LIRICA E TANGO: “Il perdono come fiore della vita”

Vicenzo Bellini – Norma e Enrique Santos Discépolo – Tormenta

Il perdono è uno dei sentimenti più complessi con i quali nell’arco della nostra vita, prima o poi, tutti noi ci dobbiamo confrontare.

“Davanti a questa emozione il tempo è una variabile determinante” afferma Giovanni Jervis, noto psichiatra e sottolineando come questi influenzi il nostro modo di giudicare e di sentire.

Il perdono non è un obbligo e non è pertanto possibile istituzionalizzarlo per quanto ci si provi, rimane prima di tutto un atto libero e personale verso se stessi e verso l’altro.

Ho letto in questi giorni cercando di approfondire la complessità dell’argomento, che chi ha una stima tale da non ammettere che qualcuno lo possa offendere, non avverte il bisogno di perdonare, così come chi avverte l’offesa come un affronto alla propria dignità, non concederà il perdono.

I due casi estremi sono il riflesso e la sintesi della mancanza di dialogo, tanto si è narcisisti o fragili, quanto si innalzano muri in protezione.

La lirica e il tango sono in grado di accompagnarci nei sentieri di questa riflessione, lasciando ad ognuno di noi la libertà di cogliere sfumature diverse e forse abbassare quelle rigidità che ci portiamo dentro; riuscendo così a perdonarci e a perdonare.

Ho trovato particolarmente attuale l’opera di Bellini Norma, per comprendere la complessità della sua trama e le dinamiche degli attori principali, la chiave di lettura è il perdono.

Vicenzo Bellini, artista unico nella panoramica del Bel Canto Italiano, nacque a Catania il 3 Novembre 1801, morì a Parigi all’età di 34 anni nel 1835. Morì quindi giovanissimo ed oltretutto poco dopo il debutto della sua più acclamata opera, I Puritani, proprio come accadè quarant’anni più tardi a Bizet, a pochi mesi dal debutto dell’opera la Carmen, nel 1875.

Parallelismi e fili rossi invisibili legavano artisti unici in quegli anni a Parigi, l’amore e la creatività si intrecciavano come nei romanzi d’amore di quel periodo.

 Rossini, Balzac e Bellini, tutti dovevano aver avuto un tratto comune nella loro intima personalità per essere riusciti a cogliere le attenzioni di mademoiselle Pélissier. Olympe Pélissier era una donna estremamente intelligente e raffinata, ricercatrice, nel gioco della vita, del sentimento di passione, forse questo il filo conduttore che legò i tre uomini e di cui è giunta a noi testimonianza storica.

Tornando a Norma, fu composta in Italia, in tre mesi nel 1830 durante il soggiorno di Bellini a Villa Passalacqua a Moltrasio sul lago di Como. La bellezza di quel luogo non può che predisporre l’animo alla creatività, la giovinezza e la genialità di Bellini fecero il resto e gli permisero di dare vita ad una musica le cui arie ancora oggi sono tra le più difficili da interpretare, richiedono una padronanza tecnica della voce sia del legato che nel fraseggio e non ultimo degli acuti richiesti, non facile da raggiungere senza aver ricevuto in dono, da madre natura, una voce bellissima, bella non è sufficiente.

Per queste ragioni Norma è considerata da tutti i soprani una prova di  “coraggio”, solo la Callas e poche altre riuscirono a rendere a pieno l’intensità drammatica legata a  questa figura.

La trama di Norma, opera in due atti, tratta dal libretto di Felice Romani, scrittore poeta e critico musicale , narra di una vicenda ai tempi dei Galli e del conflitto con i Romani.

La scelta del periodo storico per l’ambientazione è dettata dai canoni della moda di quel tempo, non rappresenta un valore aggiunto per la trama ed è questo a far sì che il messaggio di Norma possa essere attualizzato ancora oggi.

 La musica è al servizio dei personaggi per indirizzarli verso un viaggio nella complessità dell’animo umano, dove per la prima volta nella storia della lirica le personalità degli attori non sono pennellate completamente buone o completamente cattive.

Nel dramma dei rapporti familiari ed istituzionali che le figure di Pollione, Norma, Aldagisa e Oroveso hanno tra loro è sempre il perdono a rimanere al centro del confronto, come un fuoco, una luce con la quale ognuno si deve confrontare.

Norma perdona Pollione per il tradimento alla promessa di fedeltà, nel momento in cui lo percepisce non più come una lesione alla sua dignità, perché l’amore parte sempre da una scelta personale e nessuno può in ciò ledere la stima di sé stessi, ma può avvenire, solo nella dimensione in cui lo permettiamo all’altro.   Norma nel riconoscere questo, perdona se stessa dal senso di colpa per non aver rispettato la promessa dei voti sacri di castità ed espia attraverso il suo sacrificio, il suicidio, il giudizio di una colpa sociale.

Questo passaggio è estremamente delicato, Bellini offrì l’opportunità ai suoi contemporanei, di riflettere sulla variabile tempo e l’insieme dei valori sociali che condizionano il giudizio di colpa sociale e che spingono il genere umano verso comportamenti contrari alla sua natura intima.

 Ciò che una volta veniva inteso deplorevole al punto da richiedere il sacrifico umano e l’ espiazione della colpa con il suicidio, un domani potrebbe forse non essere più necessario.

Pollione inizialmente non si riconosce nessuna colpa, perché ha una stima tale di sé da ritenersi migliore e da non riconoscersi nella posizione di aver ferito l’altra parte.

 Raggiungerà la consapevolezza, del proprio pentimento nel momento in cui riconosce la superiorità morale di Norma.

 Norma, nell’atto di rinunciare alla vendetta, fa sì che Pollione avverta la responsabilità delle proprie azioni e la rabbia iniziale di Norma, non più come un affronto alla sua dignità, al contrario, è il perdono di lei che lo spinge ad un cambiamento profondo.

Aldagisa, figura femminile antagonista di Norma nell’amore a Pollione è l’ inconsapevole miccia che dà via a questo conflitto di emozioni.

Aldagisa, perdona se stessa per aver amato Pollione ed aver infranto a sua volta gli stessi voti di Norma.

Il riconoscersi tra donne le permette di comprendere la debolezza dell’altro.

Aldagisa rimane sola con il suo amore e la consapevolezza che forse il sentimento di Pollione per lei fosse nato dalla spinta della giovinezza, ma non dal quel sentimento profondo che lega le anime in un rapporto di amore e odio.

Oroveso, capo dei Druidi e padre di Norma, rappresenta il perdono istituzionalizzato, quello sociale, nell’accettare il sacrifico della sua unica figlia   e nello stesso tempo rappresenta il perdono, quello più privato ed intimo tra padre e figlia nel mantenere custodite le sue le ultime parole e il suo segreto.

Oroveso mette in salvo la vita dei figli nati da questa unione d’amor tra Pollione e Norma, ma condannati dal senso di colpa sociale.

Vi propongo l’ascolto di un breve pezzo da abbinare con la lettura del testo sovrascritto con un video che permette anche a chi non è solito alla comprensione della lirica di poterlo seguire.

 In mia man al fin tu sei: la scena è una delle più intense, si svolge alla fine del secondo atto.

Pollione è stato scoperto nel suo tentativo di rapire Aldagisa dal tempio, ora è solo con Norma, la quale, con la scusa di volerlo interrogare, ha allontanato i guerrieri e suo padre il druido Oroveso.

Il dialogo tra Norma e Pollione si fa accesso ed intimo, in questa fase passione, amore, odio perdono, tutte le riflessioni fin qui fatte, sono presenti.

Vicenzo Bellini, Norma – In mia man alfin tu sei – Maria Callas, Norma – Mario Filippeschi, Pollione

Se l’opera lirica è riuscita a regalarci emozioni intense e spazi di riflessione profondi, altrettanto è in grado di farlo il tango con una lirica poetica ma completamente diversa, perché arricchita di quella leggerezza che pur non esclude la profondità.

