensione emotiva che lo portava al piacere, alimentando il bisogno di Roberta.

Lui, Walter, l’uomo dal fascino silenzioso e conturbante, aveva la capacità di erotizzare la parola, quel chiacchierare intimo profondo e attento, riusciva ad alimentare l’ attesa, una lenta seduzione, giocata sull’emozioni di passionalità che così bene sapeva creare, proprio come gli accadeva quando preso dalla creatività del ballo trasmetteva le stesse vibrazioni a chi lo stava guardando mentre si esibiva.

Roberta lo sapeva bene, era sempre stata consapevole, come solo una donna innamorata sa esserlo, di non essere profondamente amata da lui.

Quello di cui non era consapevole, era di essere caduta nel tranello più antico del mondo, riflettere all’esterno un’immagine di serena gaiezza non vera di se stessa.

Le sue affermazioni di dignità erano parole prive di azione.

«Sai, non credo che Roberta ancora lo sappia» affermò Elena.

«Non mi sorprenderebbe affatto, a lasciarsi ufficialmente ne avrebbero da perderci entrambi. Lui dovrebbe ammettere, o che non era innamorato di lei o che non lo era della prima moglie. Passare da una relazione all’altra, senza neppure il tempo di un caffè, non è certo segno di maturità e neppure di un uomo di sentimento e di valore. La sua immagine pubblica ne risentirebbe troppo, dovrebbe togliersi la maschera e risultare quello che è un opportunista.»

Le parole crude di Francesca avevano innescato in Elena un certo turbamento.

«Fermati Francesca, non sono d’accordo su quello che stai dicendo di Walter, lo giudichi senza saperne niente. Inoltre stai sovrapponendo cose tue che forse riguardano la tua relazione con Francesco ma non la persona di Walter. Un uomo confuso, forse sì, ma chi è che non lo è oggi, ma soprattutto non prendi inconsiderazione quello che ha sofferto.

Forse ho visto un inizio di una parentesi tra Walter e Marialisa l’altra sera. Io ero presente, li ho osservati attentamente.

L’affiatamento di quei due mentre ballavano era palpabile, creava un’energia di comunicazione con il tango.

Diamo tutti per scontato che una relazione sia per sempre.

Ma non lo è.

È la più grande costrizione sociale che ci siamo imposti senza rispettarne la natura, non riconoscendo e legittimando un sentimento d’amore, come qualcosa che si rigenera e si rinvigorisce, perché si sceglie di amare. Probabilmente Roberta e Walter hanno vissuto un innamoramento intenso e vero, ma non amore.

Il vero problema è l’ipocrisia che accettiamo, nel momento che comprendiamo di esserci sbagliati.

Vendiamo i nostri sogni.

Davanti alla paura della solitudine e della vecchiaia mascheriamo il sentimento d’amore per qualcos’altro.

Fosse vero che Roberta riuscisse a lasciarlo per prima.

Invece rimarrà, accettando anche tutte le sue nuovi brevi o lunghe ed intense passioni, sapendo che alla fine Lassie torna sempre a casa.»

«Che palle che mi fai venire, io ho bisogno di leggerezza la quotidianità di un amore toglie la leggerezza…e sto per entrare in Ospedale.»

Francesca rallentò era in coda all’uscita della tangenziale.

«Ti lascio ora. Ne riparliamo sabato.»

«Va bene, mi raccomando tienitelo per te vedremo nelle prossime milonghe che cosa accadrà. Certo che Walter e Marialisa… ma come si saranno conosciuti?».

A conversazione chiusa, Francesca si sentì infastidita, lo stomaco le si era leggermente contratto.

Si disse che doveva smetterla di rispondere alle chiamate di prima mattina di Elena.

Le piaceva molto quando sapeva con leggerezza risultare frivola, ma la sua era una frivolezza acuta, tanti non si rendevano conto della profondità dei sentimenti espressi da Elena.

Non era un aspetto della sua personalità immediata, ma Elena nell’analisi degli altri, nel confrontarsi con se stessa e nel costringerti a riflettere toglieva ogni velo protettivo, mettendo a nudo la tua vulnerabilità.

Non si rendeva nemmeno conto di farlo, ma la comunicazione era priva di quei doppi binari che gli adulti utilizzano, sembrava quasi che la capacità di visione sulle cose fosse rimasta ferma all’età della fanciullezza, una trasparenza lineare, alla quale si sommava la profondità di una vita trascorsa.

Tutto ciò era disarmante e contemporaneamente complesso.

