LA LEZIONE DI TANGO “Feuilleton de Rosaspina” – Episodio III

Terza puntata

Marco si chiese perché proprio quella mattina gli erano tornate in mente
le parole del Maestro Francesco. Non le aveva comprese allora:  “Amara è la vita in fuga.”
La sua non era stata una vita amara.
Guardiamo la realtà, aveva un lavoro stressante, sì, ma gli piaceva.
Possedeva una bella casa e una vita sociale soddisfacente.
Aveva interessi suoi ed una compagna con la quale sarebbe invecchiato, alla fine si sarebbero presi cura l’uno dell’ altro.
L’ insoddisfazione macinava lentamente all’ interno del suo stomaco come quei vecchi macinini del caffè, bastava poco a lasciare andare la tensione accumulata.
La vista del giorno che sorgeva, il suono del mattino, le sue passeggiate solitarie in montagna, le fotografie a scorci paesaggistici, il respiro ritmato del suo cuore nel silenzio della natura, erano strategie create  allo scopo di riequilibrare la sua ansia.

Due bei seni e lo sguardo intenso di occhi sinceri, anime solitarie, intimidite, strapazzate dalla fatica del vivere, completavano il cocktail di antidepressivi naturali creati ad hoc per lui.

In fondo, lui e Francesca non si facevano del male, reciprocamente, e nelle relazioni che instaurava, sentiva di donarsi quella libertà che per qualche convinzione sociale era definita tradimento.
Oggi però, si percepiva come una contraddizione vivente o un’amarezza sottile, forse nata dalla consapevolezza di non aver cercato con coraggio la reciprocità con Francesca.
Il tango, dopo anni e anni, lo stava mettendo davanti ai suoi limiti, lui vi si era avvicinato solo per  divertimento, terreno di caccia, e senza saperlo, alla fine si era lasciato catturare dal suo fascino e dalla lenta maturazione.
Cambiare se stesso ?
Troppo faticoso, forse era anche pronto a farlo, se avesse avuto accanto una donna d’amare…
Con questa convinzione che cullava il suo alter ego, ogni futile considerazione venne lasciata lambire nell’ inconscio, dimenticandosi, di ascoltare quella piccola parte di lui che coraggiosamente gli aveva riproposto un ricordo lontano.

 Francesca, una volta salita in macchina, si era completamente allontana dal pensiero di Marco, la guida l’aiutava a rimanere focalizzata sulla giornata che l’attendeva in ospedale. Il telefono di Francesca suonò. Guardò il display, era Elena.
Mentalmente non aveva tempo per Elena, eppure, come si fa tra amiche, a turno e, senza dirsi niente, in quel mutuo soccorso di abbracci e di ascolto, Francesca decise di rispondere.
«Hola! Buongiorno. Come va?»
«Ciao bene, sto facendo colazione. Hai sentito la novità?» le chiese Elena.

Francesca rise, le novità di Elena quasi sempre riguardavano pettegolezzi relativi alla vita privata di qualcun altro, non lo faceva con malizia, ma sembrava divenuto un modo tutto suo per rimandare le decisioni che doveva prendere sulla sua vita.
La risata di Elena era sempre stata contagiosa, al punto da essere la sua migliore arma di seduzione.
Purtroppo, neppure se ne rendeva conto, troppo ingabbiata nel suo ruolo professionale, faceva fatica a lasciarsi andare, vi riusciva solo quando inserita nella comunità della sua scuola di tango o in milonga, nell’atto di togliersi le scarpe ed infilare i tacchi, si trasformava in qualcuno che era lei ma nello stesso tempo no.

Francesca ed Elena si erano piaciute subito.

I loro sguardi si erano incrociati, perché l’una osservava i piedi dell’altra. Sia Elena che Francesca, utilizzavano il rituale dell’osservazione del piede come misura di valutazione dell’altro. Entrambe si vergognavano di questo metro di giudizio scelto, ritenendolo non solo superficiale, ma talvolta anche fuorviante, ciò nonostante rimaneva la convinzione che le scarpe e i piedi nudi, da sempre fossero fonte di importanti informazioni sulla persona presa in esame.   L’osservazione, attenta e puntigliosa, condizionava la scelta di un’amicizia divenendo più o meno intima.