Se qualcuno volesse divertirsi a scrivere la parola tango e perdono su Google, rimarebbe attonito dalla valanga di pagine che gli si aprono.

Ho scelto un tango dove la ricerca della musicalità non fosse da meno dell’intensità delle parole della letra .

Non è possibile mettere a confronto due generi musicali talmente diversi e complessi nelle loro radici e memorie storiche, tanto da rendere quasi impossibile un linguaggio trasversale, tra lirica e tango, se non nella dimensione del rispettoso ascolto dell’ elemento musicale.

Tormenta è un tango scritto e musicato da  Enrique Santos Discépolo, definito  il poeta del tango, un filosofo della vita, figura unica nel panorama della cultura argentina .

Enrique Santos Discépolo nacque in una famiglia di artisti il 27 marzo 1901.

Perse i genitori da piccolo e suo fratello maggiore Armando lo avviò sulla strada dell’arte avendo intuito le sue eclettiche potenzialità: fu compositore, poeta, scrittore, drammaturgo, attore e filosofo.

I suoi testi parlano della vita delle esperienze umane ed è sempre una rilettura della realtà in poesia. La sua forte sensibilità lo portò ad essere sempre un uomo estremamente attento alle tematiche sociali, denunciando la povertà e le disuguaglianze del suo paese. Ne è una testimonianza il video che condivido con voi dove parla con Gardel poco prima di eseguire uno dei suoi brani, Yira Yira.

Nel 1918 a soli 17 anni scrisse le sue prime opere teatrali : El señor cura, El hombre solo, Día Feriado, da lì in poi la sua carriera artistica si fermò solo con la sua morte.

Ebbe un infanzia sofferta, dura, privato del calore di entrambi i genitori, durante la quale subì, umiliazioni da parte di familiari stretti che non erano in grado di accogliere una sensibilità come la sua e riversò nella musica e nelle parole quel sentimento angoscioso che i suoi testi di tango esprimono.

A Montevideo nel 1926 visse il suo primo fallimento come compositore, scrisse un testo marcatamente di denuncia sociale “Qué vachaché”, non fu capito, ma quel tango segnò la sua firma ed unicità, un vero poeta.  Rinunciò più volte a lavori che lo avrebbero arricchito per non scendere a compromessi con il suo sentire ed il rispetto verso se stesso e la sua arte.

La sua composizione come paroliere conta non più di una trentina di testi, ma la qualità delle opere composte rivaleggia con i più grandi poeti contemporanei.

Quando compose il testo del tango che ho proposto nel 1939, Tormenta (Tempesta) , implorando Dio per un perdono verso l’umanità che non comprendeva in un impeto di disperazione scrisse:

“Cosa ho imparato dalla tua mano non va bene per vivere?

Sento che la mia fede sta tremando che le persone cattive vivono, Dio, meglio di me. “

Parole che ancora oggi ci fanno tremare per l’attualità del loro significato.

Il perdono dov’è in questa lirica ?

Il perdono è tutto nell’abbraccio del tango, Tormenta nella sua musica intensa, vibrante con il suono del piano e dei violini, ci accompagna mentre balliamo nella ricerca della connessione e ci trasmette, quel calore necessario per  affrontare la tempesta della vita.

Amo credere che  Enrique Santos Discépolo, ci regali un filo di speranza,  certo che il fiore della vita è lì ad attenderlo, oltre la notte buia del dolore, lo stesso fiore che Norma e Apollonio nel perdonarsi vicendevolmente  hanno trovato.

 Vi propongo l’arrangiamento dell’ orchestra di Di Sarli con la voce intensa e piena dal timbro  tenorile di Mario Pomar  e vi aspetto alla prossima video intervista, ritratti, con il soprano Lucia Conte, con lei proseguiremmo la nostra riflessione sul perdono.

Buon ascolto, come sempre vostra Rosaspina Briosa ©️

Testo della letra Tormenta:

¡Aullando entre relámpagos,  perdido en la tormenta de mi noche interminable, ¡Dios! busco tu nombre…
No quiero que tu rayo me enceguezca entre el horror, porque preciso luz para seguir…
¿Lo que aprendí de tu mano no sirve para vivir?
Yo siento que mi fe se tambalea, que la gente mala, vive ¡Dios! mejor que yo…

Si la vida es el infierno y el honrao vive entre lágrimas, ¿cuál es el bien…
del que lucha en nombre tuyo, limpio, puro?… ¿para qué?…

Si hoy la infamia da el sendero y el amor mata en tu nombre, ¡Dios!, lo que has besao…
El seguirte es dar ventaja y el amarte sucumbir al mal.

No quiero abandonarte, yo, demuestra una vez sola que el traidor no vive impune, ¡Dios! para besarte…

Enséñame una flor que haya nacido el esfuerzo de seguirte, ¡Dios!
Para no odiar al mundo que me desprecia, porque no aprendo a robar…
Y entonces de rodillas, hecho sangre en los guijarros moriré con vos, ¡feliz, Señor!

Traduzione

Urlando in mezzo ai lampi, perso nella tempesta della mia notte interminabile, Dio, cerco il tuo nome.

Non voglio che il tuo raggio mi accechi nell’orrore, perché ho bisogno di luce per continuare….

Quello che ho imparato da te non serve per vivere? Sento che la mia fede traballa,
che la gente malvagia vive, Dio, meglio di me.
Se la vita è l’inferno e l’onesto vive in lacrime, qual è il bene… di chi lotta nel tuo nome,
pulito, puro? … Per che cosa?

Se oggi l’infamia paga e l’amore uccide nel tuo nome, Dio, quello che hai baciato…
ed il seguirti è dar vantaggio e l’amarti soccombere al male.

Non voglio abbandonarti, io, dimostra una sola volta che il traditore non vive impunito, Dio, per baciarti… indicami un fiore che sia nato
dallo sforzo di seguirti, Dio, per non odiare il mondo che mi disprezza, perché non imparo a rubare…

E allora fatte sanguinare le ginocchia sui sassi, morirò con te, felice, Signore!

Enirique Santos Discépolo , Tormenta – Carlos di Sarli, Mario Polar
Carlos Gardel e Enrique Santos Discépolo.

FONTI:

Paul Recoeur; Ricordare, dimenticare, perdonare. L’ enigma del passato (2004)

Giovanni Jervis; Il concetto di colpa, (1996) – da filosofia.rai.it, 4 Aprile 1996

Paolo Cecchi; Temi letterari e individuazione melodrammatica in Norma di Vicenzo Bellini, (1997)

Mónica Fernández ; Enrique Santos Discépolo: una mezcla milafrosa de poesìa y filosofìa.

Enrique Santos Discépolo: A miraculous blend of poetry and philosophy, (2013)

MARCO EL HURÀCAN: Il tango che travolge

MARCO EL HURÀCAN – IL TANGO CHE NON SI FERMA

Un ritratto intenso di se stesso e della professione di Musicalizador, El Huràcan ci regala l’opportunità di capire sia il suo lavoro che l’evoluzione musicale del Tango dagli albori ai giorni nostri.

Buona visione  vostra Rosaspina Briosa®

Intervista Marco El Huràcan – Rosaspina Briosa, per il progetto La Speranza in un abbraccio. “Tango Royal Maratona” – Palazzo della Borsa – Genova
Anibal Troilo y su Orquesta Típica e Roberto Goyeneche – Trenzas

LA LEZIONE DI TANGO “Feuilleton de Rosaspina” – Episodio IV

Episodio IV

I giorni si susseguivano, uno accanto all’altro in una ripetitività come solo lo scorrere del tempo può generare: l’attesa del giorno nuovo.  

Elena, si rifugiava nel tango, rappresentava una bolla nella sua quotidianità esistenziale che le permetteva di fermare il tempo.

L’attrazione ed i giochi di sguardi precedevano l’euforia pre mirada; è sottile il confine tra complicità di coppia e amore per il tango.

Ridacchiava ed ammirava con un velo di sarcasmo quelle tanguere che pur non essendo più giovani, si trasformavano nelle braccia del partner al punto da non poter più dare loro un’età.