Vostra Rosaspina Briosa®️

LIRICA E TANGO: la bellezza del femminile nel costume di scena

La figura femminile, sia nella lirica che nel tango, viene valorizzata dall’abito indossato.

La sua creazione da parte dei costumisti aggiunge un valore importante per il gioco di illusione e fantasia creato nella immedesimazione del personaggio, sia essa la soprano che si esibisce nel ruolo di Mimì, oppure la tanguera che si presenta nell’arena della milonga, entrambe attraverso l’abito indossato rimandano un’immagine di sé,  sensuale, fatale, romantica o timida.

I costumi teatrali fino al 1700, non rispondevano ai criteri di ricerca storica e realistica dell’opera eseguita, davano molto più valore all’estetica ed avevano il compito di valorizzare al massimo la ricchezza e la bellezza.

Occorrerà aspettare la nascita di Francois – Joseph Talma, perché si inizi a valorizzare l’ambientazione storica corretta, l’arte scenica era inquinata si usava rappresentare la tragedia classica con il vestiario contemporaneo. Talma nato nel 1793 a Parigi, morì il 17 Ottobre 1826, passò quindi attraverso la rivoluzione francese che cambiò profondamente il modo di fare teatro, iniziò così a curare la scenografia, i costumi e i dettagli storici delle pièces teatrali.

Dall’ 800 in poi il costume scenico acquista sempre più importanza, al punto tale che era consuetudine per i cantanti e gli attori comprarseli personalmente, venivano approvati i bozzetti, arricchiti da passamanerie impreziosite, talvolta perfino da gemme preziose.

Il vestito costruito “su misura” risultava comodo alla soprano che spesso si vedeva costretta ad indossare strutture articolate per rispettare i canoni storici, risultando così scomodi, basti pensare ai busti e alle crinoline.

La coreografia scenica ed i costumi indossati non sempre si armonizzavano tra di loro, in quanto non vi era ancora la figura del costumista che seguendo le indicazioni del regista avrebbe curato tutta la messa in opera. Perché occorrerà aspettare la fine dell’ 800, quando i grandi teatri inizieranno ad aprire la loro sartoria.

Successivamente si inizierà a portare sul palco gli abiti della vita contemporanea per un’interpretazione modernistica dell’opera. Gli abiti rivestono un significato simbolico, esoterico e, talvolta, perfino psicoanalitico, come è accaduto nell’ultima edizione di Salomè alla Scala con la regia di Damiano Michieletto.

Oggi possiamo grazie ad alcune collezioni private, come quella del Museo Tebaldi a Grosseto, che invito a visitare, non solo per la bellezza dei costumi scenici esposti all’interno del museo, ma anche per il percorso informativo sulla vita della signora Tebaldi, avendo così un’occasione per percorrere la storia degli anni d’oro della lirica italiana.

Il respiro dell’offerta proposta, dal Museo Teatrale alla Scala, è tale da coinvolgere non solo gli appassionati dell’opera, i tesori del museo sono alla portata di tutti e valgono un viaggio.

Un’altra collezione interessante è la Mostra permanente di costumi teatrali di Serrone. E’ l’unica mostra di questo genere esistente nella Regione Lazio ed una delle poche in Italia. I costumi teatrali sono stati realizzati nel corso della brillante carriera da Beatrice Minori, sarta della RAI tv e sarta personale di Eduardo de Filippo, oltre che collaboratrice di importanti registi italiani.

Non meno importanza riveste l’abito da tango con una storia più recente ma assai interessante.

Fin dagli albori della vita tanguera, l’abito e la scarpa rappresentano nell’immaginario collettivo della comunità tanguera, gli strumenti con i quali la tanguera valorizzava sia l’immagine voluta dare di sé, che lo stile di ballo.

Occorre distinguere gli abiti tra quelli utilizzati per le esibizioni dalle professioniste in Milonga, nelle competizioni o per spettacoli teatrali di tango scenario, da quelli indossati dalle tanguere per andare in Milonga.

La ricercatezza dei modelli, dei colori e dei lustrini ha avuto un’evoluzione nel tempo, un cambiamento dettato dagli influssi della moda dell’epoca e dai cambiamenti culturali e musicali.

In Europa il fenomeno delle sartine, giovani donne lavoratrici dei primi del ‘900 era talmente diffuso a Parigi che venne dedicato a loro una festa la patrona Santa Caterina d’Alessandria protettrice delle apprendiste sarte che presero il soprannome di “caterinette”, si deve a loro probabilmente i primi abiti da tango.