Scopertesi a guardarsi rispettivamente, Francesca aveva cercato di ovviare alla situazione, allontanando lo sguardo e fermandosi ad allacciare il cinturino. Con la coda dell’occhio, aveva colto il mezzo sorriso sornione di Elena; a quel punto, la risata di Elena, squillante e sfacciata aveva tolto entrambe dall’imbarazzo.

«Ordunque che nuove mi porti?» chiese Francesca.

Elena non se lo fece ripetere due volte.

«Walter e Roberta si sono lasciati. Te lo aveva anticipato, ultimamente in Milonga arrivavano con visi tirati e non ballavano quasi mai con nessuno».

«Ma dai, non posso crederci, ma tu come lo hai saputo?» chiese con curiosità Francesca.

«Da nessuno, ho visto con i miei occhi. Sono andata a Vicenza, con Andrea e Chiara, al Gattomatto, e chi ci trovo? Walter che balla con Marialisa, tutta sera. Una milonga fuori mano, non conosciuta, sicuramente, volevano mantenere l’anonimato.»

«Ma dai! Nel mondo del tango, non sono mica così ingenui. Ti sembra poi che Marialisa sia una che si nasconda? Era inevitabile. Hai presente Roberta, troppo accondiscendete, surclassata dalla presenza di lui. – Dove la metteva lei stava, sempre in ordine e perfetta, un bel corpo, un bellissimo sorriso ma a ballare, non era certo all’altezza di lui.»

Elena dispiaciuta per Roberta, riconosceva un fondo di verità nelle parole di Francesca, ma vi leggeva anche una dose di repressa invidia per una posizione di centralità che per quanto ambigua Roberta aveva goduto in questi anni con Walter, Francesco ormai da molto tempo non le concedeva più neppure quello.

Roberta non si era resa conto dell’egoismo un po’ narcisista di Walter.

Walter in quei cinque anni di relazione, aveva cercato di gestirla nel modo più sincero che poteva. Ma lei, aveva conosciuto la moglie di Walter, Silvia, sapeva che di questa donna non ne era profondamente innamorato. Invaghito, anestetizzato dalla dolcezza e bellezza di Roberta, orgoglioso e caparbio nel non voler ammettere di aver sbagliato, questi erano gli elementi fondamentali che tenevano unita la coppia.

Elena aveva osservato in silenzio e le tensioni tra loro, non erano solo un aggiustamento nell’unione di vite professionali e private, per quanto nelle foto apparissero sereni e felici, mancava la rinuncia del proprio bene per l’altro.  Walter non si era volutamente dato il tempo di elaborare la separazione.

La scelta affettiva di Roberta ed il lavoro estenuante di questi anni, gli avevano permesso di ricontrollare la sua vita ed assorbire gradualmente il grande vuoto lasciato da Silvia, la sua compagna di vita.

Meglio un amore dove era lui a governare le emozioni che viceversa.

Elena aveva provato un’infinita tenerezza quando aprendo facebook le era comparso il post di Roberta di pochi giorni prima. Sorridente con un’amica, sottolineava la capacità e la dignità di non scendere a compromessi e forse pensava Elena, in quella frase, ella aveva anche voluto difendersi dalle malelingue e da, quei pensieri oscuranti alla sua felicità di coppia.

Probabilmente, avvertiva, senza legittimarsela, quella leggera ansia nata dall’insicurezza di una relazione basata su una forte attrazione fisica e condizioni lavorative favorevoli. Sapeva a cosa sarebbe andata incontro, ma lo aveva sempre voluto ed ora che il conto stava per presentarsi alla cassa, le assaliva la rabbia dell’impotenza.

Il gioco ne era valsa la candela?

Amarezza, amarezza di compromessi, Roberta ne aveva ingoiati diversi, per assaporare quel brivido di entrare in milonga al braccio di Walter, il posto riservato nei locali, lo sguardo invidioso delle altre donne, il sorriso compiaciuto degli uomini.

Le erano state offerte su un piatto d’argento l’opportunità di una crescita personale e artistica della quale da sola non avrebbe mai neppure varcato la soglia.

Eppure ora, tradiva non solo sé stessa, ma tutte le donne, risplendeva di luce riflessa, non si accorgeva di come l’immagine di geisha servizievole e solo apparentemente conturbante, avesse creato un fascino dal potenziale seduttivo, attraverso il quale era riuscita fino ad allora ad incantarlo e tenerlo legata a lei.