Quel tipo di sicurezza derivava solo ed unicamente dalla femminilità di ogni donna porta dentro di sé.

Talune ne avevano talmente in abbondanza che neppure si rendevano conto dell’effetto che provocavano; queste rare ballerine, rimanevano inconsapevoli del loro potenziale. Spesso ballavano al di sotto delle loro capacità, non osando mirare o contraccambiare lo sguardo con coloro che definivano bravi.  La scelta di rimanere nella loro zona confort, le proteggeva dalla delusione di provarci.

Che spreco, si disse tra sé e sé, l’autostima è fondamentale.

Un sorriso amaro le increspò il labbro pensando a Francesca, non le mancava l’autostima, eppure, anche lei, non voleva vedere la vera natura di Marco.

Marco è un bluff!

Il giorno della resa dei conti si stava avvicinando sempre di più.

Lo aveva capito da come ultimamente ballavano in milonga e presto nel gioco delle coppie, si sarebbero ritrovati a rimescolare le carte … niente era destinato a rimanere come sembrava.

L’ estate con le sue lunghe notti, la carezza dell’aria fresca, l’inganno delle stelle predisponevano gli animi ad incontri talvolta fugaci, raramente autentici, ma quando questo accadeva faceva tremare le fondamenta anche della coppia apparentemente più stabile.

Non è vero che il tango inganna, eppure porta a confondere ciò che non si vuol riconoscere.

Il bip del suo cellulare l’avviso dei messaggi in arrivo su WhatsApp.

Sorrise, si divertiva a tenere vivo l’interesse di più uomini, ognuno non collegato all’altro, in modo tale che le possibilità che si incontrassero o condividessero amicizie o passioni comuni era praticamente nullo.

Aveva una preferenza accentuata per quelli fuori regione, le permetteva di vederli con meno regolarità, riuscendo a mantenere vivo la curiosità verso di loro.

Il guaio vero era che pochi riuscivano ad intrigarla con una conversazione ricca al punto tale da farle scattare il desiderio di approfondire la conoscenza.

Ahimè quello era il suo limite grande… al terzo incontro quando le cose stavano prendendo la piega giusta e tra una risata profonda e dell’allegra euforia, regalo di un buon bicchiere di Amarone, accadeva quasi sempre una caduta di stile, talmente inappropriata da rivelare tutta l’arroganza maschile, così ben camuffata da un accentuato narcisismo, al punto che si chiedeva se non fosse meglio essere un po’oca e scopare di più.

Ma ecco che il retaggio culturale, invece di aiutarla sostenendola a ragion veduta, di non perdere una , che erano le ultime cartucce, fregatene e concludi la serata, tutte le volte le faceva l’auto sgambetto…

Si ritrovava a girare le chiavi nella toppa di casa, tutta sola.

Ridendo si toglieva le scarpe e gettandosi nel letto quasi vestita, ripensava ancora a quella prima volta dopo la sua vedovanza, aveva bevuto talmente tanto che a forza di farlo ridere, gli era diventato piccolo e non avevano concluso più niente.

 Si erano addormentati abbracciati.

Si guardò allo specchio con uno sguardo nuovo e si chiese, se anche lei non facesse parte di quelle poverine che fino a pochi minuti prima aveva scanzonato.

Si guardò allo specchio, aveva poco seno per attizzare, la vita sottile e le gambe lunghe, le garantivano alla sua età una figura ancora armoniosa e slanciata.

Non si stupiva degli sguardi accesi nei suoi confronti, quello di cui si meravigliava, ora ripensandoci con calma, era che benché riconoscesse la sua passionalità femminile, al punto tale da comprendere di desiderare un uomo, poi di fatto non riusciva ad instaurare una comunicazione che perdurasse oltre il periodo canonico dei due mesi. Come se ci fosse una tacita regola non scritta tra il “gentil sesso maschile”, che allungare il periodo dei due mesi, avrebbe provocato una paralisi fulminante alle articolazioni inferiori ed il cervello sarebbe andato in pappa. Addirittura sembrava, che l’emotività affettiva, sprigionata dall’intimità fisica di due persone, non dovesse superare lo strato protettivo intimo dell’anima, altrimenti era la fine.

Una volta attivato il processo dell’innamoramento, il rischio di creare una dipendenza emozionale era talmente alto, tanto quanto la persona difronte a te risplendeva di sincero affetto.

Gira che ti rigira il tango visto da questa prospettiva diventava catalizzatore di energie cariche di erotismo, infiammando le fantasie di taluni e portando in milonga una brezza di euforica confusione.

Ma veramente il tango è in grado di allontanarti da ciò che ti è più caro?

La sua mente, come un filtro della macchina del caffè, tralasciava solo ciò ritenuto corretto: un insieme di valori e convinzioni, il resto, rimaneva ben nascosto.

 Il persistente bip del cellulare le impose l’attenzione su dinamiche familiari più complesse.

Uscì dal bagno guardando l’orologio, lo sguardo oltrepassò quel disordine distribuito in modo uniforme, i vestiti indossati la sera prima spiegazzati adagiati un po’ sulla poltroncina e un po’ a terra.

Le scarpe invece non si ricordava che fine avessero fatto, ecco, una si intravedeva da sotto il letto, ma l’altra?  Percorse la stanza senza trovarla fino all’ angolo della scrivania dove una catasta di libri, ogni giorno si alzava sempre di più, storcendosi come la torre di Pisa.

La situazione sarebbe stata recuperabile, se avesse perso meno tempo dietro ai suoi pensieri, avesse fatto andare le mani invece che rincorrere i ricordi.

L’occhio scanzonato e di sufficienza con i quali i suoi figli erano soliti a commentare quello stato di cose, la catapultò nello sconforto di sentirsi una madre inadeguata.

L’ansia fece capolino, inducendola a muoversi nel più breve tempo possibile, almeno le lenzuola e far cambiare l’aria, “la stanza con i letti in ordine ha subito un altro aspetto” era solita a dirle su nonna.

Nel tirare le lenzuola, sentì le mani rugose di sua madre, accarezzavano le sue, nella semplicità di quel gesto, rivide per un breve attimo la stanza di sua madre come la sua, anche lei da giovane donna osservava e giudicava.

Vedova, non divorziata, un’eccezione alla sua età e tra le sue amiche si riteneva fortunata, aveva potuto preservarne il profumo dei fiori di arancio, e dalla distruzione la terra calpestata, giorno dopo giorno, aveva riassorbito la perdita del dolore.  I ragazzi un faro nelle notti più buie. 

Matteo rientrava da una vacanza con gli amici in campeggio e Stephy da Ferrara. L’ affitto del monolocale la costringeva a continue piccole economie, aveva rinunciato all’auto pur di vivere in uno spazio tutto suo.

Si era trasferita da un anno a Ferrara , per completare il dottorato   in poliambulanza nel reparto pediatrico, ultimo arduo step, fatto di sacrifici e rinunce, senza quelle tranquillità sul futuro e l’aiuto economico dei genitori che la sua generazione aveva goduto.

 Stephy sarebbe arrivata in stazione per le 13:00 realizzò tutto di colpo.

La sua spinta affannosa nel coprire con la mente tutte le mancanze sottolineate dai suoi ragazzi le si rivoltò contro in una smania di compiacere; cercava di recuperare una metodicità che non le apparteneva.

I cinque minuti necessari per finire un lavoro, diventavano dieci di ritardo su quello successivo e il rincorrersi delle lancette l’avvisavano del limite che si era data.

 Alle 12:30 avrebbe dovuto trovarsi in macchina se voleva assolutamente arrivare puntuale.

Nell’azionare la macchina, l’orologio sul cruscotto segnava le 12:40.

Traffico, il cellulare iniziò a squillare. “Pronto, ciao Mamma”

“È arrivata?”

“Sto andando a prenderla in stazione, ti chiamiamo noi..”