I drappeggi, i tessuti e i ricami evidenziano lo status sociale della tanguera.

Il satin divenne il tessuto più ricercato ed i colori arancio e giallo i più richiesti.

Vi erano abiti eleganti per le milonghe dell’alta borghesia ed abiti più semplici per le milonghe nei parchi e nei caffè. Gli uomini indossavano la divisa da gaucho, giacca nera, camicia bianca e cravatta, pantaloni a righe grigio e nero.

El Chacafaz indossava lo smoking in Milonga.

Negli anni ’50 la moda del tango ebbe un brusco fermo, il tango era stato surclassato dal Rock n’ Roll.

Occorrerà attendere l’uragano Maria Nieves e il suo compagno Juan Carlos Coppes, perché il tango ritorni in vita come una fenice, sono loro i protagonisti di questa rinascita, grazie ai loro spettacoli teatrali che riportarono il tango in auge calcando i palcoscenici più importanti d’ Europa.

 La nuova musicalità richiedeva un’interpretazione del tango in sintonia con le giovani generazioni, l’abito si fa più morbido, con trasparenze e spacchi, le gonne larghe e fluttuanti, tutto centrato sulla comodità del movimento.

E’ stato inaugurato a Buenos Aires, il Museo de la storia del Traje, museo della storia del costume, con un padiglione interamente dedicata alla storia del tango e della moda tanguera “Se dice de Mi“, non poteva essere scelto un titolo più adatto per omaggiare l’evoluzione del femminile.

Esposti vi sono gli abiti di Maria Nieves indossati durante i suoi spettacoli.

Un abito sicuramente non ci dà l’esperienza e la conoscenza tecnica per ballare bene, ma ci aiuta a vederci belle  e più sicure,  la prospettiva cambia  e con essa la modalità con la quale si affronta la milonga.

Seguono tre brevi interviste, una  alla costumista di teatro  e di abiti da tango Manuela Gandolfi con la sua linea Dancerie, e alle  stiliste di tango  Marigrazia Spinelli con il suo brand Nudapassione   e Elena Cappelli con il marchio ElenaT  dove la T sta per tango.

Come sempre buona visione, Vostra Rosaspina Briosa®️

Manuela Gandolfi – Dancerine – Rosaspina Briosa

Mariagrazia Spinelli – Nudapassione – Rosaspina Briosa
Elena Cappelli – ElenaT – Rosaspina Briosa
Modelli per un giorno

FONTE:

“Indagine: moda e costume nel Teatro europeo del Novecento” di Antonella De Nisco

tacchisolitari.altervista.org “la storia la strada del tango l’evoluzione della moda tanguera”

clipse-magazine.it “Cultura teatro prosa uno dei primi divi di Francia Francois Joseph Talma”

HABANERA, LA DANZA DELL’AMORE TRA LIRICA E TANGO

Tra le opere che maggiormente hanno un richiamo artistico internazionale, al punto tale che tutti, ma dico tutti, sanno riconoscere l’aria cantata alle prime note, vi è Carmen.

Carmen, di Georges Bizet, è un’opera tragica in quattro atti, liberamente tratto dal romanzo Carmen di Prosper Mérimée, andò in scena per la prima volta all’ Opéra -Comique di Parigi, il 3 Marzo 1875.

Siamo talmente catturati dalla sua musicalità e dalla trama rocambolesca, che tutta la nostra curiosità di contemporanei la spendiamo per documentarci sull’opera e conosciamo ben poco del compositore stesso.

La profondità e la complessità psicologica dei personaggi, – Carmen la zingara voce da mezzosoprano, don José il sergente voce da tenore, amante di Carmen, Escamillo torero voce da baritono, corteggiatore di Carmen e rivale di don José, Micaela innamorata di don José voce da soprano e sua amica fedele – hanno fatto di quest’opera un vero capolavoro tanto innovativo nell’ intreccio della storia da apparire scandaloso. Non vi sono figure di riferimento positive o negative, hanno tutti uno spessore umano reale, luce e ombra, come nella vita.

Carmen che canta l’aria di Habanera, il cui testo è scritto direttamente da Bizet, suscita in tutti noi, ancora oggi, la spontanea seduzione della fantasia, della sensualità mascherata dall’ illusione d’amore. Attraverso la rappresentazione scenica, siamo spinti emotivamente a riflessioni personali sul nostro stato attuale di vita sentimentale – immaginate l’effetto che deve aver fatto su un pubblico di fine ‘800 -. Gli spettatori alla “prima” rimasero ammutoliti al punto da ritenere l’opera sovversiva all’ordine sociale.