Roberta, senza accorgersene, perdeva quella indipendenza e sicurezza in sé stessa, lentamente le sue opportunità di lavoro ruotavano sempre e solo intorno a lui.

Si era adattata ad un regime alimentare rigido e ad un allenamento fisico costante per rimodellare il suo corpo in base alle aspettative di Walter.

Lo aveva accompagnato nelle occasioni ufficiali, stando un passo indietro, sia come partner nelle esibizioni, sia come insegnante nelle lezioni di tango.

Non si era risparmiata in niente, ci aveva creduto con tutta sé stessa e nonostante la grande differenza di età, aveva accolto i momenti di silenzio e di riposo che lui necessitava, proteggendolo da tutti, rinunciando silenziosamente alla sua esuberante giovinezza.

Un sassolino, tutto era iniziato casualmente, comprese la non sincera reciprocità.

Aveva detto basta, ma poi in Walter, che si era sentito rifiutato, ma non era riuscito ad ammetterlo a sé stesso, perché questo gli avrebbe fatto realizzare il fallimento, della sua relazione, qualcosa cambiò. Automaticamente la sua psiche, si era attivata.

Nel subconscio, il dolore dell’abbandono creava quella tensione emotiva che lo portava al piacere, alimentando il bisogno di Roberta.

Lui, Walter, l’uomo dal fascino silenzioso e conturbante, aveva la capacità di erotizzare la parola, quel chiacchierare intimo profondo e attento, riusciva ad alimentare l’ attesa, una lenta seduzione, giocata sull’emozioni di passionalità che così bene sapeva creare, proprio come gli accadeva quando preso dalla creatività del ballo trasmetteva le stesse vibrazioni a chi lo stava guardando mentre si esibiva.

Roberta lo sapeva bene, era sempre stata consapevole, come solo una donna innamorata sa esserlo, di non essere profondamente amata da lui.

Quello di cui non era consapevole, era di essere caduta nel tranello più antico del mondo, riflettere all’esterno un’immagine di serena gaiezza non vera di se stessa.

Le sue affermazioni di dignità erano parole prive di azione.

«Sai, non credo che Roberta ancora lo sappia» affermò Elena.

«Non mi sorprenderebbe affatto, a lasciarsi ufficialmente ne avrebbero da perderci entrambi. Lui dovrebbe ammettere, o che non era innamorato di lei o che non lo era della prima moglie. Passare da una relazione all’altra, senza neppure il tempo di un caffè, non è certo segno di maturità e neppure di un uomo di sentimento e di valore. La sua immagine pubblica ne risentirebbe troppo, dovrebbe togliersi la maschera e risultare quello che è un opportunista.»

Le parole crude di Francesca avevano innescato in Elena un certo turbamento.

«Fermati Francesca, non sono d’accordo su quello che stai dicendo di Walter, lo giudichi senza saperne niente. Inoltre stai sovrapponendo cose tue che forse riguardano la tua relazione con Francesco ma non la persona di Walter. Un uomo confuso, forse sì, ma chi è che non lo è oggi, ma soprattutto non prendi inconsiderazione quello che ha sofferto.

Forse ho visto un inizio di una parentesi tra Walter e Marialisa l’altra sera. Io ero presente, li ho osservati attentamente.

L’affiatamento di quei due mentre ballavano era palpabile, creava un’energia di comunicazione con il tango.

Diamo tutti per scontato che una relazione sia per sempre.

Ma non lo è.

È la più grande costrizione sociale che ci siamo imposti senza rispettarne la natura, non riconoscendo e legittimando un sentimento d’amore, come qualcosa che si rigenera e si rinvigorisce, perché si sceglie di amare. Probabilmente Roberta e Walter hanno vissuto un innamoramento intenso e vero, ma non amore.

Il vero problema è l’ipocrisia che accettiamo, nel momento che comprendiamo di esserci sbagliati.

Vendiamo i nostri sogni.

Davanti alla paura della solitudine e della vecchiaia mascheriamo il sentimento d’amore per qualcos’altro.

Fosse vero che Roberta riuscisse a lasciarlo per prima.

Invece rimarrà, accettando anche tutte le sue nuovi brevi o lunghe ed intense passioni, sapendo che alla fine Lassie torna sempre a casa.»

«Che palle che mi fai venire, io ho bisogno di leggerezza la quotidianità di un amore toglie la leggerezza…e sto per entrare in Ospedale.»