“Si, va bene , aspetto. Baci”

Doveva riconoscere che sua madre aveva due grandi capacità: la prima, chiamarla sempre nel momento di maggiore tensione tra la partenza o l’arrivo. La seconda capacità mantenere una serena accondiscendenza sugli imprevisti della vita, ed un innegabile tocco contorto nel farti sentire in colpa ed inadeguata, tanto quanto l’inconsapevolezza di questo suo atteggiamento, aveva finito di minare il loro rapporto, al punto che un meccanismo di dipendenza affettiva, giocato sulla sudditanza dei ruoli aveva garantito alcune certezze a sua madre a discapito della sua sicurezza.

Chi con forza affermava che l’amore materno è sempre e solo protettivo e benevolo, lo guardava con perplessità, non esprimeva una parola, in coscienza sapeva che sarebbe andata incontro ad una conversazione sterile.

Già tanto era comprenderlo da sola, per non riproporlo, nel fagocitante gioco al massacro nella comunicazione familiare con i suoi figli, impossibile metterlo in discussione con gli estranei.

La mente e il cuore possono parlarsi? Si chiedeva Elena aspettando sua figlia.

“Mamma, ciao, come stai?”

 Stephy era sciupata, le piangeva il cuore quando la vedeva spenta. A ventisette anni dovresti sorridere sempre.

“Sei magra,” nel dirlo Elena si morse il labbro.

“Guarda non iniziare, sono appena salita ma faccio presto a scendere e chiedere a Laura se posso stare da lei.”

“Ma, no cosa dici è che sono così contenta di vederti, ho già tutto pronto a casa”.

“Matteo dovrebbe arrivare a momenti. Perché non lo chiami? Cerchiamo di capire tra quanto arriva”.

Stefania, la guardò di sott’occhi prese la sigaretta se l’accese.

“Posso? Ti dà fastidio?”

“ Ma no, apri il finestrino. Il viaggio dura poco, ma dovevi proprio fumare ora?”

“Se ti dà fastidio spengo” nel dirlo schiacciò la sigaretta.

Ogni volta che la vedeva, le si stringeva lo stomaco, solo il suono della sua voce lo percepiva come aggressivo, la mortificava, ogni parola implicava un giudizio mascherato di disapprovazione nei suoi confronti. Si girò ad osservarla, le mani stringevano con forza il volante e lo sguardo fisso sulla strada segnavano un volto stanco almeno quanto il suo. Ma che cazzo aveva fatto? Si domandò.

Elena non capiva, ma perché aveva dovuto sottolineare in quel momento il fatto se fumava o no in macchina sua? Che cosa voleva dimostrare? Non poteva accettare che sua figlia vivesse la sua vita come voleva? Doveva per forza mascherare le sue domande. Eppure ci doveva essere un altro modo per comprendersi, la felicità ha senso solo nel momento che la condividevano, ma tra loro non c’era una vera condivisione.

Le emozioni sovrastavano la sua capacità di ascolto, un ascolto dell’altro che il tango ben le aveva insegnato, lasciarsi andare nel respiro.

Cos’è fare tango? Non è forse tango parlare senza parole?

Il silenzio, non è necessariamente il vuoto, crea chiarezza e nel percepire l’aggressiva esclusione dell’altro, comprendi il confine protettivo di te stesso.

Qualunque cosa lei avesse fatto in passato per creare una protezione simile in sua figlia, non avrebbe rinnegato la sua responsabilità ma la capacità di andare oltre comprendere e lasciare andare era qualcosa che poteva insegnare a se stessa e a lei non con le parole ma solo con l’esempio. 

Vi sono degli attimi nella vita di ognuno di noi dove smettiamo di diventare figli per evolverci in genitori ed è quando ci riconosciamo fragili.

Mi voltai e le sorrisi.

“Possiamo riprovare? “

“Non lo so mamma, credimi lo vorrei tanto, ma tu sei perpetuamente lo schema di te stessa”.

Entrammo in casa e qualcosa di veramente insolito ci attendeva, Matteo aveva già buttato la pasta e la stava scolando.

Ci guardò entrambe: “Giusto in tempo, belle donne sedetevi a tavola che ora vi servo subito.”

Stehpy , gli andò incontro un bacio veloce sulla guancia “Stai bene fratellone, le vacanze ti hanno donato”.

Mi guardai intorno, mi morsi il labbro, la cucina non era proprio come l’avevo lasciata ed il mio arrosto era rimasto in forno con le patate.

Mi azzardai a dire. “Avevo già preparato tutto.” Mi bloccai, improvvisazione, contaminazione e inclusione …. forse significava mettersi a tavola, ridere, bere e gustarsi la pasta anche se fosse stata scotta e soprattutto esclusa dal mio programma di dieta.

“Ma è mille volte meglio venir servita, l’arrosto lo teniamo per questa sera..”

“Io non ci sono, sono a fare un ape cena in centro con i miei amici” Matteo, mi guardò aspettandosi da me la solita replica … ma come sei appena tornato a casa ed esci nuovamente…

Stefania aggiunse “Sono a cena a casa dei genitori di Manu”.

“Direi che ora mangiamo la pasta prima che si raffreddi e all’arrosto ci pensiamo domani “.

La carbonara veniva proprio bene a Matteo, si sentiva la cucina con il cuore, vederli seduti accanto a me, anche solo per quei dieci minuti tanto era la fretta che avevano di mangiare velocemente per poi ognuno ritirarsi nelle proprie stanze.

No, non avrei lasciato quella voce malinconica disturbante, lasciarmi reinterpretare la realtà del presente con le lenti dell’amarezza. No, non ci sto, amo me stessa, amo la mia vita e amo i miei figli perché abbiano la loro.

Il cellulare suonò, riconobbi la suoneria di Francesca.

 Risposi: “Cara ho i ragazzi a pranzo ci sentiamo dopo”.

“Un attimo solo, ti ho inviato diversi messaggi, stiamo prenotando per stasera andiamo tutti in Villa Balestri, Milonga con ape cena sei dei nostri?”

Sorrisi, talvolta le cose si incastrano nel modo più imprevedibile, ripensando a come tutto può cambiare in un attimo, la percezione della vita, l’intensità della morte, l’accettazione folle di essere innamorati ci vuole un atto di armoniosa fede verso noi stessi.

“ Si sono dei vostri”.

FRANCESCO PEDONE: Il tango, patrimonio culturale per l’umanità.

Francesco Pedone

Il 30 Settembre del 2009, il comitato dell’Unesco, riunito ad Abu Dhabi, dichiarò il tango patrimonio immateriale dell’umanità.

Francesco Pedone, nel raccontarci la storia del tango, traccia le motivazioni del suo inserimento all’interno del patrimonio. Mi piace leggere, con forzata ironia, che la sede del riconoscimento del tango e della valorizzazione della figura femminile sia avvenuta all’interno della capitale degli Emirati Arabi, paese ultra-conservatore nei riguardi dei diritti umani.

Francesco Pedone con la sua testimonianza diretta rende omaggio alle sue ballerine (Dorian Stein, Delia Belotti, Danila Forconi) e alla figura femminile nel tango.

Il tango e tutti noi, siamo in grado attraverso, la musica, le parole e l’abbraccio, di essere lo strumento di emancipazione femminile, un lento ma inesorabile cambiamento culturale: la musica ha questo dono.

Buon ascolto. Vostra Rosaspina Briosa®

“LA SPERANZA IN UN ABBRACCIO” intervista a Francesco PedoneRosaspina Briosa
Delia Bellotti e Francesco Pedone interpretano Oblivion – Piazzolla
Mundial 2008 – Danila Forconi e Francesco Pedone

Dorianne Stein in tango

GALA ROSSINI 2021: La lirica patrimonio culturale Europeo.

Viva Rossini e il festival dedicato a lui, al coraggio dei primi fondatori che hanno saputo con arguzia riscoprire le opere considerate “minori” del Maestro e riproporle .

Un atto dovuto, un riconoscimento postumo comprenderne la delicatezza del messaggio rossiniano, raccolto in un arpeggio musicale e cantato, mascherato dal suono della risata. La sua musica suscita leggerezza nell’animo.