Bizet, così come la sua Carmen, non si aspettava un finale tragico ed imprevedibile che il destino aveva in serbo per lui, beffandolo della soddisfazione di essere riconosciuto un grande tra i grandi in vita.  Morì all’età di 37 anni, il 3 Giugno 1875, tre mesi dalla rappresentazione della prima, presumibilmente per motivi di salute, era cagionevole e soffriva di “angina pectoris”, dolore al petto causati forse da un’ischemia.

 Un arresto cardiaco improvviso, sicuramente causato da più motivi, non ultimo l’insuccesso di una vita artistica dalle alte aspettative, prognosticatogli ancora da piccolo per il suo talento geniale verso la musica e il pianoforte.

Bizet nacque in una famiglia di musicisti, la madre lo seguì nello studio del piano ed all’età di dieci anni venne ammesso al conservatorio.

Uno studio rigoroso lo portò presto a vincere delle borse di studio, fino a conseguire il premio più ambito il Prix de Rome all’età di vent’anni, garantendogli un soggiorno di cinque anni in Italia, con il compito di inviare una composizione musicale all’Accademia francese una volta all’anno .

 Il periodo in Italia fu il più felice e sereno della sua breve vita.

E’ presumibile pensare che nei suoi viaggi tra Roma, Napoli e Firenze si portò via dei ricordi, delle musiche sentite per strada, frammenti di quadri di vita che ha sintetizzato magistralmente nella Carmen, trasmettendo quella vitalità complessa fatta di contraddizioni che la vita stessa è.

Un magnifico baccano da circo” venne definito dagli orchestrali che trovarono difficoltoso seguire questa nuova partitura.

 La trama della Carmen è complessa – un dramma – che finisce con il femmicidio, – di una donna la cui unica colpa era stata quella di scegliere il proprio destino e di rimanere libera a qualsiasi costo. Questo non era sicuramente il soggetto giusto per una teatro tradizionale ed famigliare, come quello della Opéra -Comique di Parigi, tanto è che venne classificata sotto il  genere opera-comique.

La prima venne accolta freddamente e questo certamente non sostenne il povero Bizet, il quale già usciva provato da un periodo depressivo, a conseguenza della salute cagionevole, dell’affettività familiare difficile con la moglie e il mancato riconoscimento dei suoi lavori da compositore che lo costringevano a lavori alternativi come quello di dare lezione d’insegnamento musicale.

Posso solo immaginare le insicurezze profonde e l’ amarezza che tutto possa avergli causato. La musica, comporre, diveniva così  il suo rifugio privato, ed ecco che Carmen è la sua voce al femminile che esprime la disillusione di una passionalità fatta di carne e sangue che non trova riconoscimento continuativo, perché l’amore è un sentimento ribelle.

L’amore è un uccello ribelle

che nessuno può imprigionare

Ed è proprio invano che chiamiamolo

Se per lui è comodo di rifiutare

Niente lo muove, né minacce né preghiere

Uno parla bene, l’altro rimane zitto

Ed io preferisco quest’altro

Non mi dice niente ma mi piace

L’amore! L’amore! L’amore! L’amor

 L’euforica vitalità musicale che non lascia spazi vuoti e tiene il ritmo serrato si contrappone al dramma della povertà e alla crudezza delle scene di “vita reale”, in un forte contrasto che crea scandalo come solo un’altra opera era stata capace di fare la Traviata.

Carmen, seduce con la sua femminile presenza scenica, è padrona di sé stessa e non si lascia manipolare dalle debolezze dei caratteri maschili, non accettando alcun tipo di compromesso sfida la fatalità drammatica del suo destino, svelatole dalla lettura dei tarocchi. Lei è la padrona del suo corpo, del suo desiderio e della sua vita, ma nello stesso tempo è anche la personificazione di quell’amore bellicoso, tortuoso, che ti spinge nei baratri bui della tua personalità, forzandoti ad osservare cosa c’è oltre il confine dell’amore inteso come la ricerca della propria metà che completa la tua anima.

Nietzsche ha da poco trent’anni quando l’ascolta per la prima volta, ne rimane catturato.   Esultò di ammirazione definendola l’opera perfetta il cui messaggio è quello di interrogarsi sull’amore conflittuale tra i sessi, ed arriva ad affermare che Carmen:

E’ un esercizio di seduzione, irresistibile, satanico, ironico provocante. È così che gli antichi immaginavano Eros. Io non conosco nulla che si avvicini da cantare in Italiano, no in tedesco”.