Francesca rallentò era in coda all’uscita della tangenziale.

«Ti lascio ora. Ne riparliamo sabato.»

«Va bene, mi raccomando tienitelo per te vedremo nelle prossime milonghe che cosa accadrà. Certo che Walter e Marialisa… ma come si saranno conosciuti?».

A conversazione chiusa, Francesca si sentì infastidita, lo stomaco le si era leggermente contratto.

Si disse che doveva smetterla di rispondere alle chiamate di prima mattina di Elena.

Le piaceva molto quando sapeva con leggerezza risultare frivola, ma la sua era una frivolezza acuta, tanti non si rendevano conto della profondità dei sentimenti espressi da Elena.

Non era un aspetto della sua personalità immediata, ma Elena nell’analisi degli altri, nel confrontarsi con se stessa e nel costringerti a riflettere toglieva ogni velo protettivo, mettendo a nudo la tua vulnerabilità.

Non si rendeva nemmeno conto di farlo, ma la comunicazione era priva di quei doppi binari che gli adulti utilizzano, sembrava quasi che la capacità di visione sulle cose fosse rimasta ferma all’età della fanciullezza, una trasparenza lineare, alla quale si sommava la profondità di una vita trascorsa.

Tutto ciò era disarmante e contemporaneamente complesso.

Vostra Rosaspina Briosa®️

LA LIRICA D’AMORE NEL TANGO E NELL’OPERA AL TEMPO DEL COVID

La lirica d’amore è un concetto che l’uomo da sempre ha cercato di capire, analizzare ed esprimere. L’umanità intera si è consumata nella ricerca degli elementi fondamentali dell’innamoramento che ne fanno scattare la combinazione, perfino la chimica è arrivata a definire la composizione degli attivatori ormonali, perché alla fine è di questo che stiamo parlando: la lirica, non è altro che quel processo di innamoramento poetico in cui il testo del canto ci induce a perderci.

 “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” Dante, l’Infermo.

L’ascolto dell’opera e del tango, come in tutte le cose della vita, si possono approcciare con diversi livelli di attenzione e molto dipende dalla intensità e dal coinvolgimento con il quale desideriamo conoscere qualcosa.

Si può ascoltare sia l’opera che il tango, abbuffandosi alla sua tavola, fermarsi ad un appagamento dei sensi, dato dalla bellezza della musica, il canto, la recitazione e l’ambientazione. Potremmo immaginarci di essere lupi affamati, ingolositi dalla elaborata preparazione artistica della “mise en place”, la tovaglia di broccato, la porcellana di Limoges, i bicchieri di cristallo, oppure una preparazione più rustica, ma accattivante, genuina, dove il cibo è esposto con il piacere goliardico di esaltarne la convivialità.

Ci si può fermare qui ed abbiamo già elementi più che a sufficienza per crearvici intorno un vero business commerciale.

Ahimè, come sempre i business commerciali stanno in piedi se ci sono dietro gli artisti. Prima di tutti gli scrittori, siano essi poeti, musicisti, giornalisti o persone che come me  si dilettano a dare forma ai pensieri, pensieri che creano ed innescano movimenti di riflessione.

Al seguito degli scrittori si aggiungono uno alla volta altri personaggi, gli interpreti, i registri, i coreografi, i costumisti, gli addetti alle luci del suono, gli spettatori per l’opera, i ballerini per il tango, gli addetti alla sicurezza, al trasporto delle merci.  In altre parole, il flusso economico di un sistema di mercato, che risponde alle regole della domanda e dell’offerta.

Il primo anello di questa catena di ricchezza e prosperità economica è lo scrittore, senza di esso non partirebbe niente.

Eppure oggi è il più bistrattato dal sistema stesso.

L’ironia della vita al tempo del Covid, dove la disponibilità della parola visiva data dal contatto è diminuita per le restrizioni imposte di assembramento, la scrittura sta rifiorendo.

Se lo scrittore non riesce con leggerezza a portarci verso l’obiettivo, in tempi rapidi, perdiamo la concentrazione e l’interesse, con una semplice pressione del dito chiudiamo la pagina.

Lo stesso accade con il testo della canzone del tango e dell’opera, se non ci addentriamo nel comprenderli, perdiamo il vero potenziale evolutivo che entrambi hanno, come nel non terminare la lettura di un articolo.