Questo termine “leggerezza” ha condizionato e limitato il giudizio affrettato con il quale i suoi contemporanei e non solo, lo hanno etichettato, riproponendoci sempre e solo le opere di maggior successo: Il barbiere di Siviglia, Guglielmo Tell, L’ italiana in Algeri, La gazza ladra e Semiramide.

Per secoli questa convinzione non ci ha permesso di scoprire l’intima complessità della sua anima.

In Rossini, la leggerezza mascherava la conoscenza profonda della vita, nell’affrontare il dolore ed il perdono.

Il festival di Rossini, non solo ci ha permesso di riscoprirlo ma contemporaneamente, ci ha offerto una seconda chance, occasione rara nella vita, ridare spessore e studio al bel canto italiano.

Rossini è un artista mitteleuropeo, seppe mantenere vive le sue radici culturali italiane, ma scelse di vivere in Francia, fece della resilienza il suo stile di vita e la sua musica ne è lo specchio.

Una chiave di lettura oggi più attuale che mai, la contaminazione se accompagnata dalla risata crea armonia e dove l’uomo distrugge la musica può risanare.

Il festival si conclude e ci dà appuntamento per l’anno prossimo, il gala di chiusura guidato da un giovane e brillante direttore Marco Spotti ha saputo dirigere con sicurezza l’orchestra della Rai ed il Coro del teatro Ventidio Basso.

Un matador, Juan Diego Flórez ha dato il meglio di sè, si leggeva nel volto la soddisfazione di essere presente a questa edizione 2021 segnata dal Covid.

Il confronto con le voci di Cuberli e Riamondi, ci fa sospirare, difficile trovare negli altri interpreti quello smalto, quella dolcezza e ritmicità nel legato.

Che sia andata persa la tecnica d’insegnamento per impostare la voce?

No! Ci assicura l’Accademia Rossiniana sta lavorando assiduamente perché questo non debba mai avvenire, speriamo di vederne presto i risultati al punto da poter dimenticarsi dell’uso del microfono su palchi.

Il soprano Marina Monzó ha le potenzialità di un autentica perla.

Per gli amici vicini che sento sospirare rimpiangendo la crescita del bel canto italiano degli anni ’90, mi sento fiduciosa nell’esprimere questa opinione del tutto personale: ci vuole tempo e dedizione per ricreare dove è stato distrutto per la fretta del business.

La voce, come l’amore richiede tempo e cura.

Vostra Rosaspina Briosa. ®️

Presidente Mattarella al concerto “Gala Rossini

Astor Piazzolla bambino e la storia di “Maria de Buenos Aires”: LA VISIONE DI STEFANIA PANIGHINI

Regia, scene, costumi di Stefania Panighini

Astor Piazzolla fu anche lui un bambino, per capire l’artista occorre percorre i sassolini bianchi lasciati dal fanciullo… e per farlo bisogna saper ascoltare e guadare le cose solo come un bimbo può fare.

Tra bambini il linguaggio è immediato: tanto crudo quanto delicato.

Una contraddizione nata dal percorso di maturità che il bambino deve compiere per diventare una persona consapevole degli altri, per vivere all’interno di una società sana, direbbe l’osservatore adulto, uno schema istintivo dalle connotazioni inconsce, da osservare, specchio delle dinamiche familiari e sociali, direbbe lo psicologo, ma l’artista, che ha mantenuto lo sguardo di bimbo, riderebbe di tutto ciò.

L’artista porterebbe la sua visione, nello stesso modo Stefania Panighini ha dato la sua lettura di questa “operita”, Maria de Buenos Aires, come Astor Piazzolla e Horracio Ferrer, amavano definirla.

Partirò cercando di descrivervi un Piazzolla bambino, per arrivare a raccontarvi di Maria de Buenos Aires e del perché, tra le tante rappresentazioni andate in scena quest’estate, in commemorazione dei 100 anni di Piazzolla, abbia scelto quella della regia ed i costumi di Stefania Panighini.

Il 27 e 28 Agosto a Jesi, in piazza Ferdinando II con il perfetto cast di voci: il mezzo soprano Giuseppina Piunti, nel ruolo di Maria, il baritono Enrico Maria Marabelli nella parte di El Payador e Davide Mancini nei panni di El Duende, sarà possibile assistere ad una delle ultime rappresentazioni programmate per quest’Estate 2021.  Il cast di voci, con la regia musicale e scenica raggiunge un pathos coinvolgente.

Astor Piazzolla nasce nel 1921 a Rio de la Plata, l’estuario formato dall’incontro dei due fiumi, Uruguay e Paraná, con l’Oceano Atlantico, traducibile come “fiume dell’argento”.

I suoi genitori sono immigrati italiani, Vicente Piazzolla originario di Trani in Puglia e la madre Assunta Manetti originaria di Massa Sassorosso in Toscana.

Da piccolo si trasferisce a New York tanto da conoscere meglio l’inglese e trova difficoltà ad esprimersi in spagnolo.

E’ un bambino vivace ed istintivo, la passione musicale è già lì, al punto che di notte scappa da casa con un amico polacco per andare ad Harlem al Cotton Club ad ascoltare l’orchestra di  Cab Calloway ed ha solo 9 anni!

In casa il padre appassionato di tango ascolta sempre i dischi di De Caro, Pedro Laurenz  e tanti altri,  lo indirizza da bambino allo studio del bandoneón regalandogliene uno.

Studia musica classica, Bach lo prende per mano e le sue agili dita riescono a suonare il bandoneón come se fosse un piano; Jazz, Bach, i suoni del tango, tutto è mescolato all’interno della sua mente in un ordine ancora non prestabilito, come quando davanti ad un terrina vuota da bambino ti viene data la possibilità di creare un dolce nuovo: uova , farina, zucchero, burro e lievito quanto basta.

La fatalità del destino, l’incontro con Gardel e la sua partecipazione al film El dia que me Quiera, una piccola particina, lo strillone di strada, ma tanto basta perché scattasse una scintilla tra i due, parole d’incoraggiamento a non abbandonare lo studio musicale e piccoli ingaggi che lo mettono in contatto con il mondo artistico del tango e lentamente la liricità poetica si fa strada silenziosamente nell’anima porteña di Astor.

La famiglia Piazzolla fa ritorno a Rio de la Plata nel 1937 , Astor studia a Buenos Aires vive la città , vive il suo tempo, il peronismo e la sua fine,  l’inizio del golpe da parte dei militari e gli anni a seguire fino a quando lascia l’Argentina per l’Europa.

La città di Buenos Aires è in pieno cambiamento culturale, come lo è il tango, sempre di più abbandonato a se stesso, assopito in un angolo di una sala vuota, dove alle prime luci dell’alba, risuona in lontananza le ultime note di un bandoneón.

Maria de Buenos Aires nasce il 1968 in questo clima di grandi fermenti, è la poesia musicale che negli anni si è fatta strada nel cuore di Piazzolla, dove solo un bambino puro poteva trovare la soluzione per creare un equilibrio nuovo di sonorità, jazz, swing, tango e musica sinfonica.

Operita, sta alla Turandot di Puccini, un passaggio che divide in due parti tutto quello che era il mondo lirico prima della Turandot, da quello che venne in seguito, come altrettanto si può dire di Maria de Buenos Aires, segnò il tracciato per quello che oggi viene definito opera-tango.

La musica precede la Letra de Horacio Ferrer di quasi un anno.

La simbiosi tra le due parti è incredibile, se si pensa come la nascita delle opere liriche avvenisse in strettissima collaborazione tra il Maestro e il suo librettista, qui non accade, eppure la sintonia è totalizzante.

Maria de Buenos Aires simboleggia le traversie e le violenze che in quegli anni Buenos Aires stava vivendo, ed il tango se è il sangue di questa città, si trasforma rinasce o sopravvive nella sua ombra, come un fantasma si evolve in qualcosa che solo la struggente malinconica passione sa riconoscere. 

La messa in scena originale di Maria de Buenos Aires vede la partecipazione degli autori diretti come interpreti e produttori. Il primo debutto è nella Sala Planet della città di Buenos Aires l’8 Maggio 1968.