Con sfacciata presunzione mi permetto di evidenziare come Nietzsche non ebbe l’opportunità di ascoltare certi tanghi o milonghe dove l’esercizio di seduzione è ”irresistibile, satanico, ironico e provocante” , aggettivi perfetti con il quale descrivere il magico connubio tra musica e poesia tanguera, una ricerca filosofica del sentimento umano tanto intenso quanto quello espresso nella lirica.

George Bizet prese ispirazione per la composizione della Habanera, da Sebastian de Iaradin con il brano “El Arreglito“, ne cambia l’armonia e diventa un capolavoro assoluto frutto d’ispirazione per altri brani musicali.

La sonorità di “Oh Sole mio“, di cui vi propongo l’ascolto musicale di Tito Schipa, riconosciuto come il primo tenore del Tango, ne è un esempio, ma non l’unico, anche per la cultura tanguera un filo rosso lega Habanera di Bizet alla milonga “Se dice di me”.

 Doveroso è l’omaggio all’ interpretazione cantata da Tita Merello.

Non sono solo, il testo e la musica frizzante della milonga a creare questo collegamento con Habanera, bensì la struttura psicologica del personaggio femminile interpretato da Tita Merello nel tango simboleggia  la stessa  della Carmen.

La milonga ha origini legate alla musicalità africana che sono ampiamente esplicitate in un bellissimo saggio scritto dalla professoressa Lisa Avanzi, la quale  ha reso usufruibile il testo tramite il portale  “socialtango” in Facebook.

In questo saggio, la Calenda, viene descritta come una danza d’amore afro – americana, di cui si ha ha la prima testimonianza dai documenti scritti nel 1805 da parte di un ufficiale inglese Marcus Rainsford, che la vide durante un suo viaggio ad Haiti. Il percorso dettagliato dell’evoluzione di questa danza descritto da Lisa Avanzi, evidenzia come sia arrivata a Cuba in un processo di contaminazione nato dagli scambi commerciali del tabacco e dello zucchero. La musica e la danza, così come il cibo e la lingua parlata, sono elementi di evoluzione ed integrazione sociale.

La migrazione di conoscenze crea contaminazione e dà vita ad ispirazioni di danze nuove che, tra Santo Domingo, Cuba, Argentina ed  Uruguay, viene definita “controdanza”.

Gli schiavi africani nell’adattarsi al contesto sociale di convivenza con i bianchi e i loro usi, modificano la loro espressione comunicativa nel ballo.

Alcune movenze diventano sessualmente meno esplicite e  viene introdotto il ballo di coppia con una forma più leggibile alla cultura europea; ottenendo in questo modo, il permesso di esibirsi alle feste popolari.

Dal 1840  Walzer, Polca e Mazurka sono ballati ovunque.

Questa volta sono i “negri” che si appropriano delle movenze adattandole ai loro ritmi e dando vita al filone della musica e della danza latino americana: rumba, samba, maxixe e tango.

La danza Habanera, secondo lo studio musicologo cubano Emilio Grenet è un’evoluzione della “controdanza”, divenuta espressione della coppia che balla unita.

Non si sa con precisione quando arrivi l’Habanera nell’area di Rio de la Plata, gli storici collocano il periodo introno al 1860.

Probabilmente si diffuse attraverso due percorsi diversi, uno con i marinai nelle classi popolari, adottando la versione più spinta, e un altro attraverso le classi agiate nei teatri, adottandone una forma più elegante e sobria per le sale da ballo.

Il ritmo del tango africano dell’ Habanera portava con sé il desiderio di libertà dalle costrizioni sociali e morali dell’epoca vittoriana.

Se Habanera ha accesso la scintilla d’ispirazione a Bizet nel 1875, niente esclude che attraverso il teatro Colon e la rappresentazione della Carmen, la sua forza passionale non abbia ispirato le più belle milonghe dei nostri tempi.

La musica è quella forma di comunicazione trasversale che ci aiuta comprendere chi siamo e dove vogliamo andare.

Buon Ballo a tutti.

Rosapina Briosa ©️

HABANERA, Georges Bizet – Carmen, Conchita Supervìa
HABANERA Georges Bizet – Carmen. Elena Obraztsova
HABANERA Georges Bizet – Carmen. Maria Callas
OH SOLE MIO – Tito Schipa
EL ARREGLITO Sebastiàn Yradier
SE DICE DE MI – Tita Merello