La capacità che ognuno di noi ha, di far propria una riflessione e di rielaborala in base al suo vissuto, è la chiave di comprensione per trovare le risposte giuste per la nostra storia di vita di fronte allo smarrimento della solitudine, della morte, della fame. Emozioni che in tempo di Covid sono tornate presenti nella vita di molti di noi.

Emblematici sono i casi raccolti dalle testate giornalistiche e televisive sulle testimonianze di persone che alla ricerca di risposte ad un malessere interiore si rivolgono a “personaggi ambigui” che sfruttano le debolezze personali.

Non c’è bisogno di tutto questo, i testi poetici del tango e dell’opera, ci potrebbero aiutare in un percorso d’ intima riflessione a porci le domande che abbiamo evitato a lungo e, magari a trovare delle risposte.

Nel tango e nell’opera lirica, il messaggio d’amore è comune e comprensibile a tutte le culture, è espressione fisica, terrena, nella sua sessualità, del qui e ora, si dilata nella sfera emozionale della lirica poetica, dove l’anima, la parte intangibile dell’uomo, lasciata libera, esprime il meglio o il peggio di sé; diventano così le parole il lume che indica l’uscita dal tunnel della disperazione, oggi potremmo dire dalla depressione.

La complessità dell’artista è muoversi all’interno di questi due confini rimanendo in equilibrio, in modo tale da garantire la “pagnotta” tutti i giorni, ma nello stesso tempo non perdere di vista l’obiettivo, una visione d’opportunità di cambiamento.

È con questo invito vi propongo due testi diversi, ma simili, leggerli da soli e ricercare le similitudini e le immagini che vi suscitano l’ascolto della musica è un approccio diverso per assaporare il bello della vita.

Per la lirica, vi propongo le parole di Medora nell’ opera di Verdi, “Il corsaro.”

Tra Medora e Corrado, capo dei corsari, vi è una relazione di profondo amore, ma l’ambizione ed il desiderio di lui lo portano ad allontanarsi a rischiare la propria vita.

Medora lo supplica di rimanergli accanto perché teme il suo non ritorno, sente che la sua vita senza di lui non ha valore. Questa aria intensamente drammatica è da monito; rivela la pericolosità di rimanere prigionieri di pensieri ricorrenti, dove immaginiamo ciò che non è accaduto e non corrisponde alla realtà. Restando in balia dei propri sentimenti al punto che sarà Medora stessa a rendere reale il dramma, suicidandosi perché aveva anticipato la morte di Corrado.

Egli non riede ancora! (romanza di Medora)

“Egli non riede ancora!
Oh come lunghe, eterne,
Quando lungi è da me, l’ore mi sono!

Arpa che or muta giaci,
Vieni, ed i miei sospiri
Seconda sì, che più veloce giunga
Il flebile lamento
Al cor del mio fedel, sull’ali al vento.

Non so le tetre immagini
Fugar del mio pensiero,
Sempre dannata a gemere
All’ombra d’un mistero:
E se di speme un pallido
Raggio su me traluce,
E passeggiera luce
Di lampo ingannator.
Meglio è morir! Se l’anima
Se ‘n voli in seno a Dio;
Se il mio Corrado a piangere
Verrà sul cener mio:
Premio una cara lagrima
Chieggo all’amor soltanto,
Virtù non vieta il pianto
Per chi moria d’amor.”

Per il tango, vi propongo “ Toda mi vida”  tango del 1940 , scritto da Jose Maria Contursi, musica di Anibal Troilo e cantata da Roberto Goyeneche.   La traduzione del testo in lingua italiana è a cura di Carla De Benedicts, tratto dal suo libro Parole, Parole, Parole di Tango.

Toda mia vida

“Oggi, dopo tanto tempo

senza più vederti, né parlarti,

già stanco di cercarti

sempre…sempre…

Sento che sto morendo,

lentamente, perché mi hai dimenticato

 e sulla mia fronte fredda

 non lascerai più i tuoi baci.

So che mi hai amato molto

Tanto… tanto come io ti ho amato!

Però in cambio io ho sofferto

molto… molto più di te!

Non so perché ti ho perduta,

neanche so quando fu,

però accanto a te ho lasciato

tutta la mia vita.

E oggi che sei lontana da me

e sei riuscita a dimenticare,

sono un passaggio della tua vita…

niente di più!