Il cast era formato da Horacio Ferrer, poeta del testo lirico nel ruolo del recitatore el Duende, Amelita Baltar come Maria ed Héctor de Rosas nel resto dei ruoli maschili, un bandoneón , Astor Piazzolla e dieci musicisti. La mancanza di denaro aveva imposto la scelta per un cast ridotto rispetto all’idea originale.

Lo spettacolo ha un debutto con “tutto esaurito”, ma non ottiene l’approvazione, anche se la critica ne scrive bene.

È un fallimento dal punto di vista economico e lascia gli autori con grossi debiti.

Lo sguardo perso, mai come in quel momento, Piazzolla deve aver assaporato l’intensità di una scelta di vita, il cui messaggio profondo risiedeva nella convinzione che la musica altro non era che la chiave di lettura di una vita per l’umanità possibile e migliore.

La partenza per l’Europa, aprirà una strada nuova alla compagnia di artisti che si muoverà con lui e la sua Maria prima bambina, poi donna e poi fantasma risuona e ricorda, nelle note nostalgiche del tango, che è sempre viva.

L’ Europa, il pubblico europeo meno legato alla tradizione musicale argentina è pronto ad accoglierlo a braccia aperte.  Due sono le grandi protagoniste che  si alternano nel ruolo di Maria, prima  Amelita Baltar e poi Milva la Rossa,  incontrerà il favore del pubblico riscuotendo un riconoscimento univoco.

La trama si sviluppa su due tempi nell’arco di un’ora e mezza.

Ogni tempo è incorniciato all’interno di 8 quadri, creando una simmetria sia musicale che visiva.

Prima parte:

1- Alevare

2- Tema de María (instrumental) 

  aggiunta yo so maria

3- Balada Renga para un Organito Loco.

4- Milonga Carrieguera.

 5- Fuga y Misterio (instrumental)

 6- Poema Valseado

 7- Tocata Rea

8- Miserere Canyengue de los Ladrones Antiguos en las Alcantarillas

 Seconda parte:

9-Contramilonga a la Funeral por la Primera Muerte de María.

 10-Tango del Alba (instrumental)

11- Carta a los Árboles y a las Chimeneas.

12-Aria de los Analistas.

13-Romanza del Duende.

14-Allegro Tangable (Instrumental)

15-Milonga de la Anunciación.

16-Tangus dei

Maria è il filo conduttore con il  quale Piazzolla esprime tutto se stesso, i ricordi della sua infanzia, l’amore per le donne, la sua terra e la sete di libertà

Maria nasce in un sobborgo povero di Buenos Aires, è una giovane operaia onesta, ingenua è sedotta dalla voce ipnotica della città e del tango.

Yo so Maria, è l’aria con la quale si presenta, una fusione di musicalità e poeticità romanticamente vitale, richiama il ricordo musicale di West Side Story, Maria, il sogno americano, di giustizia e amore il sogno argentino di libertà e amore, entrambi spezzati dalla realtà.

Maria diventa cantante e prostituta, è fiera come lo era Carmen, è lei padrona del suo destino e forse per questa impudenza viene condannata a morte dai tenutari dei bordelli.

Dopo la morte di Maria, il suo fantasma si muove in una città divenuta a sua volta lo spetro di se stessa. La sua vera identità, violata ripetitivamente sotto il regime militare, è andata persa.

Lo spettro di Maria si innamora di un folletto, che altro non è che un poeta, da questo amore non può che rinascere una nuova Maria, una nuova Buenos Aires, un nuovo tango.

Maria de Buones Aires – E.I.B.

Perché la regia di Stefania Panighini ha suscitato in me un interesse particolare?

Tre sono le ragioni:

Una visione femminile sulla regia che pone attenzione al dettaglio scenico come introspezione ed il riconoscimento di una capacità logica organizzativa, che il mondo teatrale, ancora oggi, fa fatica a riconoscere alle donne.

Là dove, solitamente la violenza è rappresentata con crudezza quasi palpabile, la Panighini sceglie di cogliere la delicatezza nel dolore violato del ruolo della donna : madre, figlia, amante, prostituta, Buenos Aires diventa il simbolo dell’intera umanità.

L’ atmosfera magica ricreata dai costumi e dalle scene, ci trasporta in un mondo fiabesco, nel quale l’opera stessa prende vita; la magia, una nuvola, il cui compito è solo quello di rendere accettabile la realtà dell’inaccettabile.

La coproduzione con il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, con il Teatro Pergolesi Spontini di Jesi e con l’Ente Luglio Musicale Trapanese ha reso possibile questo innovativo progetto, al punto che per la prima volta la Fondazione Pergolesi Spontini rende l’opera accessibile a non vedenti/ipovedenti e non udenti/ipoudenti con un servizio di audio introduzione, audiodescrizione e soprattitoli, in collaborazione con la professoressa Elena di Giovanni https://www.fondazionepergolesispontini.com/lirica/opera-accessibile

La regista Stefania Panighini lei stessa ci spiega come:

” In Maria de Buenos Aires l’uso della metafora e della poesia rendono l’opera una magia. L’ambientazione scelta è volutamente povera per sottolineare il contesto in cui è nato il tango, ma ha il sapore dei film di Fernando “Pino Solanas“, scomparso l’anno scorso”.

30.06.2021

“Un tuffo nella poesia profonda, nel mondo del chiaroscuro del tango, un carpiato all’indietro proiettato verso il futuro, il debutto di Eléna sulle scene, il modo più bello di festeggiare i miei primi quarant’anni!”

Una produzione che mi auguro possa girare nei più bei parchi e teatri Italiani e viaggiare per l’Europa, portando quell’aria di freschezza: una visione di coerenza ed impegno, un nuovo femminile che sa porsi all’attenzione del grande pubblico internazionale.

In bocca al lupo Stefania Panighini !

Vostra Rosaspina Briosa ©️

Stefania Panighiniph. Giulia Magrin

http://www.stefaniapanighini.it

https://www.facebook.com/stefaniapanighini

Regista d’Opera

https://www.operabase.com/artists/stefania-panighini-16116/it

Stefania Panighini

Astor Piazzola – Horacio Ferrer, Maria de Buenos Aires – Regia e costumi di Stefania Panighini
Astor Piazzolla – Horacio Ferrer , Maria de Buenos Aires – Ana Karina Rossi , “Maria de la Anunciacion”
Astor Piazzolla Horacio Ferrer, Maria de Buenos Aires – Milva, “Yo soy Maria”
Leonard Bernstein, West Side Story – José Carreras, “Maria”

http://operagiocosa.it/content/maria-de-buenos-aires-2021

http://lugliomusicale.it/maria-de-buenos-aires.php

https://www.fondazionepergolesispontini.com/eventi/maria-de-buenos-aires-stagione-lirica-2021/

Opera Giocosa – Intro “Maria de Buenos Aires

Fonte:

García Brunelli

Omar “La obra de Astor Piazzola y su relación con el tango como especie de música popular urbana

Proyecto final de “Licenciatura en Artes del Teatro / Escenografía” Alumno : Nicolás Deheza

 Septiembre 2014

https://www.todotango.com/historias/cronica/112/La-amistad-entre-Gardel-y-Piazzolla

Laura Escalada, Piazzolla intervista rilasciata a  Bluarte del 22/02/2008  a cura di Antonella Iozzo

Vittoria Maggio articolo del  23/10/2017

https://www.dancehallnews.it/donne-e-tango-maria-de-buenos-aires/

Massimo Maugeri articolo scritto per AGI del 11/03/2021

“Piazzolla, il genio che stravolse la tradizione per farla rivivere”

16/06/21 La Stampa.it

17/06/21 http://www.connessiallopera.it

AlqamaH.it 05/07/2021 “Maria de Buenos Aires: l’opera-tango di Astor Piazzolla sarà in scena al rinnovato Teatro Giuseppe Di Stefano

igv.it Cent’anni di modernità: l’essenza del genio di Piazzolla celebrato “Contaminazioni Liriche Festival 20.21 Fortezza del Priamar ..”

Roberto Cucchi iteatridellest.com

Video LIS Maria de Buenos Aires

TINO GIUSEPPE IACOVINO: Una vita per il tango

TINO GIUSEPPE IACOVINO _ MUSICALIZADOR DELL’ ANIMA

Una leggenda per Genova, un flautista magico per gli altri, con le sue scelte musicali Tino rimane dietro le quinte; è il burattinaio invisibile che intreccia i fili rossi del tango.

Vostra Rosaspina Briosa ©️

LA LEZIONE DI TANGO “Feuilleton de Rosaspina” – Episodio III

Terza puntata

Marco si chiese perché proprio quella mattina gli erano tornate in mente
le parole del Maestro Francesco. Non le aveva comprese allora:  “Amara è la vita in fuga.”
La sua non era stata una vita amara.
Guardiamo la realtà, aveva un lavoro stressante, sì, ma gli piaceva.
Possedeva una bella casa e una vita sociale soddisfacente.
Aveva interessi suoi ed una compagna con la quale sarebbe invecchiato, alla fine si sarebbero presi cura l’uno dell’ altro.
L’ insoddisfazione macinava lentamente all’ interno del suo stomaco come quei vecchi macinini del caffè, bastava poco a lasciare andare la tensione accumulata.
La vista del giorno che sorgeva, il suono del mattino, le sue passeggiate solitarie in montagna, le fotografie a scorci paesaggistici, il respiro ritmato del suo cuore nel silenzio della natura, erano strategie create  allo scopo di riequilibrare la sua ansia.

Due bei seni e lo sguardo intenso di occhi sinceri, anime solitarie, intimidite, strapazzate dalla fatica del vivere, completavano il cocktail di antidepressivi naturali creati ad hoc per lui.

In fondo, lui e Francesca non si facevano del male, reciprocamente, e nelle relazioni che instaurava, sentiva di donarsi quella libertà che per qualche convinzione sociale era definita tradimento.
Oggi però, si percepiva come una contraddizione vivente o un’amarezza sottile, forse nata dalla consapevolezza di non aver cercato con coraggio la reciprocità con Francesca.
Il tango, dopo anni e anni, lo stava mettendo davanti ai suoi limiti, lui vi si era avvicinato solo per  divertimento, terreno di caccia, e senza saperlo, alla fine si era lasciato catturare dal suo fascino e dalla lenta maturazione.
Cambiare se stesso ?
Troppo faticoso, forse era anche pronto a farlo, se avesse avuto accanto una donna d’amare…
Con questa convinzione che cullava il suo alter ego, ogni futile considerazione venne lasciata lambire nell’ inconscio, dimenticandosi, di ascoltare quella piccola parte di lui che coraggiosamente gli aveva riproposto un ricordo lontano.

 Francesca, una volta salita in macchina, si era completamente allontana dal pensiero di Marco, la guida l’aiutava a rimanere focalizzata sulla giornata che l’attendeva in ospedale. Il telefono di Francesca suonò. Guardò il display, era Elena.
Mentalmente non aveva tempo per Elena, eppure, come si fa tra amiche, a turno e, senza dirsi niente, in quel mutuo soccorso di abbracci e di ascolto, Francesca decise di rispondere.
«Hola! Buongiorno. Come va?»
«Ciao bene, sto facendo colazione. Hai sentito la novità?» le chiese Elena.

Francesca rise, le novità di Elena quasi sempre riguardavano pettegolezzi relativi alla vita privata di qualcun altro, non lo faceva con malizia, ma sembrava divenuto un modo tutto suo per rimandare le decisioni che doveva prendere sulla sua vita.
La risata di Elena era sempre stata contagiosa, al punto da essere la sua migliore arma di seduzione.
Purtroppo, neppure se ne rendeva conto, troppo ingabbiata nel suo ruolo professionale, faceva fatica a lasciarsi andare, vi riusciva solo quando inserita nella comunità della sua scuola di tango o in milonga, nell’atto di togliersi le scarpe ed infilare i tacchi, si trasformava in qualcuno che era lei ma nello stesso tempo no.

Francesca ed Elena si erano piaciute subito.

I loro sguardi si erano incrociati, perché l’una osservava i piedi dell’altra. Sia Elena che Francesca, utilizzavano il rituale dell’osservazione del piede come misura di valutazione dell’altro. Entrambe si vergognavano di questo metro di giudizio scelto, ritenendolo non solo superficiale, ma talvolta anche fuorviante, ciò nonostante rimaneva la convinzione che le scarpe e i piedi nudi, da sempre fossero fonte di importanti informazioni sulla persona presa in esame.   L’osservazione, attenta e puntigliosa, condizionava la scelta di un’amicizia divenendo più o meno intima.

Scopertesi a guardarsi rispettivamente, Francesca aveva cercato di ovviare alla situazione, allontanando lo sguardo e fermandosi ad allacciare il cinturino. Con la coda dell’occhio, aveva colto il mezzo sorriso sornione di Elena; a quel punto, la risata di Elena, squillante e sfacciata aveva tolto entrambe dall’imbarazzo.

«Ordunque che nuove mi porti?» chiese Francesca.

Elena non se lo fece ripetere due volte.

«Walter e Roberta si sono lasciati. Te lo aveva anticipato, ultimamente in Milonga arrivavano con visi tirati e non ballavano quasi mai con nessuno».

«Ma dai, non posso crederci, ma tu come lo hai saputo?» chiese con curiosità Francesca.

«Da nessuno, ho visto con i miei occhi. Sono andata a Vicenza, con Andrea e Chiara, al Gattomatto, e chi ci trovo? Walter che balla con Marialisa, tutta sera. Una milonga fuori mano, non conosciuta, sicuramente, volevano mantenere l’anonimato.»

«Ma dai! Nel mondo del tango, non sono mica così ingenui. Ti sembra poi che Marialisa sia una che si nasconda? Era inevitabile. Hai presente Roberta, troppo accondiscendete, surclassata dalla presenza di lui. – Dove la metteva lei stava, sempre in ordine e perfetta, un bel corpo, un bellissimo sorriso ma a ballare, non era certo all’altezza di lui.»

Elena dispiaciuta per Roberta, riconosceva un fondo di verità nelle parole di Francesca, ma vi leggeva anche una dose di repressa invidia per una posizione di centralità che per quanto ambigua Roberta aveva goduto in questi anni con Walter, Francesco ormai da molto tempo non le concedeva più neppure quello.

Roberta non si era resa conto dell’egoismo un po’ narcisista di Walter.

Walter in quei cinque anni di relazione, aveva cercato di gestirla nel modo più sincero che poteva. Ma lei, aveva conosciuto la moglie di Walter, Silvia, sapeva che di questa donna non ne era profondamente innamorato. Invaghito, anestetizzato dalla dolcezza e bellezza di Roberta, orgoglioso e caparbio nel non voler ammettere di aver sbagliato, questi erano gli elementi fondamentali che tenevano unita la coppia.

Elena aveva osservato in silenzio e le tensioni tra loro, non erano solo un aggiustamento nell’unione di vite professionali e private, per quanto nelle foto apparissero sereni e felici, mancava la rinuncia del proprio bene per l’altro.  Walter non si era volutamente dato il tempo di elaborare la separazione.

La scelta affettiva di Roberta ed il lavoro estenuante di questi anni, gli avevano permesso di ricontrollare la sua vita ed assorbire gradualmente il grande vuoto lasciato da Silvia, la sua compagna di vita.

Meglio un amore dove era lui a governare le emozioni che viceversa.

Elena aveva provato un’infinita tenerezza quando aprendo facebook le era comparso il post di Roberta di pochi giorni prima. Sorridente con un’amica, sottolineava la capacità e la dignità di non scendere a compromessi e forse pensava Elena, in quella frase, ella aveva anche voluto difendersi dalle malelingue e da, quei pensieri oscuranti alla sua felicità di coppia.