Mi manca così poco

Per andare con la morte…

I miei occhi già non devono vederti

Mai… mai!

E se un giorno per colpa mia

Una lacrima hai versato,

perché mi hai amato tanto

so che mi perdonerai!”

Che dire, gli studi psicoanalitici, da Frued a Jung, concordano tutti nell’affermare che sia l’inconscio a governare la parte conscia e la consapevolezza di questo ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi, chiediamoci dove vogliamo andare   e sapremo risponderci chi siamo.

Buon ascolto.

Rosaspina Briosa – Un tango con il tenore – © Tutti i diritti riservati

María Callas – Verdi, I corsari – Egli non riede ancor…
Aníbal Troilo, Toda mi vida – Roberto Goyeneche

EMMA CARELLI E MERI FRANCO LAO, vita di “consapevolezza in movimento”

Meri Franco Lao – Emma Carelli

17 Agosto 1928 moriva Emma Carelli.

La sua fu una morte tragica ed improvvisa, un incidente in auto con la sua Lambda, perse il controllo, di ritorno da uno dei suoi viaggi.

Come era potuto accadere? Con questa domanda in mente ho iniziato a documentarmi.

Pochi anni prima nel 1926 il comune di Roma aveva deciso di acquistare il Teatro Costanzi, per poterne controllare la voce e trasformarlo in uno strumento di diffusione culturale del regime fascista. La scelta dell’acquisto, fu la soluzione finale per far stare zitta una donna; il cui impegno e risultati straordinari, come direttore artistico, avevano portato il Costanzi a divenire l’olimpo della lirica.

Emma Carelli, disturbava, non si allineava a nessuno stereotipo.

Da giovane soprano si caratterizzò fin dall’inizio nei ruoli drammatici, il dolore esposto della figura femminile rappresentava la forza interiore dei sentimenti di una donna e non più la fragilità angelica dell’eroina romantica. Si impose, a solo 22 anni, come riportato dalle cronache del tempo, per la sua intensa interpretazione nella parte di Margherita in Mefistofele, di Arrigo Boito. Ancora oggi è ricordata l’edizione del 1899, al teatro Costanzi, che la vide cantare con Enrico Caruso, definito il più grande tenore del mondo di cui quest’anno ricorrono i 100 anni dalla sua morte.

Era nata una nuova Divina nel panorama della lirica italiana.

Nella vita personale Emma Carelli, non si schierò mai apertamente con il movimento femminista, per lei la vera indipendenza nasceva dai fatti e non solo dalle manifestazioni in piazza. Coerente con le sue idee di indipendenza ella passò da prima donna nella lirica a diventare impresaria teatrale. Si individua un filo conduttore nel suo operato: non era donna da subire passivamente nessun torto. Si oppose con tutte le sue forze all’ ostruzionismo di Mascagni e a clima denigratorio portato avanti scientificamente dal regime fascista per delegittimare il suo operato e quindi toglierle il teatro.

Che violenza! Uno “Stai zitta” impostole dal regime, infangandone il nome e negandole un riconoscimento intellettuale, che avrebbe comportato come conseguenza ultima la cancellazione storica della sua memoria.

Renato Tomasino, nel suo libro “Le Divine”, dove presenta le biografie delle più importanti interpreti della musica lirica, ripercorrendone la storia dai suoi inizi ai giorni nostri, non la nomina tra le protagoniste del panorama artistico dei primi del 900.

Maschilismo intellettuale?

In questi giorni Michela Murgia presenta in libreria il suo ultimo lavoro dal titolo “Stai Zitta“, ed affronta queste tematiche, le stesse che subì Emma Carelli. Sono trascorsi 95 anni ed è cambiato ancora troppo poco.

Quindi cosa aggiungere, se non la consapevolezza contemporanea che una meravigliosa creatura di solo 51 anni, oggi diremo all’apice delle sue potenzialità creative, venne stroncata da uno stress post traumatico, causato da un dolore talmente forte dal quale non riuscirà più a riprendersi. Un dolore talmente intenso da alterare la percezione del “qui e ora”. Dolore vivo, di pensieri ricorrenti che le fece perdere il controllo dell’auto, come forse aveva perso il controllo emotivo della sua vita. Nel 1928, si registrò il più alto numero di suicidi femminili nella storia del nostro paese. Non si utilizzavano ancora i psicofarmaci come mezzo per controllare il pensiero evolutivo della donna come lo diverrà negli anni ’50, per mantenere funzionale un sistema patriarcale.