Probabilmente, avvertiva, senza legittimarsela, quella leggera ansia nata dall’insicurezza di una relazione basata su una forte attrazione fisica e condizioni lavorative favorevoli. Sapeva a cosa sarebbe andata incontro, ma lo aveva sempre voluto ed ora che il conto stava per presentarsi alla cassa, le assaliva la rabbia dell’impotenza.

Il gioco ne era valsa la candela?

Amarezza, amarezza di compromessi, Roberta ne aveva ingoiati diversi, per assaporare quel brivido di entrare in milonga al braccio di Walter, il posto riservato nei locali, lo sguardo invidioso delle altre donne, il sorriso compiaciuto degli uomini.

Le erano state offerte su un piatto d’argento l’opportunità di una crescita personale e artistica della quale da sola non avrebbe mai neppure varcato la soglia.

Eppure ora, tradiva non solo sé stessa, ma tutte le donne, risplendeva di luce riflessa, non si accorgeva di come l’immagine di geisha servizievole e solo apparentemente conturbante, avesse creato un fascino dal potenziale seduttivo, attraverso il quale era riuscita fino ad allora ad incantarlo e tenerlo legata a lei.

Roberta, senza accorgersene, perdeva quella indipendenza e sicurezza in sé stessa, lentamente le sue opportunità di lavoro ruotavano sempre e solo intorno a lui.

Si era adattata ad un regime alimentare rigido e ad un allenamento fisico costante per rimodellare il suo corpo in base alle aspettative di Walter.

Lo aveva accompagnato nelle occasioni ufficiali, stando un passo indietro, sia come partner nelle esibizioni, sia come insegnante nelle lezioni di tango.

Non si era risparmiata in niente, ci aveva creduto con tutta sé stessa e nonostante la grande differenza di età, aveva accolto i momenti di silenzio e di riposo che lui necessitava, proteggendolo da tutti, rinunciando silenziosamente alla sua esuberante giovinezza.

Un sassolino, tutto era iniziato casualmente, comprese la non sincera reciprocità.

Aveva detto basta, ma poi in Walter, che si era sentito rifiutato, ma non era riuscito ad ammetterlo a sé stesso, perché questo gli avrebbe fatto realizzare il fallimento, della sua relazione, qualcosa cambiò. Automaticamente la sua psiche, si era attivata.

Nel subconscio, il dolore dell’abbandono creava quella tensione emotiva che lo portava al piacere, alimentando il bisogno di Roberta.

Lui, Walter, l’uomo dal fascino silenzioso e conturbante, aveva la capacità di erotizzare la parola, quel chiacchierare intimo profondo e attento, riusciva ad alimentare l’ attesa, una lenta seduzione, giocata sull’emozioni di passionalità che così bene sapeva creare, proprio come gli accadeva quando preso dalla creatività del ballo trasmetteva le stesse vibrazioni a chi lo stava guardando mentre si esibiva.

Roberta lo sapeva bene, era sempre stata consapevole, come solo una donna innamorata sa esserlo, di non essere profondamente amata da lui.

Quello di cui non era consapevole, era di essere caduta nel tranello più antico del mondo, riflettere all’esterno un’immagine di serena gaiezza non vera di se stessa.

Le sue affermazioni di dignità erano parole prive di azione.

«Sai, non credo che Roberta ancora lo sappia» affermò Elena.

«Non mi sorprenderebbe affatto, a lasciarsi ufficialmente ne avrebbero da perderci entrambi. Lui dovrebbe ammettere, o che non era innamorato di lei o che non lo era della prima moglie. Passare da una relazione all’altra, senza neppure il tempo di un caffè, non è certo segno di maturità e neppure di un uomo di sentimento e di valore. La sua immagine pubblica ne risentirebbe troppo, dovrebbe togliersi la maschera e risultare quello che è un opportunista.»

Le parole crude di Francesca avevano innescato in Elena un certo turbamento.

«Fermati Francesca, non sono d’accordo su quello che stai dicendo di Walter, lo giudichi senza saperne niente. Inoltre stai sovrapponendo cose tue che forse riguardano la tua relazione con Francesco ma non la persona di Walter. Un uomo confuso, forse sì, ma chi è che non lo è oggi, ma soprattutto non prendi inconsiderazione quello che ha sofferto.

Forse ho visto un inizio di una parentesi tra Walter e Marialisa l’altra sera. Io ero presente, li ho osservati attentamente.

L’affiatamento di quei due mentre ballavano era palpabile, creava un’energia di comunicazione con il tango.

Diamo tutti per scontato che una relazione sia per sempre.

Ma non lo è.

È la più grande costrizione sociale che ci siamo imposti senza rispettarne la natura, non riconoscendo e legittimando un sentimento d’amore, come qualcosa che si rigenera e si rinvigorisce, perché si sceglie di amare. Probabilmente Roberta e Walter hanno vissuto un innamoramento intenso e vero, ma non amore.

Il vero problema è l’ipocrisia che accettiamo, nel momento che comprendiamo di esserci sbagliati.

Vendiamo i nostri sogni.

Davanti alla paura della solitudine e della vecchiaia mascheriamo il sentimento d’amore per qualcos’altro.

Fosse vero che Roberta riuscisse a lasciarlo per prima.

Invece rimarrà, accettando anche tutte le sue nuovi brevi o lunghe ed intense passioni, sapendo che alla fine Lassie torna sempre a casa.»

«Che palle che mi fai venire, io ho bisogno di leggerezza la quotidianità di un amore toglie la leggerezza…e sto per entrare in Ospedale.»

Francesca rallentò era in coda all’uscita della tangenziale.

«Ti lascio ora. Ne riparliamo sabato.»

«Va bene, mi raccomando tienitelo per te vedremo nelle prossime milonghe che cosa accadrà. Certo che Walter e Marialisa… ma come si saranno conosciuti?».

A conversazione chiusa, Francesca si sentì infastidita, lo stomaco le si era leggermente contratto.

Si disse che doveva smetterla di rispondere alle chiamate di prima mattina di Elena.

Le piaceva molto quando sapeva con leggerezza risultare frivola, ma la sua era una frivolezza acuta, tanti non si rendevano conto della profondità dei sentimenti espressi da Elena.

Non era un aspetto della sua personalità immediata, ma Elena nell’analisi degli altri, nel confrontarsi con se stessa e nel costringerti a riflettere toglieva ogni velo protettivo, mettendo a nudo la tua vulnerabilità.

Non si rendeva nemmeno conto di farlo, ma la comunicazione era priva di quei doppi binari che gli adulti utilizzano, sembrava quasi che la capacità di visione sulle cose fosse rimasta ferma all’età della fanciullezza, una trasparenza lineare, alla quale si sommava la profondità di una vita trascorsa.

Tutto ciò era disarmante e contemporaneamente complesso.

Vostra Rosaspina Briosa®️

MARIA CARUSO: Il tango, la cura dell’anima, nell’abbraccio si rinasce

Le parole scorrono veloci quando si parla di argomenti a noi cari, l’ esperienza si accumula e diventa occasione per riflettere.

Maria Caruso ci guida nella comprensione del Tango, un contributo significativo la sua adesione alla Maratona Tangoroyal2021 Genova: “La speranza in un abbraccio” a sostegno dell’Associazione Alzheimer Liguria.

Buon ascolto

Vostra Rosaspina Briosa ©️

Rosaspina Briosa – MARIA CARUSO – “La speranza in un abbraccio”

La speranza in un abbraccio (facebook.com)

Alzheimer Liguria – Post | Facebook

“RITRATTI di Rosaspina Briosa”: L’IO RISORSA DI UN ARTISTA AL FEMMINILE: l’Angelo della lirica, la signora Renata Tebaldi

RITRATTI – Rosaspina Briosa – #RENATATEBALDI

 La musica e la lirica, nella condivisione dell’ascolto ci offrono la possibilità di un attimo di felicità. Come può accadere? Seguite questa semplice intervista, la gioia, di una comune passione è palpabile.

Vostra Rosaspina Briosa®️

Fondazione Renata TebaldiRossella FugaroRosaspina Briosa