Emma Carelli moriva lo stesso anno in cui nasceva America Franco Lao, 1928, e mi piace pensar a quest’ultima, come la degna erede dello spirito indomabile di Emma. Quanto hanno in comune queste due donne, pur avendo vissuto in epoche diverse, entrambe si sono battute per i loro sogni.

Meri Franco Lao, eternamente in viaggio, sperimenta tutto, scrittrice, musicista, ricercatrice espressiva della gestualità nella danza; tutto della sua vita la porta verso il tango, era predestinata a questa Mirada.

L’incontro con Astor Piazzolla è un connubio di scambio culturale ed energetico, ricco perché emotivamente sincero, e nasce dal riconoscersi viaggiatori consapevoli. Leggendo gli articoli di Meri Franco Lao su Piazzolla (www.sirenalatina.com) schietti diretti dalle prime parole ne intuisci la forza del suo pensiero che non concede sconti a nessuno.

Forse nasce da qui, il dispiacere che ho provato nel leggere le diverse biografie a lei dedicate. Anche quella nella enciclopedia della donna, cattura l’attenzione del lettore, nominando un suo amore giovanile, che come tale forse, avrebbe dovuto rimanere custodito.

Peccato, che nessuna biografia maschile del soggetto fa riferimento a Meri Lao, come passione giovanile di lui e come forse questo dono prezioso che si scambiarono, abbia in qualche modo influenzato la sua vita di uomo e di artista, cosa che invece viene sottointeso in quella di lei. Che ironia, che tristezza legare all’immaginario collettivo il riconoscimento di un talento proprio di Meri Franco Lao alla visibilità dell’occhio di un uomo, ancora agli albori, prima che completasse il suo percorso di studi e di vita. Lei, proprio lei, che nel testo della canzone, “Un uomo senza donna”, conclude con questa domanda “che cazz’è che cazz’è?” ne fa il suo testamento letterario, legandolo alla frase anonima scritta nel 1969 sul muro dell’università del Wisconsin – Madison  “Una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta”.

Cosa dire, solo una riflessione personale, siamo condizionati a livello inconscio e programmati socialmente e culturalmente per reagire di fronte a connessioni logiche ed emozionali, che sfuggono al nostro volere consapevole.

Meri Lao ha avuto i suoi “Stai zitta”, e più di uno, perché ha vissuto più a lungo di Emma Carelli, in una dimensione multimediale che le ha permesso di risuonare in tutto il mondo. Anche lei come Emma Carelli non era donna da subire in silenzio. E lo “Stai zitta”, che più le è pesato, è quello legato alla mancanza di riconoscimento dei diritti d’autore da parte della Siae per la sua canzone “Un uomo senza donna” utilizzato nel Film di Fellini, la Città delle donne. L’ emancipazione femminile nasce dal riconoscimento economico di parità al maschile. Mai come oggi al tempo del Covid, questo è di vitale importanza, non solo per la donna, ma per un senso di giustizia e dignità umana.

L’attenzione su questi fatti è un atto dovuto, perché il pensiero acquista valore nel momento in cui l’azione è coerente.

Ho allegato il link della sua testimonianza ed altri per approfondire gli argomenti trattati.

Buon ascolto e lettura a tutti.

Rosaspina Briosa – Un tango con il tenore – © Tutti i diritti riservati

Meri Lao intervista
Emma Carelli – Vissi d’arte (Tosca)

Note:

Articolo di Silvia d’Anzelmo : Emma Carelli tutte le battaglie di una prima Donna

https://www.emmacarelli.it/la-storia

Articolo di Elisa Berlin : Perché i psicofarmaci furono al servizio del patriarcato e impedirono l’emancipazione femminile.

https://thevision.com/attualita/psicofarmaci-emancipazione-donne/

Articolo di Meri Lao :

http://www.sirenalatina.com/wp-content/uploads/2012/08/Articolo-Analisi-musicale-Libertango.pdf

http://www.sirenalatina.com/wp-content/uploads/2016/07/Meri-Lao-Una-Donna-Senza-Uomo-ITA-ESPA.pdf

Articoli su Meri Lao:

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/meri-lao/